Buon compleanno, Roma


Domenica scorsa, per rifarci da qualche giorno di clausura a causa dell’influenza, io e Meryem siamo state a spasso per quasi tutto il giorno. Proprio alla mostra dei Numeri, insieme a varie cose interessanti, abbiamo avuto modo di riflettere sulla relatività dei calendari e su quanti modi possibili esistono per definire date (che per alcuni sono) storiche.

Eppure, in barba alla ragionevolezza storico-scientifica, oggi ho voglia di festeggiarlo, questo 2768° Natale di Roma. Mi piacerebbe partecipare alle iniziative proposte dal comune (visite guidate, ingresso gratuito nei musei, illuminazioni…): con tutte le difficoltà che ci sono e che non staremo qui oggi ad elencare, credo faccia un gran bene a noi romani ricordare che la nostra è una città speciale e meravigliosa.

Domenica, non del tutto studiatamente, uscite dalla mostra abbiamo reso omaggio alla Città Eterna e al suo talento più straordinario: riuscire a stupirci e a sorprenderci sempre con qualcosa di nuovo. Quest’anno al corteo storico classico lungo i Fori, a cui negli anni scorsi abbiamo partecipato, abbiamo preferito il Nagar Kitan della comunità sikh. Perciò abbiamo puntato con decisione verso Piazza Vittorio.

11117464_10152696586655047_1745750698_nMeryem là per là era convinta di essere l’unica di tutta la folla variopinta a parlare italiano. Non so se l’aver incontrato vari amici vistosamente italofoni incuriositi come me dalla festa l’abbia fatta ricredere. Una cosa è certa: è rimasta assolutamente rapita dal fascino delle esibizioni dei “pirati”, che saltavano roteando scimitarre, sbattendo bastoni e facendo roteare delle reti colorate con delle palline (che per l’entusiasmo di documentare io alla fine sono riuscita a prendermi in testa). E’ rimasta colpita anche dalla signora rom che, passando accanto alla processione, ha gridato con entusiasmo: “Buona festa!”.

Quella stessa mattina, mentre camminavamo verso l’Esquilino, siamo passate davanti alla chiesa ucraina, dove un nutrito gruppo di fedeli che seguiva la messa dalla piazza antistante (la chiesa è piccolissima) e abbiamo anche visto un ambulante musulmano che pregava sul marciapiede. Una piccola antologia della città multireligiosa che ho imparato a scoprire in questi anni e che mi piace far notare anche a Meryem.

Ieri poi ho completato la mia personale celebrazione del Natale di Roma con una visita alla Moschea di Monte Antenne, la più grande d’Europa. Un edificio imponente, in cui sampietrini e travertino convivono con le geometrie riprese dall’Andalusia spagnola e con le cupole che ammiccano a Istanbul, la Roma del Bosforo.  L’unica cosa che mi ha fatto un po’ tristezza è stato vedere che, dopo il richiamo della preghiera, la moschea restava occupata solo da noi visitatori. Il che, ovviamente, è normale, considerato il fatto che era un pomeriggio lavorativo e che la Moschea sorge alle pendici di Parioli, in un luogo sostanzialmente distante da negozi e abitazioni. “Se fossimo a Centocelle, a questo punto sarebbero già arrivate un centinaio di persone”, ha commentato uno dei musulmani presenti, aggiungendo anche: “Questo per questo luogo è un grande vantaggio, così resta bello e pulito”. Ora io non so se questa chiosa fosse dettata dal desiderio di non sfigurare o da una convinzione effettiva. Io, per conto mio, preferirei che questo spazio così bello e significativo non restasse la moschea delle grandi occasioni, ma potesse effettivamente servire a raccogliere la fede vissuta di tanti uomini e donne. Una fede che fa rumore, non è sempre esteticamente piacevole e magari, in effetti, sporca anche. Ma è la vera ricchezza che tutti noi abbiamo bisogno di scoprire.

Mi torna in mente un passo del discorso del Papa al Presidente Mattarella in visita al Vaticano: “Un sano pluralismo non si chiuderà allo specifico apporto offerto dalle varie componenti ideali e religiose che compongono la società, purché naturalmente esse accolgano i fondamentali principi che presiedono alla vita civile e non strumentalizzino o distorcano le loro credenze a fini di violenza e sopraffazione. In altre parole, lo sviluppo ordinato di una civile società pluralistica postula che non si pretenda di confinare l’autentico spirito religioso nella sola intimità della coscienza, ma che si riconosca anche il suo ruolo significativo nella costruzione della società, legittimando il valido apporto che esso può offrire”. Una convivialità della cittadinanza attiva, insomma, che faccia delle differenze un punto di forza per accogliere, sperimentare, immaginare.

Il mio augurio a Roma, oggi, è che non smetta di essere metropoli nello spirito. Per quanto limitata, provinciale e chiusa nei suoi confini possa essere l’Italia o l’Europa in questa stagione, Roma non smetterà mai di guardare al mondo. Di più. Dentro Roma, il mondo, ci sta comodamente tutto.

Roma plurale


Plurale. Roma è soprattutto così. Ma non ordinatamente multietnica, ben assortita, coloratamente presentabile. Affatto. Roma è caos, contraddizioni, rabbia, spudoratezza. A volte persino becera violenza. Eppure il suo fascino più seducente resta la sua infinita vertigine di varietà.

Improvvisamente mi viene in mente un parallelo calzante: la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ricordo di esserne stata rapita al primo sguardo. Ma non per la tomba vuota di Cristo, né per il Golgota, comodamente collocato a pochi gradini di distanza ad uso dei pellegrini di tutte le epoche. Piuttosto per quel mosaico ricchissimo e tormentato di riti, di architetture, di comunità. Quella disarmonica accozzaglia che resta tuttavia un luogo unico al mondo, magnetico, intriso di una magia potente.
Roma è così. Però per vederla in questa luce bisogna smettere di guardarla con i parametri razionali di chi giudica e perdersi, farsi fregare, saper guardare nel profondo delle sue contraddizioni. Da quando poi mi capita, sempre più spesso, di visitare comunità religiose straniere la mia visione si è fatta quasi caleidoscopica. Roma è anche le orgogliose piastrelle tunisine della moschea Al-Huda, già garage e oggi sede di progetti culturali e architettonici di respiro internazionale. Roma è la stanzetta in cui la comunità indù di Torpignattara si riunisce in semplicità, per meditare, purificare l’anima e condividere la prashada, l’offerta di cibo, con chiunque ne abbia voglia o bisogno, senza distinzioni. Un singolare miscuglio di understatement e opulenza di immagini, ori e gestualità.
“Dove c’è amore c’è Dio”, mi ha detto inaspettatamente Anup Kumar, che in quel tempio mi ha invitato. “Siamo tutti esseri umani e il mondo ci appartiene”.
Anche nella più nuova delle moschee di Torpignattara di programmi sono a un tempo semplici e ambiziosi. Esserci, prima di tutto. Farsi conoscere per quello che si è. “I vicini erano preoccupati quando abbiamo aperto, dicevano che avremmo fatto casino”, mi raccontano a via Della Rocca. “Ma qui non è mica una discoteca! Per pregare ci vuole silenzio, no? Hanno cambiato idea”. Sono orgogliosi di questi piccoli trionfi, i musulmani di Torpignattara. E sognano attività culturali, convegni, corsi, dialogo interreligioso.
“Il dialogo non è solo possibile. È doveroso”, chiosa con gravità Mohamed Ben Mohamed, della moschea di Centocelle. Mi hanno sempre colpito i suoi occhi pieni di saggezza, leggermente ironici. Le comunità devono avvicinarsi per ritessere un tessuto sociale che rischia dolorose lacerazioni. Parla della necessità di spazi comuni di pensiero e di progettazione.
Penso a lui e a Anup, penso alla loro Roma. Sono qui da più di 20 anni. Parlano dei loro quartieri con passione, con trasporto. Quanti arrivi e quante partenze, loro e altrui. Famiglie, figli, lavoro, comunità intere in transito o stanziali. Progetti di vita, progetti politici, battaglie, lutti. Tutto con Roma come sfondo. Ma sfondo forse è riduttivo. Tutte queste storie, loro, mie, di tutti, sono nel “core di ‘sta città”, quello di cui parla la canzone. Un cuore immenso, infinito, composito e contraddittorio. Perché il mondo è tutto qui, a guardare Roma dall’angolatura giusta. “Siamo tutti esseri umani e il mondo è nostro”. Anup ha proprio ragione.

Natale ucraino a Roma


Premessa: Questo post ha necessariamente un tono molto diverso da quello che immaginavo ieri sera e stamattina e mi rendo conto che persino l’immagine che ho scelto per illustrarlo, a questo punto, potrebbe sembrare involontariamente sinistra. No, non sono qui per dire che la religione ha un lato oscuro. Volevo condividere con voi la gioia di una scoperta e il privilegio di essere stata invitata alla celebrazione tradizionale del Natale presso la chiesa cattolica ucraina di Roma. E questo voglio che resti: un post di riconoscenza e di ammirazione per la ricchezza delle tradizioni del mondo su cui, qui a Roma, abbiamo l’opportunità di affacciarci.

Alla liturgia di rito orientale ero preparata da un’antica consuetudine con quella bizantina. Diversa la lingua e la melodia, ma uguale la struttura e identica la sensazione di essere immersi in una sorta di ipnotica armonia avvolgente, in cui le note del canto si fondono con il profumo degli incensi e sembrano brillare di luce propria come i paramenti colorati dei celebranti. Ero quindi lì, al mio post in prima fila nella chiesa di Santa Maria ai Monti (a cui manca l’iconostasi, che c’è invece nella chiesetta dei Santi Sergio e Bacco, a pochi metri di distanza: ma per le celebrazioni con grande afflusso bisogna arrangiarsi così), intenta a farmi goffi segni della croce quando mi pareva il caso e a godermi la sensazione di non capire una parola una, a parte il classico Signore pietà orecchiato nei canti di Taizé.

Ripensavo alla mia infanzia alla chiesa di S. Atanasio, a padre Fortino e ai canti arbreshe, al diacono che tuonava dal centro della navata perché nessuno sbagliasse il Credo (“e procede dal Padre.” PUNTO. Dal Figlio no). Riconoscevo persino il vezzo di scattare qualche foto anche dall’altare nei momenti salienti della cerimonia, compito affidato a un giovane diacono biondino dall’aria timida. E mentre stavo lì trasognata, immersa nella suggestione della liturgia, ecco che il registro di colpo cambia. Senza troppi complimenti, il tavolino con i panini consacrati viene spostato da un lato e fanno la loro comparsa una serie di personaggi in costume. Davanti dei pastori, uno dei quali porta una vistosissima stella sbrilluccicante. Poi i tre Re Magi (uno è una ragazza, ma siamo ancora nella tradizione). Due angei dai lunghi boccoli biondi, tutto secondo tradizione. Ma poi arriva una specie di Charlotte con bombetta nera e farfallino dorato, accompagnato da una ragazza dall’atteggiamento decisamente comico. Segue il re Erode, cattivo cattivissimo, una specie di soldato romano e niente di meno che il diavolo (una pepata ragazza mora e pienotta, con ciocche rosse, coda e corna) e, dulcis in fundo, la morte, con maschera di Scream e falce.

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“Un presepe vivente”, ce lo aveva preannunciato il seminarista che ci aveva accolto. Oddio. Passino i Magi, i pastori, Erode e financo il centurione. Ma la coppia di strampalati ladruncoli intenti in gag di vario genere ci spiazzava non poco. La recitazione era in rima, l’interpretazione sentitissima e noi, naturalmente, capivamo poco o nulla. Però il finale ci è stato chiaro ed era un chiaro trionfo del bene: il malvagio Erode veniva trascinato via dalla Morte, mentre il diavolo lo punzecchiava con la sua coda. Tra le ovazioni degli astanti, il diavolo e i due manigoldi giravano quindi tra gli spettatori raccogliendo offerte.

Finito lo spettacolo abbiamo provato a chiedere ulteriori lumi e abbiamo appreso che questa rappresentazione in Ucraina si usa fare casa per casa: un gruppo di ragazzi in maschera bussa alle porte e, sia pur più sinteticamente, mette in scena l’episodio (che racconta più o meno l’arrivo dei Magi alla corte di Erode e la disposizione da parte di lui della strage degli innocenti, con conseguente immediata e apocrifa punizione).

Una ricerca sul web mi ha oggi rivelato che ieri, nel rione Monti a Roma, ho assistito a un classico vertep, manifestazione tipica del folklore ucraino di cui ignoravo del tutto l’esistenza e che ha indubbiamente molti risvolti affascinanti per il mio animo di storica della religioni e antropologa mancata. Allo spettacolino è seguita l’unzione, la distribuzione dei panini consacrati e “timbrati” con apposito stampo e poi festa a base di dolci di vario genere nel cortile, con canti tradizionali.

Nonostante la nostra assoluta incapacità linguistica, ci siamo sentiti molto ben accolti. Natale in realtà sarebbe oggi, ma per forza di cose la celebrazione deve essere anticipata al 6 perché la maggior parte dei numerosissimi partecipanti lavora. Questa ultima nota ci ha dato un po’ di tristezza, unita alla considerazione di quanto deve essere difficile per tante madri – che lavorano nelle nostre case come colf, badanti e babysitter – trascorrere questa festività lontane dai loro bambini, che hanno tra l’altro un posto specialissimo in queste celebrazioni.

Tornando a casa, ho rivolto un pensiero a Roma, questa metropoli cosmopolita, sorprendente, millenaria e capace di accogliere tanti dolori silenziosi. Mi è tornata in mente una frase (forse di Amos Oz?) che mi pare si riferisse a Tel Aviv, città dove di giorno si ride in ebraico e di notte si piange in tutte le lingue del mondo.

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Qualche altra foto, qui.

Impatti


Uno dei motivi per cui il blog è più moscio del solito è il fatto che il mio lavoro ha subìto un sensibile aumento di ritmo. Ci sono sempre stati periodi di follia, ma quello che mi pare mancare adesso sono i momenti di normalità. In realtà, tra l’altro, sto coordinando un progetto a qui tengo moltissimo, questo. Ed è esattamente di questa esperienza che vorrei raccontarvi qualcosa.

Quando abbiamo ideato questa architettura di attività sapevamo che, per molti versi, sarebbe stata un’esperienza nuova. Ma sottovalutavamo probabilmente la capacità del progetto di animarsi di vita propria. “Non so quale sarà l’impatto sul territorio, ma l’impatto sulla vita di tutti noi è certamente considerevole”, abbiamo convenuto ieri in una delle innumerevoli riunioni d’équipe. La sensazione è quella di aver scoperchiato una sorta di vaso di Pandora, probabilmente pieno di idee, scoperte, punti di vista interessanti… Ma al momento il caos domina, apparentemente incontrastato.

Un paio di settimane fa, scendeva la sera e io mi trovavo in un teatro parrocchiale ai confini di Tor Pignattara. “Cerca lo spettacolo?”, mi chiede gentile una signora sulla soglia. Boh. No, a rigore no. Cerco la festa di Durga Puja, ma faccio finta che sia la stessa cosa – anche perché francamente non so esattamente cosa sia, questo Durga Puja. Del resto si sta mettendo a piovere. Sono circa le 18:00.

Risalirò quella scalinata tre ora e mezzo più tardi, satolla di spezzatino di tofu al curry e con la curiosa sensazione di scendere da un volo intercontinentale. La sala, a lungo vuota (il concetto di orario effettivo ancora non lo abbiamo chiaro), si era frattanto riempita come un uovo di famiglie vestite a festa: donne avvolte in sete sgargianti, bambine con fiocchi in testa e paillettes sulle scarpette lustre, adolescenti dinoccolati, neonati in carrozzine spinte da padri amorevoli (e apparentemente non turbati, bimbi e genitori, dal volume sempre crescente dello “spettacolo”). Durga, in forma di statua policroma venuta direttamente dall’India, troneggia al centro del palco e sembrava guardare divertita quel brulichio di umanità multicolore.

Una cosa è certa: sono tante le cose che avvengono in questa città e che non non immaginiamo minimamente. La mia ambizione, in questi mesi, è di raccontarne un pezzetto, sperabilmente sopravvivendo agli adempimenti burocratici che un progetto europeo comporta.

Liberiamo una ricetta: riso Venere col buco, finocchi al curry e biscotto arrotolato


Anche quest’anno mi presento all’appuntamento lasciando la mia cucina a disposizione di care amiche: io vado a cucinare in ufficio, in compagnia dei colleghi e di uno specialissimo ospite.

Cominciamo con Alessandra, la nostra archeologa e guida preferita, nonché compagna di lungo corso delle mie traversie.

Riso Venere col buco

Per questa edizione ho pensato a qualcosa di semplice e rapido da preparare, ma che allo stesso tempo si presenti come un piatto quasi chic, un piatto di riso freddo gustoso e forse anche un po’afrodisiaco, considerando la presenza dei crostacei nella ricetta. Ma sono dell’idea che è più in base alle intenzioni, al contesto e alle aspettative di chi cucina e di chi è invitato a mangiare che un buon cibo, in genere, possa suscitare desiderio amoroso e sensualità…
Gli ingredienti necessari per la ricetta sono: riso parboiled, quello che non scuoce e che generalmente si usa per le insalate di riso; succo di limone, uova di lompo (100 gr per 5-700 gr di riso), olio d’oliva, gamberi o gamberoni a vostra scelta sia per quantità che qualità, anche surgelati o in salamoia possono andar bene; salsa rosa fatta con maionese, ketchup, tabasco, un goccio di brandy o cognac.
foto 1Il procedimento è semplice: si cuoce il riso e lo si scola sotto acqua fredda corrente, per bloccarne la cottura. Poi il riso si condisce semplicemente con olio, abbondante succo di limone e uova di lompo. Si prepara uno stampo da ciambellone e si riempie di tutto il riso, che va fatto aderire bene alla forma schiacciandolo ben, bene con un cucchiaio. Poi si mette a riposare in frigo almeno per un’ora. Prima lo fate meglio è, anche il giorno dopo è buonissimo.
Preparate la salsa rosa con abbondante maionese, che se farete voi sarà ancora più buona, aggiungete il ketchup, un po’ di tabasco e un cucchiaio di cognac. Mentre la preparavo è apparso anche un ospite felino curioso e goloso.

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E’ nel preparare creme, nel mescolare ingredienti diversi, nel girare che io mi faccio rapire e trasportare dai sensi. I movimenti circolatori del mescolare, come una carezza. I colori degli ingredienti che iniziano a mescolarsi, come un abbraccio sensuale. E’ il momento delle intenzioni seduttive, dei pensieri immorali e dell’assaggio.
E la mente corre a immagini cinematografiche che hanno immortalato la potenza afrodisiaca. Nel film “Come l’acqua per il cioccolato” di Alfonso Arau (tratto dal romanzo di Laura Esquivel, Como agua para chocolate 1989) quando la protagonista preparando un pranzo a cui è invitato l’uomo che ama prepara delle quaglie alle rose che fanno sussultare di eccitazione e godimento chi le assaggia (per i curiosi a questo link si può vedere l’effetto che fa). Ma non si tratta soltanto di chimica e ingredienti considerati afrodisiaci, sono le emozioni trasmesse dalla cuoca, l’amore e la passione in questo caso, a suscitare questi effetti. Come sarà, invece, il suo dolore a trasmettere angoscia nella torta di nozze che dovrà preparare per l’uomo che ama, ma che sposerà sua sorella. In questo caso, Tita mescola all’impasto del dolce le amare lacrime del suo dolore, trasmettendo così la sua tristezza ai commensali che mangeranno la torta, tutti colti da un desiderio irrefrenabile di piangere.

Dalle fantasie cinematografiche torniamo alla ricetta. Quando sarete pronti a servire il riso vi occorrerà un bel piatto da portata sul quale andrà capovolta la teglia con il riso ottenendo una bella forma perfetta con un gran buco al centro. Il buco andrà riempito con la salsa rosa e i gamberi, potreste lasciare qualche gambero non condito con cui decorare il perimetro del buco o il piatto da portata a vostro piacimento.
Per ottenere un risultato estetico di maggiore impatto potreste usare, insieme al riso bianco, un po’ di riso nero del tipo Venere, in modo da avere un contrasto cromatico maggiore tra riso e condimento. Poi se le intenzioni sono quelle di eccitare i sensi l’uso di un riso dal nome tanto evocativo, qualcosa forse produrrà…
Io ci berrei delle bollicine vicino. Non assicuro nessun tipo di effetto afrodisiaco del piatto. Sta a voi. Alla preparazione, ai sentimenti e a ciò che comunicherete. Io ho provato a farlo con amore e ho aggiunto una candela, così giusto per un po’ di atmosfera.

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Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Ora si inseriscono, in ordine di menù, i miei amici Paolo e Laura, anche noti come Artigiani Digitali. In particolare è Paolo ai fornelli…

Finocchi al curry

A mia moglie piacciono i finocchi cotti, a me il vino, ad entrambi il curry Madras che ci porta l’amica Lulla da Londra…

Ingredienti per 4 persone:

– 4 Finocchi
– 1 scalogno
– 1 bicchiere di vino bianco
– 1 cucchiaino di curry forte
– Mezzo bicchiere di latte

Tagliate i finocchi a striscioline con spessore di un centimetro circa mantenendo (se vi piacciono) anche le parti sottostanti più dure.
In olio d’oliva fate rosolare fino a doratura lo scalogno e dopo aggiungete il curry stemperato in un bicchiere di vino bianco secco.
A fuoco alto portate ad ebollizione il vino, aggiungete i finocchi, mescolate bene e fate cuocere a fuoco alto per 5 minuti.
Infine aggiungete il latte e ultimate la cottura (bastano altri 10 minuti) a fuoco lento.
Servire caldi accompagnati a riso basmati.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

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E’ ora la volta di Caterina: un’amicizia antica e fedele, che sono felice mi abbia accompagnato anche nelle mie evoluzioni digitali. 

Il biscotto arrotolato e due paesi

Le mie due nonne erano romane di nascita, i miei due nonni no. Ludovico, il mio nonno paterno, era nato al nord, a Bettola di Piacenza, ma il suo paese del cuore dove passava tutte le estati era Canterano, un paesino della valle dell’Aniene arrampicato su un colle. Il nonno materno Tebaldo era nato a Casape, altro paesino in provincia di Roma che i colli ce li ha stretti tutt’intorno tranne che a ovest, dove il panorama si apre sulla pianura del Lazio fino al mare. Da piccola andavo spesso a Canterano ma a Casape passavo mesi interi: facevo a sassate, mi inerpicavo per le colline e le montagne, mi facevo raccontare storie misteriose di fantasmi, frati malvagi e maghi che proteggevano i bambini smarriti. E cercavo inutilmente i resti della villa suburbana di Gneo Domizio Corbulone, un generale dei tempi di Nerone – quando si dice avere il destino segnato fin da piccoli.

Questa ricetta è legata a entrambi i paesi, non per qualche antica tradizione ma per iniziativa di gente in gamba che manda avanti a Canterano una piccola industria locale, e a Casape una festa rustica e coraggiosa che non è meno divertente solo perché è stata creata in tempi recenti.

Biscotto arrotolato

Ingredienti:

3 uova
3 cucchiai di zucchero
3 cucchiai di farina
Un pizzico di sale
Aroma di vaniglia o di limone
Zucchero
Alchermes (o altro liquore a scelta)
Farcitura a piacere

Si sbattono i tuorli d’uovo con lo zucchero finché sono chiari e ben montati (si può usare una frusta elettrica), poi si unisce la farina mescolando con cura. Si aggiunge un aroma a piacere e, volendo, un pizzico di lievito per dolci. Si montano le chiare a neve molto ferma con un pizzico di sale (qui la frusta elettrica è d’obbligo, a meno che non siate dei culturisti) e si uniscono delicatamente al composto, mescolando dal basso verso l’alto. Si versa il composto (in uno strato sottile) su una teglia bassa coperta da un foglio di carta da forno e si cuoce in forno moderato per pochi minuti, finché si rassoda bene ma non si colorisce troppo. Si rovescia subito su uno strofinaccio pulito o su un foglio di alluminio leggermente spolverati di zucchero, si leva la carta e si spruzza con alchermes (che gli da anche un bella nota di rosso), rum per dolci o un altro liquore a piacere (per esempio di arance). Si spalma sopra una farcitura, si arrotola strettamente, e infine si mette un po’ di tempo in frigo prima di spuntarlo alle estremità e servirlo a fette.

biscotto arrotolatoLa farcitura può essere al cioccolato, come nel “Salame del re” che vendono nel forno di Canterano e (oh calorica tentazione!) anche in alcune panetterie dell’Urbe. Si può usare la Nutella o un’altra crema al cioccolato in vendita (mi hanno detto meraviglie di quella Novi), oppure si può operare un virtuoso riciclo post-natalizio, mettendo un nocciolato nel tritatutto e sciogliendo il trito col caffè bollente. Una farcitura alternativa che mi piace molto è la marmellata di marroni. A Casape non crescono marroni, ma piccole castagne saporitissime che sono l’orgoglio della festa omonima, che si tiene a Casape tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, quando fa invariabilmente un freddo cane. I pezzi forti, oltre alle castagne arrostite in un bidone che gira sul fuoco, sono la pizza fritta, la matriciana, la salsiccia coi broccoletti e (appunto) il biscotto arrotolato di marmellata di castagne. Mezzo paese si mette il grembiule e cucina sotto un grande tendone posto nella piazza del mercato. L’altro mezzo mangia e beve, benedicendo il riscaldamento ma guardandosi bene dal togliere il cappotto.
Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Capodanno


Una cosa me la devo riconoscere: negli ultimi anni della mia vita mi sono scelta meglio la compagnia per Capodanno. Da almeno un paio d’anni non concorro più all’ambito premio “Capodanno sfigato”. Insuperabile, nella mia carriera, l’anno trascorso a guardare Drive In sul divano con i miei genitori. Ma anche quello passato a russare davanti a Shrek a casa di mia sorella, in compagnia di una caritatevole amica venuta appositamente dal nord per finire l’anno in mia compagnia. La notte di San Silvestro in cui mio padre è morto non concorre nemmeno. Ne ricordo comunque svariati in cui le lancette dell’orologio parevano andare al rallentatore e la mezzanotte non arrivare mai.

L’anno nuovo è iniziato con una clamorosa innovazione nella mia routine: sono andata a correre, per ben cinque volte. Onestamente non so quanto questa riuscirà a diventare una sana abitudine, quando le vacanze finiranno. Però registro, con una certa meraviglia, che la cosa non mi annoia come pensavo. Anzi, oserei persino dire che la sensazione che mi lascia addosso per tutto il giorno è molto gradevole.

Insomma, mai dire mai. Che mi sia di insegnamento per l’anno nuovo. Vale sempre la pena di fare un tentativo. Ero convinta di essere una persona a cui il Capodanno non piace e che mai nella vita sarebbe andata a correre la mattina. E invece… Chissà quali altre scoperte mi porterà il 2014.

Più vicino di quanto sembri


“Questa processione in Sri Lanka si fa con gli elefanti. Certo, qui non ci sono…” Per un momento cerco di immaginare i pachidermi sfilare per l’asfalto dissestato di via Manzoni a Fonte Nuova e mi sento di convenire che sarebbe un po’ complicato portarceli. Champi è un’ospite meravigliosa. E’ la prima volta che ci vede, eppure siamo costantemente in cima ai suoi pensieri. Ma ben presto realizziamo che l’accoglienza è collettiva. Tutti ci sorridono, ci parlano, ci fanno sentire a nostro agio. Meryem riceve un libro di storie dello Sri Lanka in omaggio dal monaco (“è tipo il parroco”, ci spiega pragmatica la figlia di Champi, nostra tutor ufficiale per la festa) e una bandierina con il leone giallo. Mia figlia familiarizza con il gatto del tempio, scorrazza qua e là, apprezza molto le danze e, in particolare, il salto mortale all’indietro del maestro di ballo baffuto.

Sedute nel tempio, assistiamo alla preghiera. Una sfilata di monaci dietro a una fila di tavoli, con vesti di tre gradazioni diverse, dal color zafferano al marrone, pur composti e assorti ci sorridevano. Non capivamo nulla, ovviamente, ma non ci siamo sentite fuori posto neanche per un attimo. Poi i tempi si dilatano. Cominciamo a pensare che forse è il caso di andare.

Niente da fare, gli ospiti sono ospiti. Alla fine sono state le italiane a inaugurare il ricco buffet, saltando ogni tipo di fila e omaggiate anche di sedie, ottenute facendo alzare con gesti imperiosi un gruppetto di adolescenti (tutti nati in Italia). I figli tra loro parlano italiano, con cadenza romana. “Porca trota!”, esclamava un soldo di cacio che monopolizzava le altalene. Eppure eccoli lì, mediamente partecipi delle tradizioni di famiglia. Una delle due bravissime ballerine, mi spiega una delle maestre di ballo, non è mai stata in Sri Lanka. Il viaggio costa, le famiglie faticano a tornare a trovare i parenti. “Ogni quattro anni andiamo”, mi dice la figlia di Champi. La maestra di danze fa lezione a Acilia e le piacerebbe che Meryem andasse a fare lezione. “Sarebbe bello avere qualche bambina italiana”, mi dice. Se non fosse per la distanza ci faremmo un pensiero, sicuramente.

Dalla prima volta che abbiamo visto un video sullo Sri Lanka io e Meryem sogniamo di andarci. Per il momento ci accontentiamo di questo luogo accogliente, immerso nel verde della via Nomentana. Credo e spero che ci torneremo. Uscendo decine di sconosciuti ci chiedono premurosi se abbiamo mangiato. In effetti sì, e anche piuttosto bene.