Roma plurale

Plurale. Roma è soprattutto così. Ma non ordinatamente multietnica, ben assortita, coloratamente presentabile. Affatto. Roma è caos, contraddizioni, rabbia, spudoratezza. A volte persino becera violenza. Eppure il suo fascino più seducente resta la sua infinita vertigine di varietà.

Improvvisamente mi viene in mente un parallelo calzante: la basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ricordo di esserne stata rapita al primo sguardo. Ma non per la tomba vuota di Cristo, né per il Golgota, comodamente collocato a pochi gradini di distanza ad uso dei pellegrini di tutte le epoche. Piuttosto per quel mosaico ricchissimo e tormentato di riti, di architetture, di comunità. Quella disarmonica accozzaglia che resta tuttavia un luogo unico al mondo, magnetico, intriso di una magia potente.
Roma è così. Però per vederla in questa luce bisogna smettere di guardarla con i parametri razionali di chi giudica e perdersi, farsi fregare, saper guardare nel profondo delle sue contraddizioni. Da quando poi mi capita, sempre più spesso, di visitare comunità religiose straniere la mia visione si è fatta quasi caleidoscopica. Roma è anche le orgogliose piastrelle tunisine della moschea Al-Huda, già garage e oggi sede di progetti culturali e architettonici di respiro internazionale. Roma è la stanzetta in cui la comunità indù di Torpignattara si riunisce in semplicità, per meditare, purificare l’anima e condividere la prashada, l’offerta di cibo, con chiunque ne abbia voglia o bisogno, senza distinzioni. Un singolare miscuglio di understatement e opulenza di immagini, ori e gestualità.
“Dove c’è amore c’è Dio”, mi ha detto inaspettatamente Anup Kumar, che in quel tempio mi ha invitato. “Siamo tutti esseri umani e il mondo ci appartiene”.
Anche nella più nuova delle moschee di Torpignattara di programmi sono a un tempo semplici e ambiziosi. Esserci, prima di tutto. Farsi conoscere per quello che si è. “I vicini erano preoccupati quando abbiamo aperto, dicevano che avremmo fatto casino”, mi raccontano a via Della Rocca. “Ma qui non è mica una discoteca! Per pregare ci vuole silenzio, no? Hanno cambiato idea”. Sono orgogliosi di questi piccoli trionfi, i musulmani di Torpignattara. E sognano attività culturali, convegni, corsi, dialogo interreligioso.
“Il dialogo non è solo possibile. È doveroso”, chiosa con gravità Mohamed Ben Mohamed, della moschea di Centocelle. Mi hanno sempre colpito i suoi occhi pieni di saggezza, leggermente ironici. Le comunità devono avvicinarsi per ritessere un tessuto sociale che rischia dolorose lacerazioni. Parla della necessità di spazi comuni di pensiero e di progettazione.
Penso a lui e a Anup, penso alla loro Roma. Sono qui da più di 20 anni. Parlano dei loro quartieri con passione, con trasporto. Quanti arrivi e quante partenze, loro e altrui. Famiglie, figli, lavoro, comunità intere in transito o stanziali. Progetti di vita, progetti politici, battaglie, lutti. Tutto con Roma come sfondo. Ma sfondo forse è riduttivo. Tutte queste storie, loro, mie, di tutti, sono nel “core di ‘sta città”, quello di cui parla la canzone. Un cuore immenso, infinito, composito e contraddittorio. Perché il mondo è tutto qui, a guardare Roma dall’angolatura giusta. “Siamo tutti esseri umani e il mondo è nostro”. Anup ha proprio ragione.

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