Buon compleanno, Roma


Domenica scorsa, per rifarci da qualche giorno di clausura a causa dell’influenza, io e Meryem siamo state a spasso per quasi tutto il giorno. Proprio alla mostra dei Numeri, insieme a varie cose interessanti, abbiamo avuto modo di riflettere sulla relatività dei calendari e su quanti modi possibili esistono per definire date (che per alcuni sono) storiche.

Eppure, in barba alla ragionevolezza storico-scientifica, oggi ho voglia di festeggiarlo, questo 2768° Natale di Roma. Mi piacerebbe partecipare alle iniziative proposte dal comune (visite guidate, ingresso gratuito nei musei, illuminazioni…): con tutte le difficoltà che ci sono e che non staremo qui oggi ad elencare, credo faccia un gran bene a noi romani ricordare che la nostra è una città speciale e meravigliosa.

Domenica, non del tutto studiatamente, uscite dalla mostra abbiamo reso omaggio alla Città Eterna e al suo talento più straordinario: riuscire a stupirci e a sorprenderci sempre con qualcosa di nuovo. Quest’anno al corteo storico classico lungo i Fori, a cui negli anni scorsi abbiamo partecipato, abbiamo preferito il Nagar Kitan della comunità sikh. Perciò abbiamo puntato con decisione verso Piazza Vittorio.

11117464_10152696586655047_1745750698_nMeryem là per là era convinta di essere l’unica di tutta la folla variopinta a parlare italiano. Non so se l’aver incontrato vari amici vistosamente italofoni incuriositi come me dalla festa l’abbia fatta ricredere. Una cosa è certa: è rimasta assolutamente rapita dal fascino delle esibizioni dei “pirati”, che saltavano roteando scimitarre, sbattendo bastoni e facendo roteare delle reti colorate con delle palline (che per l’entusiasmo di documentare io alla fine sono riuscita a prendermi in testa). E’ rimasta colpita anche dalla signora rom che, passando accanto alla processione, ha gridato con entusiasmo: “Buona festa!”.

Quella stessa mattina, mentre camminavamo verso l’Esquilino, siamo passate davanti alla chiesa ucraina, dove un nutrito gruppo di fedeli che seguiva la messa dalla piazza antistante (la chiesa è piccolissima) e abbiamo anche visto un ambulante musulmano che pregava sul marciapiede. Una piccola antologia della città multireligiosa che ho imparato a scoprire in questi anni e che mi piace far notare anche a Meryem.

Ieri poi ho completato la mia personale celebrazione del Natale di Roma con una visita alla Moschea di Monte Antenne, la più grande d’Europa. Un edificio imponente, in cui sampietrini e travertino convivono con le geometrie riprese dall’Andalusia spagnola e con le cupole che ammiccano a Istanbul, la Roma del Bosforo.  L’unica cosa che mi ha fatto un po’ tristezza è stato vedere che, dopo il richiamo della preghiera, la moschea restava occupata solo da noi visitatori. Il che, ovviamente, è normale, considerato il fatto che era un pomeriggio lavorativo e che la Moschea sorge alle pendici di Parioli, in un luogo sostanzialmente distante da negozi e abitazioni. “Se fossimo a Centocelle, a questo punto sarebbero già arrivate un centinaio di persone”, ha commentato uno dei musulmani presenti, aggiungendo anche: “Questo per questo luogo è un grande vantaggio, così resta bello e pulito”. Ora io non so se questa chiosa fosse dettata dal desiderio di non sfigurare o da una convinzione effettiva. Io, per conto mio, preferirei che questo spazio così bello e significativo non restasse la moschea delle grandi occasioni, ma potesse effettivamente servire a raccogliere la fede vissuta di tanti uomini e donne. Una fede che fa rumore, non è sempre esteticamente piacevole e magari, in effetti, sporca anche. Ma è la vera ricchezza che tutti noi abbiamo bisogno di scoprire.

Mi torna in mente un passo del discorso del Papa al Presidente Mattarella in visita al Vaticano: “Un sano pluralismo non si chiuderà allo specifico apporto offerto dalle varie componenti ideali e religiose che compongono la società, purché naturalmente esse accolgano i fondamentali principi che presiedono alla vita civile e non strumentalizzino o distorcano le loro credenze a fini di violenza e sopraffazione. In altre parole, lo sviluppo ordinato di una civile società pluralistica postula che non si pretenda di confinare l’autentico spirito religioso nella sola intimità della coscienza, ma che si riconosca anche il suo ruolo significativo nella costruzione della società, legittimando il valido apporto che esso può offrire”. Una convivialità della cittadinanza attiva, insomma, che faccia delle differenze un punto di forza per accogliere, sperimentare, immaginare.

Il mio augurio a Roma, oggi, è che non smetta di essere metropoli nello spirito. Per quanto limitata, provinciale e chiusa nei suoi confini possa essere l’Italia o l’Europa in questa stagione, Roma non smetterà mai di guardare al mondo. Di più. Dentro Roma, il mondo, ci sta comodamente tutto.

Rinuncia


Circa un mese fa (si era nel periodo del capodanno cinese) una mia collega ha accompagnato una classe di studenti romani a visitare il tempio buddhista. Le monache (che in realtà preferiscono essere chiamate maestri) hanno invitato studenti e professori a pescare un bigliettino con un consiglio, un invito o un presagio per l’anno entrante. Hanno chiesto alla mia collega di pescarne uno anche per me, che non ero presente, e lei diligentemente lo ha pescato e se lo è fatto tradurre, per potermi trasmettere in messaggio.

Il mio bigliettino recitava, mi dicono, un invito semplice ma corredato di punto esclamativo: “Rinuncia!”. “E a che mai devi rinunciare, tu?”, è stato il commento stupito della mia collega (evidentemente sono nota per una certa, diciamo, essenzialità di vita). Io avevo un sospetto, in effetti, che mi è stato poi confermato da una seconda monaca buddhista che ho incontrato, casualmente, quella sera stessa: “Rinuncia per noi non è privazione. Significa staccarsi da qualcosa che ci procura sofferenza”.

Ho meditato a tratti su questo bizzarro messaggio, che mi è stato così rocambolescamente recapitato dal destino. Qualche sera fa ho avuto una conversazione che mi ha aiutato a mettere a fuoco un po’ meglio cosa penso significhi per me. Vediamo se riesco a metterlo nero su bianco, in una specie di parafrasi.

“Cara Chiara,

forse dopo tanti anni passati a cercare di far combaciare la tua vita, il tuo aspetto e la tua quotidianità con quelle che ritenevi essere le tue aspettative ti sarai resa conto che il risultato non è granché. Non assomigli neanche lontanamente alla persona che fin dalla terza media sogni di essere. Non assomigli alla sottile biondina che si è messa e tuttora è sposata al tizio che eri convinta che ti amasse per la tua superiorità intellettuale (e, con senno del poi, diciamocelo: meno male che non era così!). Non assomigli alle donne in carriera che non sai nemmeno bene come siano fatte. Non assomigli alle tue longilinee colleghe poliglotte dell’ufficio internazionale, tanto meno a un funzionario delle Nazioni Unite. Non assomigli nemmeno a tutte quelle serene donne felicemente sposate, con diversi figli graziosi, che sfoggiano il solitario ricevuto per l’anniversario del matrimonio e che almeno una volta hanno fatto un weekend romantico a Parigi.

Non hai viaggiato molto, non sei una ricercatrice universitaria, né una romanziera, né una fotografa. A un certo punto ti è stato abbastanza chiaro che, nonostante le ferme convinzioni di tuo padre, non solo non sei un genio, ma ci sono moltissime cose che non sei capace di fare. Non continuiamo, non era mia intenzione deprimerti.

Al contrario. Ho una fantastica notizia per te. Non sei male per niente. Se sei onesta del tutto, a tratti ti sorprendi ad apprezzarti. E allora sai che ti dico? Rinuncia! Non ci provare nemmeno a corrispondere a quell’idea di felicità, di realizzazione, di successo. Smetti serenamente di misurarti con quel metro lì. Guarda la tua vita, persino quel tuo passato di cui non sei fiera, per quello che è. Sei peggio di cinque e meglio di dieci. Sei tu, semplicemente. Datti una pacca sulla spalla, sorriditi e cammina. Buona strada, vecchia mia”.

Glory days


A volte va così. Si fanno strategie di comunicazione e alla fine basta una circostanza favorevole per portare il progetto Incontri in prima pagina su La Repubblica. Circostanza favorevole e tanto lavoro ben fatto, ovviamente. Lavoro di squadra di tutto il Centro Astalli, non da ieri. Ma stasera mi concedo il lusso di qualche pensiero e ricordo, rispetto al percorso frastagliato che mi ha fatto dire con sicurezza, oggi, alla giornalista che mi intervistava che sono “responsabile per il dialogo Interreligioso del Centro Astalli”. Per una volta ho una qualifica pertinente.

Non ho inventato io il progetto Incontri, ma l’ho visto nascere e camminare, talora faticosamente. Negli anni però mi è stato sempre più chiaro che quel tentativo artigianale di dialogo dal basso era importante, molto importante. Che aveva attinenza con la missione del JRS, che non era un lusso, un divertimento intellettuale, ma una modalità, uno stile, una pratica da coltivare con pazienza. Dal basso.

La religioni negli ambienti accademici le ho frequentate e non riuscivo a trovarci quello che invece ho adesso: la vita, la quotidianità, le relazioni. Ricordo sempre il mio primo sabato in compagnia di ebrei a Gerusalemme: anni di studio dell’ebraico e tanto dotto studio etimologico mi avevano lasciato analfabeta rispetto a cosa dovevo aspettarmi. Fissavo il sale, il vino e mi chiedevo chi me l’avesse fatto fare. Ero persa. Tanto ebraico, nemmeno un amico ebreo. Il seder di Pesah l’avrei gustato solo molti anni dopo. E ancora quella sensazione prepotente di non aver mai colto l’essenziale.

Una volta ho sentito un professore ordinario di lingua e letteratura ebraica dire: “Non si può ragionare con gli arabi. Sono un popolo rozzo”. Era una battuta in corridoio, non un articolo scientifico. Ma mi sono chiesta cosa potesse cogliere, quel professore, di quell’ antigiudaismo medievale di cui lo si ritiene esperto. Discriminazione, pregiudizio, razzismo, stigmatizzazione: ne disquisiva, ma allo stesso tempo continuava a praticare tutto, senza averne la minima consapevolezza. Studiare non serve? Serve, certo. Ma non è sufficiente. Se scienza e vita percorrono strade parallele, tutto resta teorico. Si pensa, si scrive, si parla, si argomenta e non si vede niente al di fuori delle proprie costruzioni.

Molti anni dopo, sono entrata in un tempio induista a Bangkok. Un’esperienza intensa, anche emotivamente, una tappa di un percorso solitario di osservazione di un popolo in preghiera, di forme di relazione con il divino che parlano ai sensi in modo più complesso e articolato di quelle che conoscevo io. E un pensiero, strambo e allo stesso tempo familiare: un santuario fenicio certo somigliava di più a quel tempio che ai disegnini freddi ricavati diligentemente dalle piantine da archeologi scientificamente solidi. Offerte di cibo,  profumi, colori, simbologie intrecciate, musica. Vita. Per associazione di idee, penso a quello che mi è stato spiegato una volta sulla medicina occidentale: nasce dall’anatomia, dallo studio del corpo morto. Precisa, accurata molto più di altre per la chirurgia. Ma l’energia? Il magnetismo? Tutte le altre componenti che concorrono alla vita non meno del funzionamento meccanico degli organi? Ecco, le religioni che ho studiato all’università mi hanno dato un’infarinata di conoscenza anatomica. Il resto ho iniziato a viverlo con il canto dei muezzin di Istanbul e poi, esponenzialmente, al Centro Astalli.

Il dialogo è possibile? Oggi Papa Francesco ha detto che nessun dialogo autentico è possibile senza conversione. Io forse direi che questa esperienza comporta la disponibilità a rivoluzionare almeno un po’ i propri schemi mentali. A essere pronti ad accogliere logiche diverse. A praticare il pensiero laterale. In altre parole: a sforzarsi di accettare i propri limiti e di andare anche oltre, come si riesce, senza paura. Fidandosi.

Cinque cose che penso su Parigi (e sull’Italia)


Oggi tornavo da una piacevole gita in Maremma in pullman e inevitabilmente i miei vicini di posto commentavano i recenti fatti. Ho cercato di non sentire, ma non ci sono riuscita del tutto. Poi mi sono detta che non si può nemmeno prendersela con le persone, che in buona fede ripetono ciò che suppongono di avere imparato da giornalisti, opinionisti, vicini e conoscenti. Io pure da oggi sarei fiera di condividere le conoscenze acquisite alla riserva di Burano rispetto alle differenze di escrementi (“fatte”) di animali carnivori e erbivori e persino la storia, ben più stupefacente, delle anguille che vanno a riprodursi nel Mar dei Sargassi. Nei giorni scorsi indubbiamente tutti noi abbiamo sentito e letto di tutto: nessuna meraviglia che in una conversazione di condivida con gli amici ciò che ci è parso più convincente.

Ecco, allora proverò a smettere di mangiarmi il fegato e a fare così anche io. Mi limito a qualche punto di partenza per un ragionamento che probabilmente non sono nemmeno in grado di portare avanti fino in fondo, avendo competenze limitate. Ma per studio, lavoro e esperienza credo di avere qualcosa da dire anche io, e allora lo faccio.

1. Il terrorismo è una cosa molto diversa dalla reazione scomposta di un credente particolarmente pio o sensibile. Almeno cerchiamo di partire da questa considerazione. Abbiamo visto in azione dei killer a sangue freddo, non dei fedeli scandalizzati. Che infatti non si sono fatti alcuno scrupolo nell’uccidere altri musulmani. E qui vi dico che io non credo proprio che la satira del giornale francese sia la causa dell’attacco terroristico. E’ stato piuttosto la ragione della scelta di un obiettivo che causasse una reazione violenza, durevole, mediatica e capace di generare odio e reazioni scomposte, da una parte e dall’altra, in modo esponenziale. Massimizzare l’impatto.
Davvero crediamo che una vignetta francese, per quanto offensiva, abbia una rilevanza internazionale tale da organizzare un attentato su questa scala? Certo, la rilevanza la ha adesso: la diffusione globale della vignetta e di tante altre soffiano sul fuoco in tutto il mondo, velocissimamente.
Vi invito a leggere questo articolo di Michael Deacon (in inglese).

2. Se la reazione alle vignette non è la causa, qual è la causa? Qui mi sento solo di fare qualche ipotesi di respiro un po’ più geopolitico (mi si passi il termine, abusato in queste ore). Questo articolo di Donatella Della Ratta mi pare interessante. Aggiungo solo a margine che la nostra idea che l’Europa sia la pacifica culla della civiltà, al centro dell’universo e metro di tutte le cose, dovrebbe cominciare a suonarci un tantino fuori luogo. Viviamo in un continente che esercita sistematica violenza nei confronti di Paesi terzi: economicamente, con le bombe, con le mine, con le forze di polizia. Probabilmente è sempre stato così, ma forse sarebbe l’ora di deporre l’idea idilliaca che abbiamo di noi stessi come esportatori di arte, cultura e democrazia. Un esempio dell’ultim’ora? Non solo ci guardiamo bene dal creare canali umanitari per i milioni di vittime della guerra in Siria, ma cerchiamo a tutti i costi di tappare ogni via di accesso nel tentativo disperato (e costosissimo, sia detto incidentalmente) di scaricarli a qualcun altro o al limite di farli morire fuori dal nostro territorio (si veda questo ultimo articolo di Marta Bernardini e Francesco Piobbichi).

3. Una parolina sulla libertà di espressione, che secondo me non è la causa, ma certamente è stata presa a bersaglio perché simbolo potentissimo dei valori che qui in Europa ci arroghiamo come nostri. Si dice che la satira non ha vincoli di sorta, che questi “altri” devono accettare che da noi non esistono tabù di alcun genere perché siamo liberi e disinibiti. Mi limito ad osservare che non è davvero così. Anche noi abbiamo i nostri tabù. Non credo che si accetterebbero a cuor leggero vignette che scherzano sulla pedofilia oppure vignette pesantemente sessiste (nessuno organizzerebbe un attentato per questo, ovviamente: ma come ho già detto non è questo il caso nemmeno stavolta). Ricordo perfettamente i commenti che suscitò l’inserto di barzellette sui gay pubblicato da Visto. Mi colpì questa frase di Marco Platti (The Queen Father): “Chiedere ai gay di ‘farsi una risata’ e di far leva sulla propria autoironia di fronte ad un inserto in edicola che li deride, è un enorme schiaffo in faccia, perché se solo fossimo trattati con rispetto quando più ne abbiamo bisogno (adolescenza ed infanzia) e se la nostra dignità non venisse continuamente attaccata e sminuita da chi ci nega diritti, forse oggi saremmo in grado di riderci sopra come vorrebbe la Lucarelli e tutti quelli che pensano che la normalità passi attraverso l’esser messi alla gogna con tutti gli altri” (qui l’intero post). Ricordo che già allora pensai che la stessa cosa si potrebbe dire dei musulmani in Europa e dei migranti (specialmente non comunitari) in Italia, la cui dignità viene continuamente attaccata e sminuita da quello che qualcuno chiama violenza della burocrazia (e non solo). Con questo voglio solo precisare che nelle nostre società da sempre vengono rispettati i tabù di chi ha abbastanza potere (non necessariamente politico: economico, sociale, culturale) per imporsi sugli altri. Oltre al fatto che ogni libertà, come ci insegnavano da piccoli, ha come confine la libertà dell’altro (sempre che tutti gli uomini siano uguali, si intende).

4. Sull’Islam non voglio neanche entrare, tanto mi lasciano senza parole certe spudorate manifestazioni di razzismo in cui ci andiamo esibendo (ad esempio questa). Colgo solo l’occasione per farvi notare quanto sia profondamente offensiva l’espressione musulmano moderato (lo spiega bene Luisa Ciffolilli qui). Va da sé che questo è il punto su cui mi mangio il fegato maggiormente. Purtroppo la nostra ignoranza in materia di religioni, nostre e altrui, è tale e tanta che siamo letteralmente disposti a credere a qualunque cosa. E siccome, ammantandoci della nostra cultura laica, siamo pure convinti che la materia sia irrilevante e quindi semplice, crediamo davvero in perfetta buona fede che basti leggere un paio di frasi sul web o rispolverare qualche antica memoria catechistica per essere informati e consapevoli. “L’ignoranza è un’arma di cui avere molta paura”, scrive la giornalista dell’articolo linkato sopra e io non potrei essere più d’accordo.

5. Men che meno voglio entrare qui sul tema migrazioni. Solo un idiota potrebbe pensare che chi arriva oggi in Europa, magari su un barcone in avaria, sia parte di un complotto per islamizzare l’Europa (eppure si dice, si scrive e quel che è peggio si pensa). Osservo solo che questo tema delle cosiddette seconde generazioni (anche questo termine ha i suoi detrattori) è anch’esso fortemente strumentalizzato. La mancata integrazione (e la politica folle e miope in materia di migrazioni che stiamo portando avanti come Italia e come Europa da almeno 15 anni) è certamente uno strumento potentissimo in mano alle organizzazioni terroristiche. Ma mi colpisce la facilità con cui le nostre società che pretendono di essere libere e laiche si ridividano fulmineamente in maggioranze e minoranze, come se un velo si squarciasse. Dal 1907 al 1913 Roma ebbe un sindaco ebreo, Ernesto Nathan. Tra il 1901 e il 1904 il ghetto di Roma fu praticamente distrutto (più rimosso che ristrutturato) e venne costruita una sinagoga monumentale. Meno di una generazione dopo, le leggi razziali. Non era certo per una mancata integrazione che fu così ridicolmente facile privare di tutti i diritti, inclusa la vita, cittadini in vista, stimati, persino potenti e ricchi.

Non concludo, ma vi esorto a cercare sempre di aggiustare la prospettiva che ci sembra l’unica possibile, ma che quando pretendiamo di parlare di questioni che riguardano tutta l’umanità è spesso deformante. Capisco che le carte geografiche che utilizziamo non ci aiutano, ma non siamo il centro del pianeta. Non siamo speciali. Non siamo più civili per nascita. Non siamo più colti per nascita. Siamo quello che ci riveliamo essere con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre scelte. Lo stesso vale per un cittadino del Cameroun, dell’Indonesia, del Guatemala o del Brasile. Questi morti contano quanto i nostri. Così come tutti i morti nel mare delle nostre vacanze, nel deserto controllato dalla tecnologia di Finmeccanica e tutte le vittime innocenti dei muri che, anacronisticamente, continuiamo a costruire spendendo le nostre risorse economiche (alla faccia della crisi).

A caldo


La prima impressione è una marea di gente, silenziosa, che si stringeva intorno al mio amico. Io, in un primo momento, non ho avuto il coraggio. Me ne sono stata lì, dall’altra parte del marciapiede, a guardarlo abbracciare e farsi abbracciare e, per la prima di molte volte, in questo pomeriggio, ho pensato: “Ma come fa”.

Durante la messa funebre mi sono detta che in momenti come questo, in cui la razionalità non serve a nulla, le religioni dimostrano tutta la loro funzione sociale. Ripetere tutti insieme parole che si sanno a memoria, che non c’è bisogno di formulare col pensiero. Ha un che di confortante ed è una fortuna per chi riesce a condividere questa grammatica. La fede, certo, magari è un’altra cosa. Mi dicevo tra me, sentendo i discorsi fatti oggi, che onestamente l’impalcatura teorica di queste credenze post-mortem cristiane lascia trapelare non poche contraddizioni. Mi immaginavo Meryem che mi chiede: ma insomma, dormono o risorgono?  stanno sedute a banchetto nella Gerusalemme Celeste, sono accolte nella “compagine dei defunti”(qualunque cosa ciò voglia dire) o riposano in pace? Diventano angeli ora, come pure è stato detto, o torneremo ad abbracciarci l’ultimo giorno? Se mai dovesse succedere, deposte le spiegazioni a sfondo filologico e storico religioso sulle stratificazioni culturali della cultura giudeocristiana, credo le risponderei onestamente: chi può dirlo. Non saremo noi a darci una spiegazione di queste cose, e non credo neanche che questa sia la mission delle religioni. Le religioni non spiegano, ma danno la spinta per riuscire a vivere senza capire. Sulla fiducia. Non è questa, alla fine, la fede?

Qualche parola con persone che non vedevo da anni, abbastanza per apprendere qualche altro particolare sulla vita di questa famiglia, ora tragicamente dimezzata. Come ha accennato anche il prete durante la predica, questa coppia aveva anche perso una terza figlia, giusto il giorno prima di quando sarebbe dovuta nascere. “Se c’è uno che può sopportare anche questa è lui”, mi ha sussurrato un altro conoscente. In qualche modo, potrebbe essere vero. Abbracciandolo ho incrociato di nuovo, dopo tanti anni, i suoi occhi chiari e, nonostante tutto, ci ho visto dentro una scintilla. Quel che è certo, pensavo allontanandomi, è che non è solo. Credo sia abbastanza evidente che erano molto amati in quartiere, in parrocchia.

Inevitabilmente allora mi chiedo perché mai io, ma anche altri di noi, ci siamo condannati alla solitudine. Forse siamo stati più arroganti? Più distratti? Più pigri? Un altro amico ricordava che Mimmo, una settimana dopo essersi messo con Laura, aveva dichiarato: “Questa è la donna della mia vita”. Immagino quanto sarà stato preso in giro per questa pretenziosa affermazione. Che peraltro si è rivelata assolutamente vera. E non certo per fortuna, ma per scelta, per impegno, per fatica fedele e reciproca, che non è mai venuta meno neanche davanti a prove dure. Oggi, io come altri, siamo andati a questo funerale per offrire conforto. Paradossalmente, ne abbiamo ricevuto. Sono grata, quindi, a questo amico che non frequentavo da tanto tempo e spero che continui ad avere la forza che ha dimostrato, persino oggi.