A caldo

La prima impressione è una marea di gente, silenziosa, che si stringeva intorno al mio amico. Io, in un primo momento, non ho avuto il coraggio. Me ne sono stata lì, dall’altra parte del marciapiede, a guardarlo abbracciare e farsi abbracciare e, per la prima di molte volte, in questo pomeriggio, ho pensato: “Ma come fa”.

Durante la messa funebre mi sono detta che in momenti come questo, in cui la razionalità non serve a nulla, le religioni dimostrano tutta la loro funzione sociale. Ripetere tutti insieme parole che si sanno a memoria, che non c’è bisogno di formulare col pensiero. Ha un che di confortante ed è una fortuna per chi riesce a condividere questa grammatica. La fede, certo, magari è un’altra cosa. Mi dicevo tra me, sentendo i discorsi fatti oggi, che onestamente l’impalcatura teorica di queste credenze post-mortem cristiane lascia trapelare non poche contraddizioni. Mi immaginavo Meryem che mi chiede: ma insomma, dormono o risorgono?  stanno sedute a banchetto nella Gerusalemme Celeste, sono accolte nella “compagine dei defunti”(qualunque cosa ciò voglia dire) o riposano in pace? Diventano angeli ora, come pure è stato detto, o torneremo ad abbracciarci l’ultimo giorno? Se mai dovesse succedere, deposte le spiegazioni a sfondo filologico e storico religioso sulle stratificazioni culturali della cultura giudeocristiana, credo le risponderei onestamente: chi può dirlo. Non saremo noi a darci una spiegazione di queste cose, e non credo neanche che questa sia la mission delle religioni. Le religioni non spiegano, ma danno la spinta per riuscire a vivere senza capire. Sulla fiducia. Non è questa, alla fine, la fede?

Qualche parola con persone che non vedevo da anni, abbastanza per apprendere qualche altro particolare sulla vita di questa famiglia, ora tragicamente dimezzata. Come ha accennato anche il prete durante la predica, questa coppia aveva anche perso una terza figlia, giusto il giorno prima di quando sarebbe dovuta nascere. “Se c’è uno che può sopportare anche questa è lui”, mi ha sussurrato un altro conoscente. In qualche modo, potrebbe essere vero. Abbracciandolo ho incrociato di nuovo, dopo tanti anni, i suoi occhi chiari e, nonostante tutto, ci ho visto dentro una scintilla. Quel che è certo, pensavo allontanandomi, è che non è solo. Credo sia abbastanza evidente che erano molto amati in quartiere, in parrocchia.

Inevitabilmente allora mi chiedo perché mai io, ma anche altri di noi, ci siamo condannati alla solitudine. Forse siamo stati più arroganti? Più distratti? Più pigri? Un altro amico ricordava che Mimmo, una settimana dopo essersi messo con Laura, aveva dichiarato: “Questa è la donna della mia vita”. Immagino quanto sarà stato preso in giro per questa pretenziosa affermazione. Che peraltro si è rivelata assolutamente vera. E non certo per fortuna, ma per scelta, per impegno, per fatica fedele e reciproca, che non è mai venuta meno neanche davanti a prove dure. Oggi, io come altri, siamo andati a questo funerale per offrire conforto. Paradossalmente, ne abbiamo ricevuto. Sono grata, quindi, a questo amico che non frequentavo da tanto tempo e spero che continui ad avere la forza che ha dimostrato, persino oggi.

3 thoughts on “A caldo”

  1. Il tuo post è bellissimo, Chiara. Come scrivevi ieri o l’altro ieri, ci specchiamo nel dolore degli altri e ci chiediamo: perché a lui? io come reagirei? perché noi soli e lui con tutta la parrocchia intorno? Chissà quanti finita l’orgia rituale delle condoglianze sapranno essere vicini a quel che resta di una famiglia più che dimezzata.
    Io me lo chiedo sempre ai funerali, perché qua in paese usa tutto questo delirio di visite di gente che in vita nemmeno ti cagava e mi chiedo che senso ha. I miei morti erano lontani, ne ho visti pochi, ma non ho mai preso parte a questi riti di quartiere, le veglie notturne, i via vai in case senza nemmeno cibo (come al sud o in USA!)…
    Qualche tempo fa a pochi metri da me una madre ha seppellito il marito e i due bambini di 1 e 4 che lui aveva fatto volare dalla finestra insieme a lui. Non dimenticherò mai la compostezza della madre, anche loro molto cattolici e molto circondati dalla parrocchia…Io un pò li ho invidiati, io non ho dubbi: nei suoi panni mi toglierei la vita…ma poi chi può dirlo…
    Un abbraccio, e che tu possa portarti dentro la serenità che hai visto, nonostante tutto.
    mucuk 🙂

  2. Non lo so, su questa cosa della solitudine riflettevo proprio ieri. Io non l’ho mai vista come una condanna, ma come un (piccolo) prezzo da pagare per la libertà. E non so se, in un momento del genere, sentirei la solitudine come un peso o come un aiuto. Per mio suocero l’aiuto degli altri (famiglia e amici) è stato fondamentale quando è rimasto vedovo, perché aveva un figlio di 11 anni da crescere e non voleva farlo pesare agli altri due, più grandi. Però è anche vero che la stessa famiglia si comporta come un clan, la cui influenza non arriva a me per motivi di distanza e di carattere di mio marito.
    Ti abbraccio, deve essere stato terribile
    Chiara

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