Idrovore e piante pioniere


Il futuro è tutto da costruire, potrà essere anche peggiore ma ci sono due certezze: nulla resta immutato, il presente non è per sempre, e molto dipenderà da noi, dal nostro impegno, dalla nostra forza di non arrenderci, dalla nostra creatività e dal nostro coraggio. Leggevo ieri queste parole di Mario Calabresi su La Stampa e immediatamente ho pensato ai giorni che ho trascorso con Meryem e la Giovane Montagna nel Polesine. Una gita di tutto riposo dal punto di vista dell’impegno fisico (l’unico dislivello era quello che ci separava dagli argini del fiume e si aggirava sui due metri e mezzo), ma straordinariamente intensa. Il Polesine non l’abbiamo solo visto, ma ce l’hanno raccontato, con passione e competenza, le guide a cui ci eravamo affidati. Questo per me ha fatto davvero la differenza. Natura e uomo insieme, nemici e alleati. Fatica, pazienza, ingegno, coraggio. Quella di questo territorio è una storia bellissima e anche una potente metafora. Abbiamo iniziato a capirlo già il pomeriggio che siamo arrivati, al Museo della Bonifica. Se mi avessero detto che mi sarei commossa davanti a un’idrovora, non ci avrei creduto. E anzi, vi dirò: se fossi stata io a scegliere magari non ci sarei andata affatto, preferendo qualche vetrina di museo di antichità molto mono significativo. Avrei commesso un errore madornale. Davanti a quelle pompe stupefacenti, la nostra guida Sandro ha iniziato a spiegarci davvero dove ci trovavamo. Ci ha fatto notare come “i pesci nuotano più in alto di dove volano gli uccelli”, poiché il fiume scorre vari metri più in alto del livello delle campagne e incombe, letteralmente, sulle colture. Ci ha descritto la povertà vera di chi vive di nulla e con nulla. L’emigrazione che ha portato via tanti dal Veneto e da qui in particolare. E poi quell’impianto solenne, capace di riportare l’acqua in eccesso su al fiume e bonificare i terreni. Ci ha detto di quando suo nonno li portava, da bambini, a guardarlo, perché era quella macchina straordinaria che dava la possibilità ai suoi figli di continuare a vivere dove erano nati. Mi ha colpito l’eleganza del soffitto liberty, le targhe che tradivano la fierezza di chi aveva costruito quell’impianto con la consapevolezza che non era una macchina come un’altra. “Ca’ Vendramin parla”, ci diceva Sandro. Verissimo. Parla persino a me, che di pompe e caldaie non capisco nulla. Ma anche la natura, con il suo fascino discreto, ha fatto e fa la sua parte. Al giardino botanico di Porto Caleri, oltre ad aver conosciuto la salicornia – una pianta che avrei giurato fosse un parto della fantasia della Rowling e invece esiste, e ho avuto persino il coraggio di masticare una bacca (salata!!!!) – abbiamo visto con i nostri oggi come dalla sabbia le piante pioniere avviino un processo lento ma inesorabile che di fatto trasforma il terreno profondamente, fino a renderlo adatto agli arbusti prima e al bosco vero e proprio poi. Se non fosse stato per le zanzare, che lì prosperano come nel paradiso terrestre e raggiungono dimensioni e ingordigia ben al di fuori della media stagionale romana, anche quell’itinerario sarebbe stato perfetto. Natura, uomo, uomo, natura. La mattina dopo navigavamo sul Po di Venezia in motonave e il pensiero correva alle capanne di canne in cui si viveva prima, quando le alternative erano scarse o inesistenti. Quando possedere una bicicletta era segno di ricchezza e una scintilla di troppo poteva mandare in fumo tutto in un momento (per quello si sono inventati i camini a dado). Il faro, su cui immaginavo Montale e la moglie (“la talpa”) che salgono le scale un po’ a fatica e poi fissano lo sguardo su quella linea dell’orizzonte dove l’acqua cambia colore e diventa mare. E mi veniva anche da sorridere, ripensando a quando, il giorno precedente, Meryem armata di binocolo avvistava garzette e volpoche. L’avete visto Un anno da leoni? Comunque lei ha rischiato seriamente di odiarmi perché ho avvistato una nutria e un fagiano e lei no. Il birdwatching induce alla competizione, evidentemente (sì, la nutria non è un uccello, ma non state a guardare il capello).

In monastero con la Guerrigliera


Ormai mia figlia Meryem è una compagna di viaggio rodata. Per questo mi sono decisa, per il ponte dell’Immacolata, a proporle una gita di tre giorni, stavolta in gruppo. In torpedone. Con ampie parti del programma dedicate a visite culturali. Con pernottamento in monastero. In condizioni meteo che non si prestavano particolarmente a passeggiare nei boschi. Tutti elementi che avrebbero scoraggiato più di un genitore sano di mente. Cominciamo subito dal lieto fine: è stato un successone. Un po’ si deve alla fortuna: ha piovuto un po’, ma non ha mai diluviato e quindi le due gite previste, all’anello basso e all’anello alto de La Verna, si sono svolte regolarmente. Un po’ si deve al carattere sostanzialmente socievole e adattabile della Guerrigliera, che ha mugugnato appena un pochino all’inizio, ma poi si è inserita perfettamente e si è persino esibita in un assolo di spiritual in pullman. Un (bel) po’ si deve agli organizzatori (DdG, in gergo Giovane Montagna) che, al netto di qualche piccolo imprevisto, hanno ideato un programma ricco, vario e con apporti di guide e amici locali che hanno fatto la differenza. Un ultimo contributo al successo si deve agli standard bassi a cui è abituata mia figlia, che ha trovato confortevolissima l’accoglienza in monastero (“La doccia migliore che abbia mai fatto!”) e il cibo favoloso. C’era del vero, intendiamoci, ma il confronto con la nostra quotidianità sgarrupata aiuta. Abbiamo iniziato con un pranzo luculliano ad Arezzo (qui) preceduto da una breve passeggiata libera durante la quale ho colto l’occasione di prendere un lussuoso aperitivo analcolico con un’amica di web e figliola. Nel pomeriggio abbiamo passeggiato tre ore guidati da Serena, una guida efficientissima e appassionata, che personalmente ho trovato particolarmente illuminante. Abbiamo gustato Piero della Francesca, cogliendone appieno l’innovatività (ai frati committenti deve essere preso un coccolone: avevano assoldato un posato pittore gotico e si sono trovati un murales con veri tramonti e sederi di cavalli in primo piano. Praticamente un murales) e ci siamo immersi nella storia medievale e contemporanea in una prospettiva tutta aretina. In serata, sotto una pioggia battente, abbiamo guadagnato il monastero. La mattina successiva, in uno scenario degno di Tolkien, abbiamo percorso i tre km e mezzo dell’anello basso. Si tratta dei cosiddetti sentieri Frassati, che hanno costituito sicuramente l’attrattiva principale della gita. Molto fango, ma anche molta magia. 18   La giornata, poi proseguita nel pomeriggio con la visita di Camaldoli, non sarebbe stata la stessa senza la guita entusiasta e appassionata di Andrea, segretario della Sottosezione P.G. Frassati della Giovane Montagna. La visita di Camaldoli è stata abbastanza veloce e in gran parte occupata dalla cioccolata calda al bar. Ma, come ha osservato giustamente la nostra guida, è servita a scaldarci e, visto il clima fuori, la cosa aveva la sua importanza. Sul ritorno, Meryem sostiene di aver intravisto una volpe dal finestrino. Io non posso testimoniare personalmente rispetto alla veridicità dell’avvistamento, ma altri membri della spedizione hanno visto invece cinghiali e anche un cervo (pare). Il terzo e ultimo giorno è stato dedicato a una visita veloce del santuario francescano e al completamento del sentiero, con l’anello alto e la vetta del Monte Penna. Ancora una volta il percorso, breve e non eccessivamente impegnativo, era assolutamente alla portata di Meryem (e mia!). Da un momento all’altro mi aspettavo di veder comparire la casetta di Hansel e Gretel. Il percorso, mi dicono, sarebbe molto panoramico con condizioni meteo diverse (il modo condizionale, si sa, è stato inventato in montagna…). Ma la nebbia aveva il suo indubbio fascino. 13 19 Finisco per raccomandarvi caldamente un soggiorno a La Verna e le due escursioni che abbiamo fatto noi. La natura è meravigliosa, l’alloggio economico e confortevole. Noi certamente ci torneremo.