A mente fredda, sulle mucche danesi

L’altra sera mi sono ritrovata nel mezzo di una discussione su Facebook che ero impreparata a gestire perché mi faceva davvero arrabbiare, oltre ogni misura. Me la sono cercata. Quando si condividono notizie su argomenti sensibili bisognerebbe essere preparati alle reazioni. Quelle dei miei amici, peraltro, erano civili, educate, composte e non prive di ragionevolezza. Però mi sono resa conto che non riuscivano proprio a vedere il mio punto e questo mi ha rattristato assai.

La notizia era questa. Il Governo danese ha vietato la macellazione senza preventivo stordimento dell’animale, il che è generalmente considerato in contrasto con quanto prescritto dalle norme della macellazione rituale, sia ebraica che musulmana. Dopo essermi un po’ documentata, soprattutto qui, apprendo che non solo la Danimarca non è un caso unico (già da anni la questione si pone in Svizzera e mi pare di capire anche in Svezia), ma che soprattutto esisterebbe, con un po’ di ragionevolezza, la possibilità di mediare, trovando delle forme di stordimento dell’animale non in contrasto con la salvaguardia dell'”integrità fisica” prescritta dalla religione (a una lettura veloce mi pare che in Malesia si sia già proceduto in questo senso).

Concordo che in primo luogo è necessario sgombrare il campo dalle posizioni troppo ideologiche, a partire dalle facili battute sui cuccioli di giraffa. Quello che davvero mi ha disturbato è la frase “I diritti degli animali vengono prima della religione”, che pare il ministro dell’agricoltura danese abbia pronunciato a commento del provvedimento. Dovrei probabilmente andarmi a leggere tutto il contesto dell’intervista. Certo che, riportata così, mi pare un’affermazione aggressiva, violenta e potenzialmente discriminatoria. Io credo che la civiltà imporrebbe di trovare modi che riducano il più possibile le sofferenze di tutti gli esseri viventi. Ma un’affermazione come questa sembra trascurare il fatto che la religione non è un vuoto orpello, ma parte importante dei valori irrinunciabili di molti esseri umani. Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede. Detesto quando la semplice ignoranza (perché di questo molte volte si tratta) si autoproclama metro di civiltà.

La frase del ministro danese è decisamente infelice. Il provvedimento magari è giusto, ma solo se implica la volontà concreta di dialogare con le comunità religiose, composte da cittadini di pari dignità degli altri (animali compresi), per soluzioni condivise e migliori per tutti. Altrimenti è un civilissimo atto di prevaricazione. IMHO.

11 thoughts on “A mente fredda, sulle mucche danesi”

  1. Ciao Chiara, ho un commento del tutto fuori dal contesto, ma mi ha colpito molto quello che hai scritto : “Ci sono molti uomini al mondo, anche oggi, disposti a morire per la propria fede.” Il che è verissimo, sono esistiti, esistono e ne esisteranno……. ma è giusto? Quale e quanto indottrinamento ha ricevuto uno che ha deciso di morire per la propria fede? Io arrivo, forse, a comprendere uno che è disposto a morire per salvare un altro essere umano, ma per la propria fede?
    E’ indubbio che il ministro danese si è espresso male FORMALMENTE, ha usato toni e modalità aggressive, ma,secondo me, il succo, il merito del discorso è giusto. Nel 2014 è intollerabile dare ulteriore sofferenza a qualsiasi essere vivente.

  2. Qualcuno ritiene che le religioni siano superstizioni. Da un punto di vista puramente razionale, in effetti, è dura obiettare. Ma ammettiamole come idee. È più importante un’idea o la sofferenza di un essere vivente?
    Ma soprattutto, perché una religione dovrebbe far soffrire intenzionalmente degli animali?

  3. Allora, 6 mesi fa ho aiutato la mia vicina egiziana a sgozzare una gallina che poi se n’è andata in giro per un buon 2 minuti a sanguinare per tutto il giardino. Quindi so di cosa parliamo.
    Da un lato, non trovo bello far soffrire una bestia per riempirmi lo stomaco. D’altro canto, non dimentichiamo che i “nostri” metodi di macellazione si basano non sulla pietà, ma sul fatto che l’animale spaventato e sofferente lascia la carne più amara (almeno, questo è ciò che sostengono i norcini, devo chiedere a mio nonno macellaio se concorda).
    Quindi mi verrebbe da dire di non nasconderci dietro un dito, del benessere degli animali non ne è mai fregato molto neanche a noi.

    PS: peraltro, nessuno si sogna di fare una legge per vietare di lessare l’aragosta viva. E neanche le lumache se la passano troppo bene, va’.

  4. Vero. Se non altro il risultato raggiunto non è male, anche i motivi non sono nobili. L’aragosta, mah, io la vedo come un insetto, e infatti non la mangio. Credo che in Svizzera, oltre alla macellazione rituale, non sia permesso farla cuocere viva, ma non trovo riferimenti.

  5. Vi riporto il commento di Giulia, che non è riuscita a postarlo:
    Leggendo il tuo ultimo post sulle mucche danesi ho avuto sensazioni contrapposte. Spero di non farti nuovamente “arrabiare”, ma la frase I diritti degli animali vengono prima della religione mi ha trovata abbastanza concorde, almeno cosi, come prima sensazione. Ti scrive una che non appartiene ad alcuna comunità religiosa, ma che ha ebrei e cristiani nella propria famiglia di origine ed ha sposato un musulmano… e soprattutto mi ritengo molto sensibile alla religiosità.
    Ma, se capisco bene il tuo punto di vista, forse non è tanto il concetto in sé espresso dal ministro danese a trovarti discorde, il contenuto, quanto piuttosto la forma, il fatto che una simile dichiarazione sottindende, molto probabilmente, una totale insensibilità ad una componente fondamentale dell’essere umano, la religione, e quindi neanche il tentativo di cercare una via di conciliazione tra le diverse esigenze. Ed allora, qui, mi trovi pienamente concorde.

    Comunque, ho avuto la fortuna (almeno per me) di assistere allo sgozzamento del montone agli ultimi Aid al Kabir e, anche se la scena non è certo delle piu piacevoli, sono rimasta colpita sin dalla prima volta dalla “pulizia” della macellazione, nel senso che davanti a me non avevo alcuna scena trucida… Visto che, a parte questa piccola esperienza di Aid Al Kabir, sono decisamente ignorante su macellazione rituale e sofferenza animale, né mi sono mai posta molte domande in materia, ho voluto approfittare del link che hai inserito sul documento del Comitato di bioetica. Ed ho trovato una frase che mi è piaciuta particolarmente, che mi fa riflettere: Le macellazioni rituali, sacralizzando la procedura di uccisione dell’animale,ne sottolineano la gravità e la solennità: non è un atto ordinario, banale, che può essere compiuto senza riflettere sul fatto che esso significa dare la morte ad un essere vivente. L’inserimento della macellazione in un contesto religioso ha lo scopo di ricordare all’essere umano che egli non dispone arbitrariamente degli altri esseri viventi.

  6. E aggiungo che queste considerazioni mi hanno aiutato a mettere meglio a fuoco cosa penso. In effetti dice bene, Giulia. Non è nemmeno la frase in sé ad essere sbagliata. Che un essere vivente venga prima di un’idea o di un principio astratto pare legittimo anche a me. Quello che mi urta è che però quando parliamo di esseri umani mi pare ovvio che vadano tenuti in rispettosa considerazione tutti i bisogni della persona e non solo quelli che noi riteniamo “degni” con il nostro metro. La fede è (o, almeno può essere) un ideale di vita, quanto la libertà, la giustizia e altre “idee” per cui ci meraviglia assai meno che le persone siano disposte a sacrificarsi. Quanto erano “indottrinati” i partigiani di tutto il mondo e di tutte le parti politiche che, invece di starsene tranquilli a casa propria, hanno liberamente scelto di rischiare la vita per cambiare un sistema ingiusto? Insomma, quello che mi urta della dichiarazione (o forse del modo in cui è stata riportata) è che se ne ricava disprezzo e senso di superiorità non per “la religione”, ma per tutte le molte persone fisiche che la ritengono una componente preziosa e irrinunciabile della propria identità, storia e memoria.

  7. che dialogo interessante! avevo aperto ieri per mettere un commento ma poi ho visto quello di cinzia che aveva scritto le stesse cose che avrei scritto io e quindi mi sono limitata ad aspettare la tua risposta. è molto interessante leggere i diversi punti di vista.

  8. ho un pensiero e spero di riuscire ad esprimerlo senza essere fraintesa. anzi non lo spiego e descrivo solo la situazione che l’ha generato.
    partiamo dal presupposto che anch’io in linea teorica e detta molto grossolanamente la vedo come sofferenza vs superstizione.
    detto ciò, se bram mi venisse a dire che ha deciso di voler mangiare solo carne halal ci discuterei e cercherei di farmi spiegare il suo punto di vista nonché di convincerlo del mio.
    ma mercoledì che ho invitato a cena dei rifugiati afghani di età diverse, lingue diverse e livello culturale diverso, ho comprato la carne halal e zitta. perché in quel caso secondo me la possibilità di instaurare una discussione non c’era e le alternative erano li invito e si mangia halal oppure non li invito.
    quello che voglio dire è che non tutte le persone sono uguali e mentre alcune possono essere approcciate in un certo modo con altre serve un approccio diverso, altrimenti si rischia di fare muro contro muro e basta e questo non è mai costruttivo.

    1. Grazie, Francesca. Io credo davvero che le relazioni di qualità tra le persone vadano messe al centro. Porte sbattute in faccia, contrapposizioni preconcette, giudizi formulati a priori in modo dogmatico sono tutte forme di violenza. Mi rendo conto che quello che mi irrita davvero è l’ipocrisia di chi si strugge per la sofferenza di una coccinella e poi davanti a persone che muoiono di freddo o di fame dietro l’angolo si limita ad alzare le spalle. Una società accogliente è, sperabilmente, un posto dove si creano i presupposti per riscrivere insieme regole migliori. Però se qualcuno vuole fare il primo della classe raramente funziona.

  9. Premettendo che sono d’accordo con Chiara rispetto a cio’ che emerge dal dibattito, mi pare pochissima gente noti un punto fondamentale di tutta questa questione sull’halal: ci focalizziamo sui pochi minuti di sofferenza degli animali al momento di ucciderli, ma ce ne strafottiamo di come vengono trattati tutta la loro vita! per esempio nella maggior parte degli allevamenti intensivi dove le condizioni di vita sono veramente pessime, gli animali vivono in spazi miseri, praticamente uno sull’altro, vengono gonfiati di ormoni e in 1 mesi eccoti pronto un bel vitello grasso, in una settimana un bel pollo. Ovviamente quando gli animali sono cosi’ ammassatii bisogna anche imbottirli di antibiotici perchè le malattie si espandono molto velocemente. Tutta roba che poi finisce anche nel nostro piatto, se proprio ci fosse qualcuno che se ne fotte dei diritti degli animali. E non mi sembra che qualcuno abbia proposto una legge per impedire gli allevamenti intensivi. Il dibattito sullo stordimento mi sembra soltanto un argomento a favore dei razzisti contro i musulmani. Io sposterei il dibattito sul tema delle condizioni di vita, piuttosto che sulle condizioni di morte. E non voglio dire che queste ultime non siano importanti, ma mettendele sulla bilancia mi sembra chiaro che c’è un argomento che va affrontato prima. Altrimenti è solo ipocrisia e strumentalizzazione a favore di gente a cui degli animali frega proprio poco e delle persone ancora meno.

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