Parliamo d’Europa?

Si avvicinano, inesorabilmente, le elezioni europee. Ora di combattere contro il consueto senso di fastidio e di esasperazione che mi assale ogni qualvolta si arriva a un appuntamento politico. Giornali e siti già sbandierano sondaggi: gli italiani sono stanchi dell’Europa, gli italiani sotto sotto ci credono ancora, gli italiani si sentono europei, gli italiani prediligono le loro identità locali o localissime. La sensazione è piuttosto che, in questa lunga stagione di crisi, gli italiani e gli europei in genere non riescano più a alzare lo sguardo. Una politica esangue, che alterna liste sterili di “cose da fare” a messaggi allarmistici, non aiuta. Per non parlare di spettacoli pietosi tipo Meloni e La Russa che inscenano il finto sbarco chiedendo gli stessi privilegi degli immigrati (no, non ve lo linko: se ci tenete ve lo cercate).

Probabilmente la domanda sensata da porsi non è se vogliamo l’Europa, ma quale Europa vogliamo. Facciamo un piccolo reminder dei fondamentali?

Il progetto della casa comune europea è nato dall’esperienza diretta della guerra. Gli obiettivi, almeno sulla carta, sono chiari: la promozione della pace, dei suoi valori e del benessere dei suoi popoli. Quali sono i valori della pace? Alcuni sono esplicitati nei documenti fondamentali dell’Unione: tra gli altri, lo sviluppo sostenibile, la lotta contro l’esclusione sociale, la promozione della giustizia e della protezione sociale.

Nel 2000 l’Europa si è dotata di una Carta dei Diritti Fondamentali, condivisa da tutti gli Stati Membri. Oltre agli obiettivi, dunque, si è chiarito inequivocabilmente anche il modo in cui procedere per raggiungerli: porre la persona al centro di qualunque azione politica. Tali diritti non sono riservati ai cittadini dell’Unione: devono essere garantiti, com’è ovvio, a “tutti gli individui”.
“Il godimento di questi diritti”, conclude il preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, “fa sorgere responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future”.

Non tanto lontano dai confini dell’Europa, il conflitto in Siria uccide e mette in fuga centinaia di migliaia di civili innocenti, con la stessa irrimediabile irrazionalità che gli europei hanno sperimentato sulla loro pelle durante la Seconda Guerra Mondiale. In Africa e in Medio Oriente conflitti vecchi e nuovi creano ogni giorno migliaia di rifugiati. Come esercita l’Unione Europea la propria responsabilità nei confronti di queste persone?

Giusto oggi sono stati pubblicati un paio di rapporti, uno di Amnesty e uno di Human Rights Watch, su ciò che accade ai rifugiati siriani alle frontiere dell’Europa. Respingimenti e abusi commessi regolarmente, in buona parte finanziati da fondi europei e persino rivendicati come legittimi e necessari. La “casa comune” di un tempo sembra essere diventata un club esclusivo, una fortezza inespugnabile da difendere a tutti i costi.

Io sono però profondamente convinta che, se vuole tenere fede ai suoi valori fondanti, l’Europa oggi più che mai è chiamata ad aprire le porte a chi cerca asilo e a impegnarsi seriamente per agire con dignità e giustizia nell’accoglienza e nelle politiche sociali in generale.

Ho iniziato solo oggi a guardarmi intorno e a leggiugghiare qualche materiale elettorale. Il sito ufficiale del PD mi spiega che “il vero limite delle elezioni europee è che sembrano lontane dai problemi dei cittadini. Con questa campagna, è possibile ‘avvicinare l’Europa’ a casa delle persone”. Ottimo. E cosa ci propone di circolo PD di Bruxelles in materia di immigrazione e asilo, nel documento Europa 2014, questa volta è diverso?

“Immigrazione e asilo: con una vera gestione comune delle frontiere esterne dell’Unione, ad esempio, attraverso la trasformazione di Frontex in un vero corpo europeo di guardie di frontiera, l’Italia sarebbe meno sola nell’affrontare le emergenze migratorie”.

E questo è tutto, almeno lì. Pochino davvero. Pochino e assai discutibile.

Zelante, cerco nel programma del PSE, in cerca di uno sguardo più ampio.

“Gli Stati membri devono mostrare una reale solidarietà in  materia di politiche di migrazione e di asilo, per evitare che si
verifichino altre tragedie umane, e mettendo a disposizione risorse sufficienti. Per salvare vite, l’Europa e i suoi Stati membri sono chiamati ad agire in maniera solidale, dotandosi dei meccanismi adeguati per condividere le responsabilità. Vogliamo politiche di integrazione e di partecipazione efficaci e meccanismi di assistenza ai paesi da cui partono i migranti. La lotta alla tratta di esseri umani deve essere intensificata”.

Meno peggio, diciamo. Ma comunque vago e insoddisfacente. Un mix tra afflato umanitario da lacrime post Lampedusa e il vecchio e rassicurante adagio “aiutiamoli a casa loro”. La chiusa sullo spauracchio della “tratta di esseri umani”, poi, salva capre e cavoli. La si può intendere come Papa Francesco, ma ci si può far rientrare anche il proseguimento delle consuete politiche di contrasto dell’immigrazione clandestina, di cui sopra abbiamo avuto alcuni esempi. Più in là, al paragrafo “diritto alla sicurezza”,  il testo menziona anche la lotta al “crimine organizzato e trasfrontaliero”. Chissà cosa si intende, esattamente.

A conclusione parziale, potrei dire di essere certamente euroconvinta, ma anche assai europerplessa.

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