Mostri e altre meraviglie


Non siamo nuovi alle visite guidate di Alessandra. Ma quella di oggi mi ha fatto pensare. Io , Meryem e un gruppo di amici con bimbi messo insieme per l’occasione abbiamo visitato la mostra Mostri a Palazzo Massimo, a due passi da stazione Termini. Non sto qui a raccontarvi quanto è brava Alessandra (che è brava, appassionata e abilissima nel catturare l’attenzione dei piccoli), ma una recensione della mostra e del museo era doverosa.

L’esposizione è bellissima. Per una volta, davvero nulla da eccepire. Pezzi da togliere il fiato, atmosfera suggestiva, buoni pannelli esplicativi. Nessun sovrapprezzo sul prezzo del biglietto d’entrata, già piuttosto modesto (10 euro, bambini gratis) e valido per 3 giorni anche alle altre sedi del Museo Nazionale Romano (Terme di Diocleziano Palazzo Altemps – Crypta Balbi). E poi il Museo. Parliamone. I bambini dopo la mostra erano stanchini, quindi abbiamo dato solo una sbirciata veloce all’essenziale.

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Da svenimento. Un museo ricchissimo, pieno di reperti strepitosi e ben esposti. Io sono rimasta rapita soprattutto dagli affreschi della Villa di Livia, così ben conservati da permettere una sorta di tuffo nel passato. Ma anche le statue, i bronzi, gli avori, i resti della nave imperiale trovata nel lago di Nemi, i mosaici della Villa Farnesina… ed era solo la punta dell’iceberg, come si evince dalla pur sobria descrizione del sito ufficiale. Sobria al limite dell’understatement, se proprio vogliamo criticare qualcosa, oltre alla biglietteria lentissima (evidentemente disabituata a un afflusso superiore a zero). Ma io mi sono trovata davvero a farmi un esame di coscienza. Questo non è un museo triste e polveroso, che non possa competere con un qualunque museo europeo, non solo per numero e qualità di prezzi esposti, ma anche per allestimento. E’ a due passi da stazione Termini, raggiungibilissimo. Il prezzo del biglietto è fin troppo modesto. Certo, sul bookshop si può migliorare, ma comunque è più che dignitoso. Non c’è un bar, ma orsù, con il fatto che si può entrare e uscire per ben tre giorni non è una difficoltà a cui non si possa porre rimedio, specie considerando che nella zona di Termini c’è amplissima disponibilità di generi di conforto a tutte le ore del giorno e della notte. E allora, qual è la mia scusa? Perché non ci ho quasi mai messo piede e non l’ho mai neanche raccomandato a amici in transito a Roma?

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Rubo qualche considerazione alla mia amica Deborah, che era con me stamattina.

Roma. Oggi, complice Chiara Peri e la sua amica Alessandra, splendida e appassionata guida, abbiamo visitato con Livia un allestimento sui Mostri nell’antichità nello splendido Museo Romano di Palazzo Massimo. E ho pensato: mamma mia quanta bellezza, discretamente conservata in questi musei spettacolari ( e di musei in giro per il mondo ne ho visti parecchi ), una bellezza oserei dire dimenticata.
Lo splendido pugilatore a riposo di bronzo con le sue cicatrici, il volto insanguinato le mani avvolte nei guantoni di cuoio ha viaggiato oltreoceano di recente per essere esposta al Met di New York con grande successo di pubblico pubblicizzata con un enorme cartellone su Time square.
Gli affreschi della Villa Di Livia: un giardino incantato di fiori, frutta e uccelli su uno sfondo turchese ..pelle d’oca…. Gli affreschi e i mosaici della villa della Farnesina… uno splendore e infine la magnifica capsula del tempo: il corredo funebre di una bambina di circa 8 anni ritrovata anni fa su una via consolare con le sue bambole snodate ( insomma la Barbie ) le sue collane e tutti gli oggetti testimoni di una vita di tanti anni fa nella nostra città.
Questa nostra città, barbaramente devastata dall’incuria e dalla trascuratezza custodisce dei veri e propri tesori, nascosti perché noi romani possiamo trovarli per sentire la responsabilità di custodire un simile tesoro, per affidarlo al tempo come i genitori di quella bambina romana che i suoi genitori hanno seppellito tanti anni fa affidandole il compito di trasportare fino a noi quella bellezza perché sia eterna.
Visitatelo….

Ho avuto davvero lo stesso pensiero. Abbiamo una responsabilità, come genitori e come cittadini. Forse se noi romani mostrassimo di apprezzare in massa questi luoghi splendidi non solo i giorni di apertura gratuita (non venitemi a dire che è un problema di soldi: un cinema quanto costa?), forse se non ci lanciassimo solo a visitare le mostre iperpubblicizzate, forse se tutti mostrassimo di notare la differenza tra un museo ben allestito e ben tenuto e uno sciatto e deprimente, magari non si deciderebbe così a cuor leggero di chiudere questo o quel sito archeologico. I primi a dimenticare questa ricchezza immensa siamo noi stessi, pronti a protestare quando un giornalista ci fa notare che ci viene sottratta.

Chiudo con una proposta molto concreta. A San Valentino regalatevi una visita a un museo. In tutti i musei italiani si paga un solo biglietto in due. Lo sapevate? E se poi vi ho messo una specifica curiosità rispetto a Palazzo Massimo, Alessandra venerdì prossimo ci organizza una visita per adulti. Non garantisco che ci sia ancora posto, però.

Storni di Roma


Avrei voluto iniziare questo post con una dotta citazione dello storico arabo Ibn Khaldun, che già nel XIV secolo descriveva le acrobazie che questi piccoli uccelli descrivono nel cielo invernale di Roma. Ricordo bene il passo, che apriva la conferenza del mio professore Giovanni Garbini sulla Storiografia dei semiti a un congresso internazionale che è stata una pietra miliare della mia formazione accademica (si era a novembre 1992 e gli storni volavano appunto nel cielo sopra la villa della Farnesina). Ma non la trovo e dunque la sostituisco con questo video.

Già in un’altra occasione vi ho parlato di questo spettacolo straordinario, che mia figlia a tre anni e mezzo ha genialmente definito “una tempesta di uccellini”. Allora come oggi ripenso ai pomeriggi a via Palestro – che allora ospitava allora una sede distaccata del dipartimento di Studi Orientali dell’Università La Sapienza. Guardavo ipnotizzata quelle manovre aeree, che notavo per la prima volta, e riflettevo sui massimi sistemi. Potevo farlo, badate bene, perché ero all’interno di una stanza con doppi vetri, al quinto piano.

Lo spettacolo è oggettivamente straordinario, ma con alcune precauzioni. Meglio goderne da una certa distanza, protetti da un vetro, magari in ambiente tale che vi sia assicurato anche un certo meditativo silenzio. Perché, come ogni romano ben sa, da vicino è tutta un’altra storia. Il malcapitato passante a tutto pensa meno che ai frattali e alle armoniche simmetrie delle figure geometriche formate in volo. Pensa a sopravvivere come può. Studia soluzioni sperimentali che consentano di tenere con una mano l’ombrello, tapparsi il naso con l’altra e, possibilmente, non scivolare (non è impresa da poco, ve lo assicuro).

Roma di questa stagione, in punti sempre più numerosi della città (un tempo il fenomeno era assai più circoscritto), è sotto assedio. 4 milioni di pennuti,  starnazzano e fanno i loro bisogni con la stessa stupefacente attitudine al gioco di squadra che caratterizza le loro imprese di volo. Se credete che scherzi, leggetevi questo recentissimo lancio di agenzia. Anche il tentativo “social” di Adnkronos è coraggioso: “inviaci una foto su Twitter o su Facebook”. Per ora i commenti salaci superano gli scatti, ma è apprezzabile lo zelo di documentare l’ultima – sebbene antica – “emergenza” di Roma Capitale.

Credo dunque che il turista debba essere consapevole di questo fenomeno naturalistico, che ha i suoi pro e qualche contro importante. Ma soprattutto è bene che sia avvertito della principale contromisura prevista, ideata in pieno accordo con LIPU e Fauna Urbis: i così detti “dissuasori acustici”, noti anche come “distress call”  (grido d’angoscia). Queste urla terrificanti, che arricchiscono di imprevisti acuti la già impegnativa colonna sonora della città al tramonto, pare che simulino il verso del falco pellegrino. Se funzionino non saprei dire. Certo è che tutto il pacchetto di stimoli acustici, tattili, olfattivi e visivi è un’esperienza che non si dimentica facilmente. 

Back home


Telegraficamente, vi annuncio che alla fine siamo tornate. Praticamente all’ultimo momento utile per il mio ritorno al lavoro, domani. Ho gli occhi, la mente e il cuore ancora traboccanti di bellezza. Il nostro itinerario è stato ricchissimo, zeppo di sorprese, scorci inattesi, regali, consigli, idee straordinarie. Io e Meryem abbiamo sperimentato l’ospitalità in tutte le sue sfumature e goduto dell’infinita varietà del mondo, declinata in paesaggi, specie animali, case, famiglie, caratteri, accenti, esperienze.

Credo che si intuisca che il friendsurfing lo rifarei (e spero che lo rifarò) mille volte ancora. Ringrazio ancora pubblicamente tutti quelli che ci hanno accolto, sopportato, voluto bene, incoraggiato, che hanno cambiato programmi, viaggiato a loro volta, spostato letti, fatto lavatrici (talora dal contenuto improprio), incomodato familiari e animali domestici, preso in prestito macchine e persino furgoni per essere parte della nostra vacanza zingara. Un grazie speciale anche a chi ci aveva offerto ospitalità e non siamo riusciti a includere in questa prima galoppata. Sto già meditando la prossima, non pensiate di averla scampata.

A prestissimo!

Friendsurfing


Eccoci alla vigilia di una vacanza che è un po’ la fotografia della mia condizione esistenziale attuale. Nel bene e nel male. Un salto nel buio e, allo stesso tempo, l’esito di molte riflessioni. Una vacanza che, nelle mie intenzioni, mi assomiglia.

Resa possibile dalla rete. Questa è forse la caratteristica più stupefacente. Non nel senso che è “prenotata su internet”, nell’accezione più anonima del termine. Affatto. Ma la rete ha reso possibili contatti e legami, alcuni “nuovi” (ma ci comprendo anche chi ho incontrato su questo blog 9 anni e tre figli fa, non so se mi spiego) e altri più tradizionali, ma che probabilmente senza mail e social network a quest’ora avrei perso per strada. Questi amici, con generosità, si sono resi disponibili a ospitare me e Meryem. Per questo mi piace pensare questo viaggio come “friendsurfing”. Un coachsurfing a modo nostro, dove più che la logistica conta la gioia di rivedere tante persone care (e di conoscerne alcune).

Con mia figlia. La prima vacanza da sole, l’estate scorsa, ha segnato un punto di svolta e di passaggio. Quest’anno sono pronta a raccogliere i frutti di un altro anno di strada insieme. E sono assai più ottimista. Abbiamo aggiornato le nostre parole segrete, infilato la sua Tigretta nello zaino e siamo pronte (spero).

Itinerante. Sento fortissima l’esigenza di fare un viaggio per il viaggio, senza sapere nemmeno esattamente cosa troverò. E’ sempre stato più nelle aspirazioni della mia anima che in quello che davvero sono riuscita a fare nella mia vita. E’ ora di cominciare una fase nuova, in cui cercare di non lasciarsi scoraggiare dalle tante mancanze che pure ci sono (di soldi, di tempo, di capacità, di coraggio). Non farò finta di essere ricca, coraggiosa, paziente, capace, piacevole. Ma cercherò di vivere queste settimane più serenamente del solito, gustandomi quel che arriva. Ho cercato di ridurre le aspettative precostituite al minimo, per far spazio alle sorprese grandi e piccole.

Volete seguirci sui social? Conto sul mio fido Androide, sperando che non mi tradisca. Saremo su Facebook (qui la bozza del programma di viaggio), su Instagram, su Twitter… I nostri hashtag saranno: #friendsurfing, #inviaggioconmeryem e, naturalmente #bellezzagratis. Quella non ce la vogliamo dimenticare mai e sarà il fil rouge delle nostre e, vi auguro, anche delle vostre vacanze.

Orrore e bellezza


La mattina della festa della mamma non è iniziata nel migliore dei modi. Immaginavo una passeggiata senza impegno ai Fori Imperiali, complice la bella giornata di sole. Io e Meryem siamo sbucate dalla metro di Colosseo mentre iniziava a sfilare il corteo “per la vita”. Ammetto che non solo non lo sapevo, ma non ero preparata. Ho letto cartelli che erano schiaffi in pieno viso per una come me. Non ho visto la croce ornata di feti, ma ho visto striscioni dello stesso morboso cattivo gusto. E’ la prima volta che mi trovo davanti un corteo organizzato di fondamentalisti. Vederli sfilare lì, sotto il Colosseo, accanto a tanti ragazzi che partecipavano a una manifestazione sportiva, mi ha fatto molta impressione. Come sempre, in queste manifestazioni sul diritto alla vita, i titolari del diritto sembrano essere esclusivamente i feti. Dopo la nascita ciascuno può morire come meglio crede. Non mi pare una coincidenza che non si faccia mai menzione, in questi contesti, dei milioni di vittime innocenti dei conflitti del mondo, dell’iniqua distribuzione delle ricchezze del pianeta, della nostra indifferenza, dell’incompetenza e del cinismo di chi eleggiamo a governarci e amministrarci. Aggiungo solo una notazione: anche rispetto alle varie forme di disabilità, alle malattie genetiche, alle sindromi le più varie, mi pare che la preoccupazione di questi attivisti si limiti al tentativo, anche violento, di scongiurare l’aborto. Poi ognuno si impicchi come può. Si torna oggetto di interesse solo se si è ridotti allo stato vegetativo.

Questi e altri più cupi pensieri cercavo di camuffare stamattina ai Fori Imperiali. Prima che Meryem mi facesse troppe domande, mi sono rituffata nella metro e ho sfoderato il piano B: Palazzo Barberini. Sapevo che l’ingresso era gratuito e che c’erano dei laboratori. Ma confesso che non nutrivo grandi speranze né aspettative. E invece. Anche la tempistica ci ha favorito. Siamo arrivate proprio mentre cominciava una piacevolissima esibizione di ottoni: ragazzi e ragazze di varie età hanno suonato brani rinascimentali, spostandosi tra il cortile e il porticato, con le trombe che si affacciavano dalla balconata. Il maestro spiegava i pezzi in un linguaggio accessibile anche ai bambini presenti. Poi ci siamo andate a registrare per entrare.

“Per la bambina laboratorio?”. Ne iniziava uno di lì a un quarto d’ora. Era prevista un’ora e mezza: 45 minuti di visita per bambini e 45 di laboratorio didattico. Ok, la Guerrigliera era entusiasta. “E per lei visita guidata?”. Oddio, ma farò in tempo? Mi spiegano che la sincronia è assicurata: farei parte del gruppo giallo, che finirebbe la visita giusto in tempo per riprendere la fanciulla all’uscita dalle sue creative attività. Tutto gratis, ovviamente. Ok, perché no? Ci affacciamo nella stanza dei laboratori e Meryem riceve al volo una maglietta graziosissima, che ne sancisce l’appartenenza al gruppo dei gialli e viene invitata a iniziare a familiarizzare con guide e animatrici. Insomma, me la sequestrano un quarto d’ora prima del previsto. Io sono frastornata. Gironzolo incerta in attesa che inizi la mia visita. Mi rendo conto che io non so neanche cosa ci sia, a Palazzo Barberini. Ricordo confusamente una conferenza organizzata dal Circolo dell’Areonautica. Ma, appurerò poi, dal 2006 è tutto museo.

La mia guida è una giovane storica dell’arte della sovrintendenza, evidentemente un po’ provata (era la sua quarta visita consecutiva), ma comunque molto professionale. Quando si parte, finalmente, mi rilasso. Non sapere cosa mi aspettava accresce l’impatto. Certo, la visita è appena un assaggio (45 minuti), vista la ricchezza della collezione. Ma anche la piccola selezione che visitiamo è sufficiente a immergermi nella bellezza, quella vera, assoluta, universale. Quella di cui le giornate in salita hanno tanto bisogno.

Poi sono andata a prendere la Guerrigliera entusiasta, a cui è stato anche fatto omaggio di una pregevole raccolta di schede e stickers sulla Galleria Borghese dal titolo Incornicia l’arte.

Il tutto faceva parte del progetto “L’Arte si mette in gioco” realizzato da Il Gioco del Lotto-Lottomatica in collaborazione con la Galleria Nazionale di Arte Antica in Palazzo Barberini. Meryem ha molto apprezzato anche la visita: mi ha parlato di una specie di caccia al tesoro, in cui dovevano rintracciare degli elementi della scheda che avevano nei quadri di alcune sale e anche del fatto che hanno potuto saltellare tutti insieme per i gradini bassi della scalinata di Borromini. La visita era prevista anche per i bambini sordi, in collaborazione con una onlus specializzata.

Trovate qui la versione di Meryem del Ritratto di Erasmo da Rotterdam. Quella a sinistra è una libreria e quello al centro un libro (nel caso non lo aveste capito da soli).

 

Napoli, punti di vista


“Ma a Napoli bisogna andarci con il bel tempo…”. La gentile obiezione del giovane carabiniere, stamattina, non era solo un luogo comune. Dava voce a una profonda, antica saggezza. Ma la risposta di Nizam era pure molto vera: “Questa giornata abbiamo..”. Le previsioni recitavano “coperto”. Le più pessimiste “pioggia leggera”. Sul Freccia Rossa erano diventate addirittura “poco nuvoloso”. E io ero immersa con decisione nella mia immagine della nostra gita di famiglia, a cui non volevo rinunciare. Questa.

Lungomare Caracciolo. Noi saltelliamo come tre vispe Terese davanti al panorama mozzafiato del Golfo. Ci inseguiamo nei vicoletti del Borgo Marinaro fino a Castel dell’Ovo e poi pranziamo in una pizzeria tipica vista mare, per goderci la brezza e lo scintillio del sole sulle onde. Poi caffè al Gambrinus, passeggiata a piazza del Plebiscito, eccetera eccetera.

Meryem intanto socializzava con un paio di bimbe e Nizam, semplicemente, russava.

Ecco, il primo impatto con la città è stato molto diverso da come me lo figuravo io. Ma anche, e soprattutto, da come se lo figurava il kebabbaro. Contrariamente a quanto si crede, i mediorientali veri, specie se da tredici anni soggiornanti in Europa, colgono meno degli altri il fascino decadente (e il casino) del Mediterraneo. All’assalto della “metropolitana” direzione Pozzuoli, il curdo aveva lo sguardo agghiacciato che avrebbe potuto avere la moglie di un attivista leghista nella stessa circostanza. Quando poi siamo scesi, semplicemente, pioveva che Dio la mandava. Sul lungomare, in gran parte peraltro chiuso, le raffiche di vento hanno rapidamente avuto la meglio sui nostri malandati ombrelli. Del Vesuvio non si vedeva la minima traccia, al di là della coltre di nuvole grigio antracite.

A questo punto la mia visione della gita è bruscamente diventata quest’altra:

Ecco, la nostra gita è un disastro. Non ne faremo mai più un’altra. Ora prendiamo un taxi e torniamo in stazione. Anzi, non capirò mai come si arriva alla stazione. Sono sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato, eccetera eccetera.

Non vi nascondo che abbiamo attraversato un momento un po’ critico. Nizam virava pericolosamente sul sarcastico, Meryem ha cominciato a lamentarsi per le scarpe zuppe. Ma a un certo punto, all’imbocco di via Carlo Poerio, siamo riusciti in qualche modo a ritrovare il bandolo della nostra gita. Presa consapevolezza che il mio programma non era fattibile, abbiamo cercato di fare l’unica cosa possibile: cambiarlo. Nizam si è messo a contrattare con un bengalese per tre ombrelli nuovi (uno, il più grande, ho poi provveduto a dimenticarlo sul treno). Abbiamo puntato a piazza del Plebiscito (sbagliando strada e percorrendo un lunghissimo tunnel per macchine, ma insomma, in qualche modo…). Abbiamo dato un’occhiata al Gambrinus e alla piazza e poi, saggiamente, salutato la costa per ripiegare su per via Toledo. Ci siamo infilati in una pizzeria a caso, abbiamo mangiato una pizza. Non abbiamo avuto visioni angeliche, ma insomma, era una pizza, napoletana. Meryem ha mangiato con entusiasmo.

E poi non pioveva più. Tutto ci è parso più facile, e anche più vicino. Ce ne siamo andati a Spaccanapoli. Santa Chiara, Scaturchio, San Gregorio Armeno. San Lorenzo, purtroppo senza Napoli sotterranea. Io qui mi sono rianimata sul serio. La Canon è rimasta nella borsa umidiccia, ma la mia visione della gita è cambiata di nuovo.

Una chiesa gotica alta, pulita, leggermente bicolore, con un camminamento intorno all’abside maggiore che mi porta verso il Nord Europa. Scorci, mura dai colori pastello accentuati dall’acqua, un ragazzo che guida la Vespa con una sola mano e con l’altra regge un vassoio con tre caffè. La statua del Fiume Nilo, che mi ricorda un’antica gita. Meryem che cerca di collaborare in tutti i modi, mostrando entusiasmo e vincendo la tentazione di lagnare. Le rose, immense, sui resti delle terme a Santa Chiara. Ci sono di nuovo. 

Ad essere onesta, non credo che il curdo abbia apprezzato particolarmente. Ma lui, come vi dicevo, non è il tipo che va matto per il fascino decadente dei centri storici mediterranei. Mettiamola così: oggi si sente un po’ più felice di vivere a Roma. E Meryem? Credo che abbia gradito. Certo, non quello che è piaciuto a me. Ma ha gradito certamente di essere con noi.

Ne è valsa la pena? Direi di sì. Potevamo scegliere meglio la giornata. Potevamo avere maggior prontezza nel cambiare programma. Insomma, potevamo fare di meglio. Ma ne valeva la pena, fosse solo per realizzare che Meryem ha camminato, praticamente senza pause, dalle 10.30 alle 16.30. Ha fatto la turista in un contesto non esattamente amichevole per i bambini. Non solo non ha reso le cose più difficili, ma ha capito benissimo la situazione e ha contribuito a migliorarla. Mi ha visto scoraggiata, in pizzeria, e mi ha assicurato che si stava divertendo e mi ha incoraggiato. Davvero. Come un’amica saggia. Ecco, se ripenso a oggi, la prima cosa che mi torna in mente siamo io e lei nel bagno di una pizzeria niente di che, dalle parti di via Toledo. Forse il nostro primo momento di complicità femminile.

 

Buon Natale


Di Roma, si intende. 2766 anni dalla fondazione. E, dopo qualche esitazione, ho deciso di partecipare con Meryem alle manifestazioni al Circo Massimo, che avevamo “annusato” già lo scorso anno. Oggi, complice il tempo fantastico e la congiuntura favorevole, siamo rimaste più a lungo, con tanto di picnic sul prato.

E’ stata una bella festa. Certo, non c’era spazio per la didattica che era stata proposta, con più efficacia, nella cornice più raccolta e ristretta dei Ludi Romani, a settembre scorso. Ma era più sempre gradevole, colorato, partecipato. La sfilata era variegata, con chi ci credeva di più e chi ci credeva di meno. Tantissimi bambini e famiglie, anche tra i figuranti. Premio simpatia per il gruppetto di egiziani veri, che si sono incollati con allegria una lettiga completa di Cleopatra. Hanno partecipato anche alcuni gruppi cittadini europei (rumeni, tedeschi), qualcuno con appresso il sindaco. Gli annunci al microfono, poi, erano esilaranti: “Attenzione prego: la dea delle acque è pregata di contattare la postazione di regia”; “La tredicesima legio Gemina e la terza Partica sono pregate di trovarsi schierate lungo la spina del circo, alla destra del cipresso”.

Il programma del pomeriggio, a parte una anacronistica ma decisamente spettacolare esibizione di paracadutisti, si è aperto con la drammatizzazione della vicenda ben nota: Rea Silvia, Romolo e Remo, la lupa e via così, fino al volo degli avvoltoi. Meryem ne ha approfittato per ripassare la storia, già sentita da Alessandra in occasione di una visita al Palatino. Una cosa non ricordava (e a dirla tutta, neanche io): l’uccisione di Remo. E non le andava né su né giù. “Ma come, non gli dispiace di aver ammazzato suo fratello?” “…” “E a Dio, non dispiace?” (Beh, figlia mia, se lo inceneriva lì su due piedi la storia antica avrebbe preso un’altra piega…) “E agli abitanti della città, agli aratori, non dispiace che quello è morto?”. Ora, a parte il fatto che non giurerei che l’attività prevalente dei primi abitanti di Roma fosse portare a spasso l’aratro (anche se l’enorme attrezzo protagonista della scena poteva suggerirlo), a me non risulta, in effetti, che sia stato indetto un lutto cittadino per il povero Remo. Ma aspetto con ansia di essere smentita.

“Sai, mamma, io qualche volta litigo con gli amichetti, ma non li ammazzo mica…”. Meno male, va. Speriamo che non cambi idea.

Ho appreso con piacere che il Gruppo storico Romano ha ottenuto in gestione il Ludus Magnus, il sito della palestra dei gladiatori adiacente al Colosseo, verranno ricostruite, con la supervisione scientifica del Dipartimento di Storia e Filosofia di Tor Vergata, gli ambienti originari: mensa, cucina, camerate, dormitori, sale ludiche, armerie e via dicendo. Noi abbiamo visitato il Ludus Magnus e, nonostante la bravura di Alessandra, abbiamo dovuto constatare che il luogo era davvero poco accogliente. Mi sembra una buona cosa che si inizi una sperimentazione così. So che molte persone colte e specialisti, inclusi miei amici che stimo profondamente, inorridiscono al solo pensiero. Mi rendo conto che si possono fare molti progressi, ed è certo auspicabile. Ma non riesco a rammaricarmi di iniziative come queste, che sono pur sempre occasioni di coinvolgimento e di godimento della nostra splendida città, che troppo spesso contribuiamo a trascurare.

Per i turisti (e i romani) in visita al Circo Massimo: vi segnalo che da oggi al 16 giugno è aperto al pubblico il roseto comunale, che sorge sul sito dell’antico cimitero ebraico di Roma.  Immagino che per gli appassionati e competenti di rose sia una vera chicca, ma anche per i profani è un godimento. Ingresso libero, comode panchine dove, eventualmente, consumare anche un panino e una festa di colori e profumi. Oggi una deliziosa signora (appassionata di rose e anche docente di scienze) ha spiegato gentilmente a me e a Meryem come i semi della rosa canina vengano trasportati dagli uccelli (e non dal vento, come avevo sparato io, facendola trasalire vistosamente). Comunque se capitate da quelle parti non ve lo perdete. In particolare dal 19 maggio sarà aperto tutto e la fioritura dovrebbe essere al massimo.