Bangkok, qualche dritta


Cari lettori, uomini e donne di mondo, credo che voi abbiate realizzato che quando mi hanno detto che a Bangkok ci potevo andare davvero, ho formulato un pensiero preciso: “Ma quando mi ricapita?”. Dal che avrete dedotto che, nonostante lo spirito viaggiatore del mio segno zodiacale, tra le aspirazioni e la mia realtà quotidiana ce ne corre. Con la consapevolezza dei miei limiti e delle mie peculiarità, vorrei condividere qualche spunto per la vostra visita di una città che merita di essere conosciuta (magari in un viaggio più lungo, dedicato a scoprire le bellezze naturalistiche del Paese).

Prima confessione: alla fine non ho visitato l’attrazione principale di Bangkok, il Palazzo Reale e il Tempio del Buddha di Smeraldo. Sembra un’eresia, ma alla fine il tempo che avrei potuto dedicare non valeva il prezzo del biglietto, che è rilevante (non tanto in termini assoluti, ma certamente in termini relativi) e probabilmente proporzionato al tempo che la visita merita. Segnalo inoltre che lo stesso biglietto dà accesso al parco reale di Dusit, che pure non ho fatto in tempo a visitare. Quindi a queste cose voi dedicherete uno dei giorni in più che avrete rispetto a me. Ma, secondo me, non il primo. Per il primo approccio io sceglierei qualcosa di più soft e meno preso d’assalto.

L’ho già detto in un altro post: partite dal fiume MaeNam Cho Phraya. I battelli da prendere sono senz’altro quelli pubblici, sia per il prezzo che, soprattutto, per il colore locale. Li riconoscete dalla bandierina arancione. Il viaggio sul fiume è il benvenuto migliore che la città può darvi.

Grattacieli, templi, hotel (date una sbirciata al lussurioso giardino dell’Oriental!), baracche di legno, edifici in stile coloniale un po’ cadenti. In fondo, lo SkyTrain, che imparerete ad amare. Presumibilmente vi muoverete tra il molo di Tha Saton (coincidenza con lo Sky Train Saphan Taksin) e la fermata di Tha Chang, buona per il Palazzo Reale. Però, la prima volta, scendete a Tha Tien, al molo prima. Lo riconoscete, perché è proprio di fonte all’inconfondibile sagoma del Wat Arun, e puntate al tempio Wat Pho, sede della scuola di massaggi. Nessuno dei templi di Bangkok è particolarmente antico, ma questo per me è stato un eccellente debutto in oriente. La statua del Buddha sdraiato è impressionante. Altro che cattedrali gotiche, che farebbero sentire la limitatezza della natura umana rispetto agli slanci celesti delle guglie: provate ad abbracciare con lo sguardo un manufatto di 46 metri rivestito d’oro e ne riparliamo. Io, per caso, ho fatto una magnifica esperienza che voi potreste pianificare: mi sono concessa un massaggio thai di un’ora, che è finito dopo le 19. A quel punto il tempio era deserto (l’ampiezza del complesso comunque fa sì che, anche nelle ore di punta, la presenza dei turisti si ammortizzi bene), il tramonto ha sfumato di rosa le guglie policrome e, al ritorno, il viaggio sul fiume nel buio della notte ha avuto un sapore particolare. Occhio, però: l’ultima barca è alle 19:30. Con un taxi a quell’ora potreste metterci ore a rientrare. Per quanto riguarda il massaggio, i puristi obietteranno che ci sono posti migliori, più confortevoli e probabilmente con un miglior rapporto qualità-prezzo. Probabilmente è vero. Ma il setting conta, ed è difficile immaginarne uno più adatto (e più lontano da ogni possibile ambiguità).

Per uno, come me, a cui le religioni interessano (anche nella loro dimensione antropologica), Bangkok è una pacchia.

Con immensa soddisfazione ho visitato il Wat Saket (da cui si gode un raro panorama d’insieme della città), soffermandomi a guardare i rituali e le preghiere, decisamente intensi e trasversali a classi sociali e generazioni. Mi è piaciuto anche il tranquillo Wat Mahathat, sede di una scuola di meditazione e luogo dove le famiglie trascorrono molte lente ore alla memoria dei loro defunti, nei lunghi portici gremiti di statue d’oro di Buddha, sotto il ventilatori di foggia antiquata. Qui è là, cani sonnacchiosi. Fuori, una via intera dedicata al mercato degli amuleti.

Io credevo fosse una tipica attrazione per turisti alla ricerca di colore locale. E invece ci ho trovato una serietà che non mi aspettavo. Molti clienti esaminavano attentamente oggettini apparentemente identici, servendosi alla bisogna di apposita lente di ingrandimento. Apriamo una parentesi sui monaci. Da un lato mi sentivo a disagio a fotografarli, dall’altro come resistere a quella macchia calda di colore zafferano che parla da solo? Questo della foto sopra, poi, con tutti i suoi tatuaggi, era irresistibile. I monaci hanno precedenza assoluta anche per i posti sull’autobus e persino in aeroporto (confesso che, se non l’avessi saputo, non sarei stata in grado di decifrare il disegnino sul cartello, che ricordava un po’ una mummia e invece rappresenta, stilizzato, il drappeggio della veste arancione).

Il top del top dei templi però non l’ho potuto fotografare (purtroppo è vietato). Non è famoso, ma merita assolutamente una visita. Si chiama Sri Mariamman ed è, in buona sostanza, un tempio induista. Non sono mai stata in India, quindi forse per questo l’atmosfera mi ha colpito così tanto. Io un tempio fenicio me lo immagino un po’ così. Statue, offerte di cibo nelle più varie forme (dai frutti alle focacce di fogge precise), incenso, fiori, statue, musica. Bancarelle che vendono oggetti necessari alla devozione, fedeli che consegnano le loro offerte nelle mani di sacerdoti (oddio, probabilmente non è la parola giusta), che le depositano nel penetrale, che si può soltanto sbirciare. A un certo punto, mentre giravo in punta di piedi, sentendomi allo stesso tempo deliziata e fuori luogo, un addetto del tempio (vestito solo di un panno bianco drappeggiato sui lombi) mi ha fatto segno di avvicinarmi e mi ha apposto il pallino rosso sulla fronte  – che non so neanche come si chiama – usando una sostanza che non saprei definire e, per fortuna, non era indelebile. Tuttavia ho fatto la turista per alcune ore sfoggiando un incongruo pallino dall’aria sanguinolenta. Ebbene, nessuno mi ha guardato con curiosità o con ostilità (o almeno non l’ha fatto in modo evidente).

Il traffico e lo smog, oltre ai marciapiedi dedicati in prevalenza alla compravendita e al consumo di generi alimentari della più varia natura, rendono ardua la vita del pedone. Dopo una mattinata dedicata all’esplorazione di Chinatown e simili, proverete un’ondata di amore per i centri commerciali e soprattutto per il mitico Sky Walk, che permette di spostarsi guardando dall’alto la vita brulicante della città, respirando. Apriamo una parentesi sullo shopping. La mia teoria è che come a Gerusalemme anche le persone meno fervide vengono colte da deliranti crisi mistiche (la cosiddetta sindrome di Gerusalemme), a Bangkok anche i più incalliti downshifter vengono indotti ad acquisti compulsivi e irrazionali. Ho visto con i miei occhi una fanciulla ligia e economicamente sobria comprarsi nove vestiti senza battere ciglio. Per quanto mi riguarda, ho avuto un solo tragico cedimento. Ma chi mi frequenta su Facebook lo sa. Il centro commerciale MBK è giustamente mitico (fermata Skytrain National Stadium). Per la cronaca, giusto davanti al MBK c’è il Bangkok Art & Culture Centre: non perdetelo. E’ un’oasi di tranquillità e io ho visto una notevolissima mostra di quadri realizzati con capelli (un’azione di sensibilizzazione sulla prevenzione del cancro).

Chiudo questo post con un suggerimento, tratto dalla Lonely Planet. Toglietevi lo sfizio della scorciatoia sul canale. Vicino a Wat Saket c’è un canale navigabile, inquinatissimo. Si prende una barca piatta al molo di Tha Phan Fah e in men che non si dica (per soli 15 baht) sarete catapultati dalla Montagna Dorata alla commercialissima Siam Square. E avrete fatto un’esperienza indimenticabile: quella di partecipare, dal basso, all’assalto a un mezzo di trasporto molto instabile durante l’ora di punta (apparentemente è sempre l’ora di punta). 


A Bangkok ho imparato che…


1) No, è inutile che cerchi le strisce pedonali. Nella maggior parte dei casi non esistono. Hai presente quello stradone che sembra un autostrada? Ecco, fai le preghiere del caso (anche più di una religione è ammessa) e lanciati. Ah, non ti avevo ricordato che, sebbene la Thailandia non sia mai stata una colonia inglese, guidano dall’altra parte? Peccato. Se guardavi dalla parte giusta forse avresti visto quel tuk tuk.

2) Prima di un massaggio thai la signorina ti chiede: “Hai qualche dolore?”. L’unica risposta corretta è “Non ancora”. Però il massaggio è un po’ come il parto. Alla fine è tale il sollievo che sia finito che ti senti da Dio.

3) La cucina thai è un po’ come la vita: non sai mai cosa aspettarti. In realtà il fine è farti provare tutto nello stesso piatto: il morbido e il croccante, il piccante e il dolce. Senza risparmiarti davvero nulla. Se poi l’ultimo boccone è un pezzo di peperoncino o un’erba amarissima, pazienza. Puoi sempre ritentare con un’altra porzione, bilanciando meglio. E’ un po’ come il massaggio: l’armonia dell’insieme vale bene un po’ di sofferenza.

4) Ma come, grattacieli e baracche? Skytrain e canoa? Scarpe griffate e piedi nudi? Sei davvero sicuro che sia una contraddizione? Certe volte Bangkok mi ricorda terribilmente Vecchio Maestro. I fan dell’Albero Azzurro capiranno. Mi immagino sempre di leggere da qualche parte un cartello che recita: “Non hai le scarpe? Allora cammina senza”. Forse però sarebbe in thai e non lo capirei. Sta di fatto che questo insieme apparentemente irrazionale in qualche modo funziona e ha una sua efficienza.

Dalla città degli angeli


…cioè Bangkok, mica Los Angeles. Prima impressione? Una signora città. Magari non di una bellezza dirompente, di quella che ti stende al primo colpo (tipo Roma o Istanbul). Ma comunque capace di catturarti con la sua imprevedibilità gentile. Salendo sul taxi all’aeroporto (me ne è toccato uno giallo e verde, quasi sobrio rispetto a quelli fucsia) ho subito capito che ero in Asia da un tocco inconfondibile: il copri-leva del cambio realizzato all’uncinetto. Rosa, con volant viola e bianchi. Queste meraviglie le ho viste solo a est dei Dardanelli. Ammetto che tra volo, fuso orario e stradone anonime, probabilmente ci avrei messo un po’ a entrare nella città. Ma io avevo l’arma segreta: Marielou. Ero arrivata da cinque minuti e mi trovavo sotto la doccia, quando l’ho sentita chiamarmi dal corridoio difronte alla mia stanza. Detto fatto, io e la mia compagna di stanza maltese (arrivata anche lei in quel momento) ci siamo infilate qualcosa addosso e via. L’ottimistica mappa fornita dal JRS situava la fermata della SkyLine (la metro sopraelevata) giusto dietro l’angolo. In realtà c’era da percorrere una ventina di minuti di stradone trafficato. Ma l’olandese volante aveva già la soluzione. La vediamo saltare su una motoretta e indicarcene altre due. Il moto taxi! Così, con allegria, senza casco e senza formalizzarsi troppo. Un’esperienza. La mia prima immagine di Bangkok è senz’altro la testa bionda di Marielou che sparisce a velocità folle nel traffico variopinto della metropoli.

Sappiate che non si coglie nulla di questa città dalle molte facce finché non si arriva al fiume. Bangkok è decisamente una città fluviale, anche se a vederla dai centri commerciali di Siam Square non si direbbe. Qualche istruzione di sopravvivenza: guidano a destra (ah, l’impero britannico!) e la guida è molto sportiva, sia su terra che su acqua. Lo straniamento alfabetico c’è, ma è relativo. I cartelli turistici, marroni, vengono spesso in tuo soccorso. Sono un po’ come i locali: cercano di aiutarti, ti rassicurano (mettendo persino le distanze in metri dalla meta), ma non sempre la comunicazione è efficace. La conoscenza dell’inglese non è così diffusa come si potrebbe credere. I tassisti, tutti, lo ignorano per principio (credo gli facciano un test di non conoscenza di lingue veicolari prima di dargli la licenza), ma anche il cittadino medio non sembra masticarlo granché. Però tutti si danno molto da fare per rendersi utili. E’ un modo di essere servizievoli che non ricorda affatto i Paesi arabi, per dire. Nessuno penserebbe minimamente di chiederti nulla in cambio. Si sbracciano, gesticolano (in modo del tutto inintellegibile), sorridono, si inchinano, fingono di decifrare la mappa che inutilmente gli mostri. Perdersi a Bangkok è stata una delle esperienze meno angoscianti che io abbia mai vissuto da turista. E, girando da sola, non mi è mai accaduto di non sentirmi assolutamente sicura. Il resto a poi.