Dalla città degli angeli

…cioè Bangkok, mica Los Angeles. Prima impressione? Una signora città. Magari non di una bellezza dirompente, di quella che ti stende al primo colpo (tipo Roma o Istanbul). Ma comunque capace di catturarti con la sua imprevedibilità gentile. Salendo sul taxi all’aeroporto (me ne è toccato uno giallo e verde, quasi sobrio rispetto a quelli fucsia) ho subito capito che ero in Asia da un tocco inconfondibile: il copri-leva del cambio realizzato all’uncinetto. Rosa, con volant viola e bianchi. Queste meraviglie le ho viste solo a est dei Dardanelli. Ammetto che tra volo, fuso orario e stradone anonime, probabilmente ci avrei messo un po’ a entrare nella città. Ma io avevo l’arma segreta: Marielou. Ero arrivata da cinque minuti e mi trovavo sotto la doccia, quando l’ho sentita chiamarmi dal corridoio difronte alla mia stanza. Detto fatto, io e la mia compagna di stanza maltese (arrivata anche lei in quel momento) ci siamo infilate qualcosa addosso e via. L’ottimistica mappa fornita dal JRS situava la fermata della SkyLine (la metro sopraelevata) giusto dietro l’angolo. In realtà c’era da percorrere una ventina di minuti di stradone trafficato. Ma l’olandese volante aveva già la soluzione. La vediamo saltare su una motoretta e indicarcene altre due. Il moto taxi! Così, con allegria, senza casco e senza formalizzarsi troppo. Un’esperienza. La mia prima immagine di Bangkok è senz’altro la testa bionda di Marielou che sparisce a velocità folle nel traffico variopinto della metropoli.

Sappiate che non si coglie nulla di questa città dalle molte facce finché non si arriva al fiume. Bangkok è decisamente una città fluviale, anche se a vederla dai centri commerciali di Siam Square non si direbbe. Qualche istruzione di sopravvivenza: guidano a destra (ah, l’impero britannico!) e la guida è molto sportiva, sia su terra che su acqua. Lo straniamento alfabetico c’è, ma è relativo. I cartelli turistici, marroni, vengono spesso in tuo soccorso. Sono un po’ come i locali: cercano di aiutarti, ti rassicurano (mettendo persino le distanze in metri dalla meta), ma non sempre la comunicazione è efficace. La conoscenza dell’inglese non è così diffusa come si potrebbe credere. I tassisti, tutti, lo ignorano per principio (credo gli facciano un test di non conoscenza di lingue veicolari prima di dargli la licenza), ma anche il cittadino medio non sembra masticarlo granché. Però tutti si danno molto da fare per rendersi utili. E’ un modo di essere servizievoli che non ricorda affatto i Paesi arabi, per dire. Nessuno penserebbe minimamente di chiederti nulla in cambio. Si sbracciano, gesticolano (in modo del tutto inintellegibile), sorridono, si inchinano, fingono di decifrare la mappa che inutilmente gli mostri. Perdersi a Bangkok è stata una delle esperienze meno angoscianti che io abbia mai vissuto da turista. E, girando da sola, non mi è mai accaduto di non sentirmi assolutamente sicura. Il resto a poi.

 

3 thoughts on “Dalla città degli angeli”

  1. Una piccola nota : credo che la thainlandia non abbia mai fatto parte dell’impero britannico.
    Io ci ho vissuto circa 2 anni e si vantavano di non avere mai avuto dominazioni straniere.

    Un sorriso
    Mauri

      1. Gli inglesi si rifornivano di tek (depredando quelle meravigliose foreste pluviali) per costruire i velieri.
        Non so l’origine della guida a destra in Thai forse per la vicinanza del Bengala (colonia dell’impero)

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