Il figlio dell’altra


In questo periodo natalizio si recupera: il sonno (mai quanto servirebbe), le letture (spero, prima o poi), le visioni di film. Questo qui aspettava da più di un anno, ma meglio tardi che mai.

Nei giorni che sono trascorsi dalla visione gli ho trovato, qua e là, qualche debolezza. Ma il fatto stesso che mi sia tornato in mente più volte la dice lunga, specie nel confronto rispetto a tante pellicole inconsistenti, viste una volta e poi dimenticate per sempre. La mia prima impressione comunque è stata del tutto positiva: non è il solito film di identità scambiate. In primo luogo credo che, nella sua sobrietà, dia una visione abbastanza equa della tragedia palestinese, pur conservando un punto di vista onestamente israeliano. Questo fa sì che non si scivoli in irritanti caricature e/o santini.

Ma quello che soprattutto mi ha colpito è il fatto che non parla solo del conflitto in Israele/Palestina. E’ prima ancora e forse soprattutto un film sull’adolescenza. Ha una portata, in qualche misura, universale. Chi sono? Che rapporto ho con la storia della mia famiglia? Come mi pongo rispetto alle contraddizioni apparentemente insanabili in cui sono immerso e, prima di me, i miei genitori? L’estate dei diciotto anni segna in misura forte il passaggio dalla visione della propria famiglia semplificata e in qualche misura monodimensionale dell’infanzia a quella a tutto tondo, del rapporto tra adulti

Oso aggiungere che, sia pure in un modo piuttosto sui generis, è anche un film su quelle che su Genitori Crescono chiamano “famiglie scomposte“. Scomposte e ricomposte, in nuovi equilibri che possono sembrare irragionevoli, ma la cui autenticità in fin dei conti è data solo dall’onestà intellettuale ed emotiva dei componenti.

Una bella storia per tutti, insomma.

E’ difficile


Forse in queste settimane più che in passato la guerra bussa alla nostra porta con tutta l’assurdità crudele che le è propria. Io cerco di parlare poco, specialmente su quella piazza rumorosa che è Facebook. Non sono riuscita, nonostante questa discrezione che qualcuno ha interpretato come vigliaccheria (magari non a torto), a evitare alcuni malintesi di cui avrei volentieri fatto a meno.

Cerco dunque di spiegare qui, nel modo più lineare possibile, quello che penso.

  1. Il mio rispetto, la mia solidarietà e il mio pensiero è per la maggioranza silenziosa di uomini, donne e bambini che paga il prezzo di guerre volute e perpetrate da altri  in Palestina/Istraele, ma anche in Siria, in Iraq e in tutto il mondo. Come ha giustamente detto la mia amica Tatiana, “siamo tutti ostaggio dei signori della guerra, in fondo alleati fra loro, nonostante fedi e ideologie apparentemente diverse”.
  2. Ammiro profondamente chi, vivendo sulla propria pelle la guerra attraverso lutti pesantissimi e rischi concreti e quotidiani, riesce a parlare di pace, di speranza, spezzando faticosamente giorno dopo giorno la spirale perversa della vendetta con parole e gesti tangibili. Penso ai miei colleghi in Siria, penso ai “Vicini per la pace”, che in questi giorni organizzano manifestazioni tra abitanti di kibbutz e villaggi arabi.
  3. Non dico che noi che non siamo fisicamente lì non dobbiamo dire nulla e neanche che si debba restare neutrali. Apprezzo però chi si astiene dal dare facili giudizi, in particolare se tali giudizi implicano una classifica in morti di serie A e morti di serie B (o C, o D) per qualunque motivazione storica, politica o economica. Diamo voce piuttosto a quella maggioranza silenziosa del punto 1, che nessun giornalista ascolta. Non contribuiamo alla strumentalizzazione del dolore.
  4. Un’ultima considerazione. La denuncia di violazioni gravi dei diritti umani è doverosa. Cerchiamo però di non ridurla a un puntare il dito arrogante e superficiale. Ricordiamoci anche delle nostre responsabilità. No, non quelle della metà del Novecento. Quelle di oggi, 21 luglio 2014. Se davvero abbiamo a cuore la giustizia, lo sguardo non può essere che ampio.

Io e Spotify


Ho ciclicamente riflettuto sui miei strampalati gusti musicali, per arrivare a una conclusione un po’ imbarazzante. Temo di essere sprovvista di gusti musicali. Per me la musica è ciò che si appiccica, per sempre, a specifiche esperienze vissute. La cosa assurda che, a prescindere dal fatto che l’esperienza in sé abbia hai miei occhi una connotazione piacevole o meno, a prescindere dalle molte traversie della vita che magari ti portano a maledire una fase o un’altra del tuo vissuto, io le musiche me le continuo a portare dietro. Tutte. Inesorabilmente. Una sorta di condanna.

Con Spotify in questi giorni me le sono trovate scompaginate lì, nella loro inconciliabile diversità, esposte persino al pubblico ludibrio. Un bizzarro quadretto della mia storia passata, brani molto belli e musicaccia senza alcun merito se non quello di avere in qualche modo a che fare con me. Da un lato mi rallegro di aver frequentato, per un periodo di tempo considerevole, qualcuno che – anche se per ogni altro aspetto preferirei non fosse mai esistito o almeno non avesse mai incrociato la mia strada – aveva senza dubbio dei gusti musicali che possono essere definiti dignitosi. A questa fase si devono almeno i R.E.M. (ma l’album che ascolto è quello che ci sparavamo in Israele con la mia compagna di camera), i Nirvana, i Radiohead, Nick Cave (sui Cure ho qualche remora, a  parte una canzone). Sempre per specifici album, si intende (che consentono dunque di datare con una certa precisione, in molti casi, il momento in cui si sono introdotti nella mia playlist mentale).

L’unico artista che mi sento di aver apprezzato in più fasi della mia vita e in modo un po’ più elaborato da me stessa medesima è Bruce Springsteen. Devo l’incontro a mio cugino Andrea, che all’epoca (io ero ancora alle medie) giudicò che mi si addicesse, persino più dei suoi prediletti e per lui insuperati e insuperabili Rolling Stones (chissà se la pensa ancora così, sui RS). Non so se si sia trattato di un caso di  self-fulfilling prophecy. Fatto sta che il Boss sta lì, saldo, nella mia playlist, insieme ai ricordi dei suoi due concerti a cui sono andata, a cui aggiungerei anche quello di Zucchero in cui suonava Clarence Clemmons.

Poi ci sono le eredità di infanzia e familiari, che riassumerei nella triade De André, Guccini e Gaber (ma anche i cori liturgici bizantini, i canti di montagna e alcuni prodotti non particolarmente eccelsi del folklore greco moderno). A seguire, la deriva etnica. Su quello sono consapevole che pochi possono seguirmi pienamente. C’è stata una fase della mia vita in cui guardavo con cupidigia il catalogo della casa discografica Piranha (oltre al fatto che adoro il loro claim: “swimming among sharks since 1987”). Ha contato anche il mio incontro con l’ebraismo, con Israele (danze incluse) e con la Turchia (nella sua impressionante vastità geografica e musicale, dalle musiche tradizionali davvero per pochi fino al pop più trash, passando per cantautori del peso di Livaneli). Di questo blocco menzionerei senz’altro i Klezmatics e, per restare sul più facilino, Noah e Bregovich. Menzione speciale per Daniele Sepe, che rientra in qualche modo tra le felici eredità del mio ex (al punto che una volta che sono tornata a un concerto a Villa Ada mi è parso di fare qualcosa di inappropriato).

Un po’, confesso, mi dispiace di non riuscire ad amare davvero una musica se non è legata a un’esperienza precisa, a qualcuno che me l’ha fatta conoscere e apprezzare. Mi piacerebbe restare folgorata da una canzone alla radio (che sento troppo poco) e non dover sempre pescare nell’album dei ricordi. Mi piacerebbe riuscire a ascoltare la musica, piuttosto che riconoscerla come familiare. Chissà, magari in vecchiaia cambierò. Per ora mi becco i Pitura Freska (ci rendiamo conto?).

Lettere da Gerusalemme 1 – Un quadro di insieme


Rimandando a altro momento un post serio su un libro di cui nel mio ambiente si inizia a discutere abbastanza, inizio il promesso special vintage da Gerusalemme con una lettera, datata 20.8.1995, che più di altre si presta a dare un quadro di insieme della condizione della sottoscritta, all’epoca borsista squattrinata della Hebrew University. La lettera è indirizzata a mia sorella Marina ed era evidentemente destinata, fin dalla scrittura, a una lettura collettiva. Mi accorgo solo ora, a posteriori, che è stata scritta il giorno immediatamente precedente all’attentato. Forse per questo, di tutte le lettere, è la più scanzonata.

Disclaimer: La lettura, pur non riservata a un pubblico strettamente femminile, presenta alcuni passaggi potenzialmente imbarazzanti che, per ragioni narrative, non possono essere espunti. Me ne scuso con i miei lettori maschi.

Caro Cucciolo (e cari tutti gli altri!),

ti scrivo dal dormitorio di Givat Ram, ribattezzato dagli americani Givat-Nam (per ovvia assonanza con Vietnam) a causa della piacevolezza dell’ambiente e dell’abbondanza di confort che lo contraddistinguono. Immagino che sia studiato per liberarci dai nostri turpi pregiudizi occidentali, quali ad esempio che sia necessario lavarsi la mattina (l’acqua manca sistematicamente) o addirittura tenere un tavolo più pulito di un pavimento (un numero indefinibile di gatti randagi usa indistintamente l’uno e l’altro per ogni sorta di attività). Nelle stanze la temperatura raggiunge facilmente i 40°, fuori cala rapidamente già nel pomeriggio e sugli autobus arriva intorno allo 0 a causa di una meravigliosa aria condizionata a cui gli israeliani non rinuncerebbero per nulla al mondo.

Sono arrivata alla conclusione, da vari indizi, che gli israeliani sono un popolo che assomma in sé tutte le nevrosi americane (è impossibile trovare del latte che abbia più del 1,5% di grassi e molto difficile trovare uno yogurt che salga sopra lo 0%) e tutte le inefficienze tipicamente mediterranee. Il risultato è che si corre freneticamente qua e là per le più svariate ragioni per ottenere, quasi sempre, nessun risultato. Ci hanno fatto memorizzare il nostro indirizzo fin dal primo giorno che siamo qui, dicendoci che era importante – anzi, VITALE – che le nostre famiglie sapessero subito dove scriverci e poi nessuno fino ad oggi è stato in grado di dirci DOVE arriva la posta (un telegramma spedito mercoledì mattina alla mia compagna di camera è stato misteriosamente trovato oggi, domenica, sotto la porta della nostra camera).

Cerchiamo comunque di sopravvivere. Da questa mattina sono felicemente proprietaria di un bancomat della Bank Discount di Gerusalemme (il nome è tutto un programma) e mi sento di toccare il cielo con un dito (se non è troppo blasfemo, qui non si sa mai). Ho preso parte ad alcune escursioni di un vantaggiosissimo package deal, per cui mi hanno scucito ben 260 dollaroni. Consistono in una specie di trekking (mai estenuante, finora) con l’unica differenza che il gruppo è aperto e chiuso da sorridenti ragazzoni armati di mitra (una semplice misura precauzionale, dicono). Del resto capita spesso di trovarsi sull’autobus un pistolone puntato sulla schiena perché un soldato viene spinto contro di te da una curva: è tutta una questione di nervi saldi e loro evidentemente li hanno, visto che giocherellano continuamente con i grilletti.

A parte questo, la gita lunga che ho fatto questo weekend è stata molto carina, pur con qualche pecca dal punto di vista culturale. Il titolo della gita era: “On the tracks of Nabateans” e l’unica volta che i poveri nabatei sono stati nominati è stata nella frase che riporto testualmente: “Questa cisterna è stata scavata da un popolo chiamato nabatei, ma il nome non importa, è un po’ difficile da ricordare”. Probabilmente i giovani americani pensano che sia il nome di un kibbuz. L’unico a gemere con me è stato un tedesco molto tedesco di nome Peter Stein che con la sua sistematicissima guida tedesca (un mattone di centinaia di pagine) stava controllando dettagliatamente tutti gli importantissimi siti archeologici accanto ai quali siamo passati prima di fermarci alla casa in mezzo al deserto dove Ben Gurion ha passato gli ultimi anni della sua vita.

Comunque abbiamo fatto una bella scarpinata nel deserto, in un parco naturale pieno di stambecchi (che non vivono solo sulle montagne innevate, come credevo io, ma stanno benissimo in mezzo al Negev), di falchi egiziani (enormi e bellissimi, con grandi ali bianche e nere) e pernici (e, di notte, pare che ci siano un sacco di volpi, leopardi e vipere cornute! Grazie a Dio solo di notte…). Abbiamo passato la notte in una specie di tenda beduina vicino Masada (l’unico sito archeologico che ci è stato concesso, in quanto grondante di ideologia giudaica e di eroismo nazionalista) e il giorno dopo – shabbat – erano previste tranquille attività ricreative in un posto chiamato Mizpe Ramon, per non turbare con viaggi il dovuto riposo del sabato.

Dopo aver assistito alle funzioni serali (gli unici tre infiltrati eravamo io, un’altra italiana – avventista – e il tedesco, luterano), abbiamo dormito il sonno del giusto e a me, durante la notte, sono giustamente venute le mestruazioni con qualche giorno di anticipo. Per il giorno seguente il programma prevedeva: piscina “OR” mountain bike nel deserto “OR” un misterioso “repelling to the crater”. Scartate le prime due opzioni con decisione, ho ripiegato sulla terza, pensando che si trattasse di una passeggiata (assumendo “repelling” come sinonimo di “hiking” per innocua variatio stilistica). Indipendentemente da me, anche il tedesco ha fatto lo stesso ragionamento e ci siamo trovati nello stesso gruppo.

Abbiamo a quel punto scoperto due cose: a) Le tre opzioni non erano alternative, ma successive. L’unica scelta era l’ordine in cui fare le cose; b) “repelling”, come forse tu con il tuo Proficiency saprai, consiste in questo:

20130117_203356cioè camminare all’indietro con i piedi aderenti alla roccia e il corpo più o meno proteso nel vuoto. Ebbene, ho fatto anche questo, oscillando a mo’ di pendolo un po’ a destra e un po’ a sinistra e con tremendi saltoni qua e là, ma arrivando felicemente in fondo alla scarpata di questa specie di canyon.

Quello che ho trovato atroce è stata la mountain bike nel deserto. Io non sono una gran ciclista e non so bene come abbia fatto a reggere un’ora, catapultandomi scoordinatamente su e giù dalla bici, prendendo TUTTI i sassi (dal brecciolino allo sperone roccioso) e ansimando come una vaporiera a ogni pendenza. Mi hanno dovuto aspettare una mezzoretta, ma ce l’ho fatta anch’io. Non so se riesci a immaginare come mi sia ridotta, anche in considerazione del mio stato e non so nemmeno se sia possibile prodursi lividi in alcune particolari parti del corpo, ma ancora oggi – a più di 24 ore di distanza – cammino a gambe larghe. Ho boicottato però almeno la piscina e sono andata a vedermi panorami in vari punti strategici (uno spettacolo effettivamente notevole).

Gerusalemme vecchia è pure molto bella, anche se il fatto che il sabato non ci siano autobus taglia un po’ le gambe ai nostri programmi. Il resto della città però non brilla per particolare piacevolezza e bisogna fare attenzione a non capitare per sbaglio nel quartiere ultraortodosso perché se sei una donna e indossi a) pantaloni; b) gonne corte; c) magliette a maniche corte; d) vestiti colorati (per non parlare di canottiere, pantaloncini e minigonne!) qualche simpatico chassid potrebbe tirarti dalla finestra una pentolata di acido, Comunque incontrare (e sono tanti!) questi, tutti addobbati come polacchi del ‘700 con grossi cappelloni di pelliccia nera e tuniche di seta, oppure quelli con cappelli neri a falde larghe, boccoloni e camicione nero è uno spettacolo piuttosto suggestivo. Anche tra gli studenti stranieri c’è qualche osservante con regolare kippah in testa. La mia compagna di camera, Antonella, il primo giorno a lezione sedeva accanto a uno di questi (un ragazzino francese) e le sono caduti gli assorbenti dallo zaino: il poverino ha fatto un balzo indietro e non le ha rivolto parola per 5 o 6 giorni. Poi, passato il periodo a rischio, ha ripreso a parlarle. 

Bene, mi sembra che il bollettino sia abbastanza aggiornato, per ora. Salutami tutti e scrivetemi, perché se un giorno troverò tutte le lettere che mi saranno arrivate sarà una vera pacchia….

Lettere dal mio passato


Ieri mi sono trovata sottomano le non moltissime lettere (6 in tutto) scritte ai miei da Gerusalemme, durante il mio soggiorno di due mesi per il quale usufruivo di una borsa di studio per lo studio dell’ebraico moderno. E’ stato un periodo molto intenso per me, un’esperienza davvero importante, a cui ripenso ancora oggi. Sere fa, con alcune amiche, ne ripercorrevo gli aspetti più comici, che certo non sono mancati. Questo mi ha spinto a ricercare le lettere. Va però detto che, a soli dieci giorni dal mio arrivo, è successo questo: io ero uno dei “summer students” menzionati nell’articolo e viaggiavo sull’autobus successivo della stessa linea, perché avevo trovato pieno il precedente. Le comunicazioni non erano quelle di oggi. Si telefonava con molta difficoltà e anche le lettere non arrivavano rapidamente. Niente web a disposizione, ovviamente.

Nelle lettere ai miei ho ritrovato aspetti di quel soggiorno che avevo dimenticato, o che ricordavo solo parzialmente. La testimonianza schiacciante che, per la prima e credo unica volta, contavo i giorni per tornare a casa. La fatica rispetto alla scomodità della logistica e la costante tensione che avvolgeva le nostre giornate. Il malcelato fastidio per lo stile generale, tutto ideologico, della didattica. A loro lo raccontavo in tono giustamente scanzonato e mi commuove anche il mio ingenuo modo di ringraziare i miei genitori per aver reagito in modo composto alla notizia dell’attentato (il mio fidanzato, appena ha saputo che non rientravo in Italia immediatamente ma continuavo il periodo di studio previsto, non ha più voluto avere contatti con me fino al mio rientro, offeso). Ma traspare anche la mia incertezza in un contesto di cui non sapevo molto, in un momento politico tra i più complicati (in quei giorni si firmavano gli accordi di Oslo 2 tra Arafat e Rabin, a novembre, poco dopo il mio rientro, hanno ucciso Rabin).

Vi racconto questo per dire che no, non vi propinerò l’intero epistolario. Estrapolerò i racconti più ironici e divertenti e forse qualche passo più serio qua e là. Rileggere, oltre ai miei scanzonati temi di prima media, anche queste testimonianze di ventiduenne mi aiuta a far pace con la giovane che sono stata, che non è stata in grado allora di fare alcune scelte che probabilmente avrebbero migliorato molto la sua (e mia) vita. Però faccio presto a dirlo io, disincantata quarantenne. La giovane studiosa un po’ arrogante ha fatto del suo meglio. L’ho rivista girare per il campus in cerca di una chitarra in prestito per ravvivare un po’ l’ambiente, o persino telefonare a perfetti sconosciuti (cosa che mi mette a disagio ancora oggi) anche per aiutare una nuova amica che aveva la prospettiva di rimanere un anno intero in quel luogo infame: e penso che in fondo fosse, a modo suo, molto più generosa di quanto ricordassi.

Non si può dire


Per festeggiare il suo compleanno, mia sorella Vittoria è andata a Gerusalemme. E dintorni. Mi ha proposto di andare con lei e la tentazione è stata forte. Però non potevo, quindi non sono andata. Gerusalemme, insieme a Istanbul, è stata uno dei posti emotivamente determinanti per la mia vita. Sarebbe lungo spiegare perché. E comunque non è questo l’argomento del post di stasera. Dicevo che Vittoria è tornata dalla Palestina, perché lì – più che in Israele – è andata ed era scossa, esterrefatta, indignata. Mentre raccontava cose che non ho visto (se non in minima parte), ma so benissimo, mi sono sorpresa a cercare di censurare persino il mio ascolto. Non volevo davvero sentirle, quelle cose. Mi ripetevo che sì, certo, figurati se non lo so. Ma la realtà è che cercavo di chiudere le orecchie. Non è difficile capire perché mi mettono a disagio. A denunciare, senza esitazioni, le violazioni dei diritti umani non ho in genere particolari problemi. Ma in questo caso, ecco, sono sulle spine. Ne ho parlato già qui.

Poi ho letto questo romanzo, acquistato da mia sorella d’impulso, letto e promosso a pieni voti da mia madre. Mi sono trovata di fronte, in modo estremamente efficace, quei fatti – pure noti – riflessi in chi li ha vissuti e li vive. Mi sono chiesta come ho fatto, finora, a conservare questa parvenza di equilibrio salomonico. E mi sono risposta che la rimozione costante dell’emotività a scapito dell’intelletto e del raziocinio storico o pseudostorico ha avuto una parte importante in questo. Ho pianto senza ritegno, leggendo questo romanzo. In autobus, al bar, sul divano la sera. Ho pianto come se una maschera di controllo che apparentemente mi appagava mi si fosse infranta, lanciando schegge da tutte le parti.

Non si può accettare ma, apparentemente, non si può neanche dire. Chissà quanti, per rispetto a un grande popolo che tanto ha sofferto e tanto ha dato e dà all’umanità, si comportano come me. Chissà quanti, infastiditi dalla retorica violenta e sguaiata di certi sostenitori della causa palestinese, si comportano come me. Eludendo. “Questa devastazione è al di là di ogni comprensione. Israele non può continuare a nasconderla. Il mondo alla fine saprà tutto. Le cose cambieranno”.

Leggendo questo romanzo ho pensato a Ritorno a Haifa (e poi ho scoperto che a quel racconto straordinario infatti si ispira) e anche a Jasmina Khadra. Nella quarta di copertina si sottolinea che l’autrice non cerca colpevoli, che descrive gli israeliani con pietà, rispetto e consapevolezza. Mi sento di condividere questo giudizio. Le accuse più pesanti sono altre: verso i leader cinici e spietati, verso i media che manipolano la realtà, o semplicemente la ignorano. Però non è un libro imparziale, non vuole esserlo affatto. E dopo averlo letto credo che la giustizia esiga che anche io sia un po’ meno imparziale, in futuro.