Passaggi


Il tempo continua a passare e anche se tutto a tratti pare immobile ci sono impercettibili evoluzioni che lasciano intendere che una sorta di traiettoria ci sia, che non siamo solamente tumulati qui in un buco spazio-temporale.

Ieri, ad esempio, Meryem mi ha chiesto di passare un paio di giorni dal papà con le sorelline, cosa che magari non fa a cadenza fissa, ma certo in tempi normali fa tutte le volte che ne ha voglia. Così è andata: l’effetto che mi fa è quello di una distanza paragonabile a quando ha passato l’estate in Turchia. Ma magari invece piano piano tornerà normale amministrazione.

Ho faticosamente finito un articoletto e sono divisa tra sentimenti contrastanti. Da un lato, mi verrebbe da dire che ho dimostrato che ormai il gioco non vale la candela. Dall’altro, due mail ricevute mi hanno dato indietro il gusto di qualcosa che avevo quasi dimenticato e che non saprei nemmeno definire del tutto. Qualcuno lo definirebbe il piacere un po’ snob di sapere che pochi ti capiscono, ma quei pochi continuano a farlo. Credo che sia paragonabile a quando una persona che vive lontano dal suo Paese da tanto tempo si trova a riassaggiare un cibo che si mangia solo lì. Quel misto di nostalgia e struggimento, con il retrogusto un po’ amaro del rimpianto.

In questo tempo mia figlia cresce. Leggo che siamo stati bravi a crescere bene questa generazione che improvvisamente si dimostra empatica e resiliente. Mah. Continuo a credere che il merito dei genitori sia ben arduo da misurare e sia ampiamente controbilanciato dalle fesserie imperdonabili. Sulla generazione intera non mi sbilancio, ma non sono sorpresa di vedere emergere forti in Meryem le sue qualità migliori: la responsabilità e la solarità, a cui aggiungo l’indulgenza nei miei confronti, che non è una qualità di per sé, ma di questi tempi è sicuramente un’abilità apprezzabile per la sua e mia salute mentale.

Il mondo là fuori magari è lontano, ma c’è. Il lavoro di tanto in tanto me lo riporta nel telefono e sullo schermo del computer e anche solo per questo non dovrei disprezzare le opportunità che ho.

Efficienza


Paradossalmente in queste giornate a casa, persino in quelle di festa, il tempo sembra non bastare mai. Il problema forse è che cerco di aggrapparmi alle cose che voglio fare, perché ho bisogno di dirmi che ho combinato qualcosa che abbia un senso per me. Però poi non riesco a arrivare al risultato e mi sorprendo a rimproverarmi: “Ma chi te l’ha fatto fare?”.

Però, per guardare il bicchiere mezzo pieno, posso dire di aver cominciato a scrivere un articoletto biblico come ai vecchi tempi. Faccio una fatica mostruosa, non capisco quando ho perso la facoltà miracolosa che mi permetteva di produrre quasi senza sforzo quello che mi divertiva. Però non ho smesso e anzi, considerando la lunghezza media dei miei articoli accademici (“ungarettiana”, mi definisce il mio capo e non è un complimento) potrei dire di essere arrivata a un terzo, se non a metà dell’opera.

Ho passato due volte l’aspirapolvere e lavato almeno un minimo i pavimenti. Questa attività, oltre a venirmi malissimo, la trovo deprimente perché l’averla fatta non significa che non dovrai rifarla, anche a breve.

Ho cucinato con Meryem cudduraci, gute e pastiera, un tripudio di pasticceria pasquale in cui in tempi normali non mi sarei cimentata per nulla al mondo. Ho fatto anche una discreta focaccia.

Ho ripreso un po’ a studiare principalmente perché mi angosciava non riuscire granché a leggere libri. Ho la fortuna di avere un caro amico che mi rifornisce quotidianamente di giornali, ma anche quelli li sfoglio o poco più.

Mi manca molto una buona, lunga conversazione. Ne sento proprio un bisogno fisico. Ma le telefonate, anche quelle piene di affetto che mi fanno sinceramente piacere, alla fine percorrono binari un po’ obbligati. Servono ad attenuare un po’ questa solitudine feroce, ma parlare con libertà e senza confini è un’altra cosa. Che mi manca, a dirla tutta, da molto prima dell’inizio della quarantena.

Non mi abbandona la sensazione che indietro non si torna. Ho perso anche la capacità di nutrirmi di conversazioni? O forse è solo un po’ arrugginita, come quella di studiare cose inutili? Temo che, per una cosa e per l’altra, mi difetti la fiducia in me stessa e di conseguenza la convinzione che ne valga la pena.

Stare


L’inattività inizia a farsi sentire sul fisico. Mi viene il fiatone quando vado a buttare la spazzatura, mi sento fiacca e più mi affloscio sul letto e sul divano più mi sento fiacca. Fino alle settimana scorsa facevo 20 minuti di ginnastica ogni giorno. Poi ho mollato e basta.

Io ho bisogno di disciplina, anche in tempi normali. Però come sempre finisco per eccedere e allora mi autorizzo a far saltare tutto. Sulla sveglia ancora non ho ceduto: è troppo importante per il mio bioritmo. L’ho spostata dalle 6:45 alle 7:30 e le prime ore della mattina restano quelle in cui mi sento meglio: più attiva, più positiva, quasi in pace con me stessa. Persino produttiva, a tratti.

Un altro risultato di questi giorni è stato sistemare un po’ la mia camera. Non completamente e efficacemente come la cucina, ma ho affrontato scatoloni sospesi e buttato parecchie cianfrusaglie. Mi ha fatto sentire meglio.

Il tema resta sempre quello: fare spazio per stare. Fare spazio nella mente per i pensieri ingombranti, in primo luogo. Per i primi lutti e per le altre brutte notizie: per quanto geograficamente favorita, arrivano. Per i dubbi e le preoccupazioni: che voglio fare “da grande”? Quanto cambiamento sarà obbligato e quanto invece sarà cercato, voluto e spinto da me? Ancora? Sì, ancora. L’anno scorso ho cambiato alcune cose importanti, ma per quanto il pensiero mi angosci, il processo è ben lungi dall’essere concluso. Chissà poi se si conclude davvero, poi.

Bisognerà anche far spazio nel mio tempo, in futuro, buttando via incombenze e abitudini non (più) necessarie e rivedendo le priorità. Mi rendo conto di non avere mai tempo per quello che non mi angoscia nell’immediato. E allora finisce che il tempo si satura di incombenze.

Vedete quindi che, per fortuna, ho già la testa fuori. Dò per scontato un dopo. È un privilegio, che spero continui.

Recuperare


Ci sono volute diverse ore, ma oggi con Meryem abbiamo risistemato la cucina, recuperando un sacco di superfici ingombre e inutilizzabili. Stamattina, ridendo in webcam, mia madre mi ha detto che sono irrecuperabile. Ieri, facendo un giochino che consisteva nel rispondere a domande con titoli di libri letti, alla domanda “Cosa pensano gli altri quando ti vedono?” ho abbinato un bel libro di Melania Mazzucco, Sei come sei.

Sono come sono. ” Si può sempre cambiare”, mi ha detto un amico tempo fa. Io sinceramente credo che, con il giusto supporto, posso cambiare le cose, recuperare ripiani ingombri, migliorare le condizioni in cui vivo. Ma io non penso di poter diventare diversa. Non lo vorrei neanche, probabilmente.

Negli ultimi mesi ho incassato critiche esplicite o implicite, che mi hanno ferito più di quanto credessi, sul lavoro e nelle relazioni personali. Mia figlia giusto ieri, spietata come solo lei sa essere con me, ha commentato che sono abituata a sentirmi dare ragione dei miei amici. Magari è per quello che faccio fatica.

Il che mi porta a pensare che quando uscirò di qui ho davvero bisogno di recuperare gli amici. Di farmene di nuovi, se riesco. Di cambiare posizione, però, in queste amicizie vecchie e nuove. Perché non mi importa che mi si dia ragione, specialmente quando ho torto. Alla domanda del giochino che chiedeva di esprimere un solo desiderio, ho abbinato un altro libro di Melania: Lei così amata.

Colazione da Tiffany con una ragazza moderna


Oggi la nostra lista ci ha riservato due attività: giochi vari (Yatzee, backgammon e mezza partita di Monopoli) e serata cinema. Per l’occasione abbiamo fatto i popcorn e ci siamo concesse Pringles e Coca Cola.

Avevamo convenuto di vedere un classico: Colazione da Tiffany. E così è stato. Premetto che anche io me lo ricordavo meglio. Peraltro davvero non ricordavo il lieto fine (forse perché nel romanzo non c’è e la mia lettura è più recente della visione). Ma certamente non mi aspettavo da mia figlia tanta indignazione.

“È il film peggiore che abbia mai visto. È offensivo!”. Perché? “Perché lei siccome è bella fa la stupida e lui si crede superiore a lei. Ecco, lo senti? Ha detto proprio ‘mi appartieni’!”. Io ho provato senza convinzione a perorare la causa del romanticismo, ma la mia millennial mi ha stroncato: “E che romanticismo sarebbe? Ti sembra che lui la consideri al suo stesso livello? Ma dài. Piuttosto che stare con uno così, meglio niente”.

Non saprei onestamente darle del tutto torto. Affascinante quanto si vuole, l’eterea Audrey, ma non si può esattamente considerare un esempio di empowement femminile.

Se penso a quanto ho sospirato da ragazza su questo film… “Ma nel senso che avresti voluto essere lei?”. Chiede mia figlia, sinceramente sbigottita. Beh, il tubino nero, l’innata eleganza, lo charme, le paturnie… Suvvia, certo. “Con tutto il rispetto, mamma, non mi meraviglia che tu oggi stia messa così”. Così come? No, non lo chiedo. Cerco piuttosto di chiudere con una nota di ottimismo: Figlia, sono ragionevolmente certa che nella vita sarai più felice di me. “Oddio, non è che ci voglia molto”. Non avevo chiesto, però, non è giusto.

Quarantena


Nel giro di poche ore, senza che ce ne rendessimo del tutto conto, ci siamo trovate chiuse in casa. Io e Meryem, che da quando è nata abbiamo vissuto il nostro rapporto madre figlia all’insegna dell’andare in giro, dal friendsurfing a tutti i viaggi estivi, più tutti i percorsi sui mezzi pubblici di Roma in lungo e in largo.

Quante volte sono stata accusata di sballottarla troppo, quando era piccola. Ma io quando la vedevo dormire ogni sera in un letto diverso, senza provare il minimo disagio, ero fierissima di lei. Per me la vacanza itinerante, diametralmente opposta rispetto al mese al mare dei miei genitori, era il massimo della felicità, che avevo pienamente vissuto solo a 18 anni, in una strampalata vacanza last minute in Gran Bretagna. Che Meryem potesse avere questo sempre mi faceva sentire come se le dessi le pastarelle dopo ogni pasto e non solo la domenica. Magari è troppo. Poi si stufa. Diventerà una che si spalma sulla spiaggia un mese per riposarsi. Ma ancora se la gode.

E ora? Ironico contrappasso. Noi, “zingare” di natura, chiuse tra quattro mura. Io vacillo, più di lei. Ogni tanto scoppiano litigi furibondi, brevi e violenti, che ci lasciano spossate e costernate. Poi niente, si ricomincia. Abbiamo ben chiaro che siamo una la forza dell’altra.

Lei ha fatto una lista di attività che deve fare, le ha numerate e ogni tanto ne estrae a sorte una. Mi è parso un modo ingegnoso di mantenere un pizzico di inaspettato in questo abisso grigio. Oggi abbiamo fatto un’altra lista, quelle di attività piacevoli da fare insieme. Abbiamo estratto la prima, la n. 13. Yoga. Ho messo il video di Claudia Porta su Youtube e abbiamo ripensato a quando siamo andate da lei in Provenza, tanti anni fa, e abbiamo passato giornate intere in piscina. I ricordi nessuno ce li toglie.

Questo isolamento è impietoso, ci lascia con quello che abbiamo davvero. Non si può barare. Davanti agli occhi si staglia tutto quello che non ho. Chi manca, soprattutto.

Poi però, come nel silenzio si sentono più chiaramente gli uccelli cantare, così riesco più chiaramente a cogliere i dolori degli altri. In una telefonata, in un whatsapp, in uno stato di Facebook. Non solo degli amici stretti, ma anche di tanti altri. Allora penso a quanti pesi tutti siamo abituati a portare in giro con disinvoltura, ben nascosti dietro tutto quello che c’è da fare e da pensare. Ora sembra emergere tutto, lentamente e inesorabilmente. È così per me, è così un po’ per tutti.

Per ora cerco di darmi disciplina, orari, obiettivi. Unità di misura per delimitare questo caos di indefinitezza, senza veri termini temporali. Ma forse ha ragione Barbara Damiano: il punto in realtà è imparare a cambiare passo. Imparare a cambiare anche noi. Ancora una volta, tutti insieme, ciascuno nella sua solitudine.

Mantenere la distanza di sicurezza


Improvvisamente mi trovo un intero Paese che si affanna a sperimentare modi creativi per fare quello che cerco di fare da almeno un anno, nell’educazione di mia figlia e nelle relazioni in genere: mantenere la giusta distanza.

Vivo insomma immersa in un’immensa metafora. Troppo vicino, troppo lontano. Troppo presente, troppo assente. Troppo espansiva, troppo distaccata. Sono mesi che oscillo, soprattutto da madre, tra questi poli. Salvo brevi ed episodici intervalli, mi pare di essere costantemente alla distanza sbagliata da questa meravigliosa dodicenne, che vuole fare da sé, ma vuole anche essere appoggiata al bisogno, che sente l’urgenza di essere coccolata giusto la sera che io vorrei chiudermi in camera al buio, che ha bisogno di parlare quando io sono in trasferta, tra una riunione e l’altra. Ma se poi in un sabato stranamente libero come oggi le propongo di fare qualcosa insieme, mi dice che in realtà pensava di fare una passeggiata con un’amica (una di quelle che in questi giorni di scuole chiuse pascola ore e ore a casa mia) e al limite di studiare un po’.

Adesso non sono solo io a sentirmi fuori posto e a esitare tra opzioni diverse. Lavorare da casa si può? Si deve? Sarà il caso di annullare una festa di compleanno? E una cena con due amiche?

Vado al museo, approfittando della subitanea sparizione dei turisti? Io alla tentazione di andare a S.Pietro a guardarmi la Pietà senza neanche un minuto di fila ai controlli non ho resistito. Ma la gita lampo a Firenze che avevo seriamente considerato per oggi, alla fine non me la sono sentita di farla. Un po’ per la spesa, un po’ per lo scarso entusiasmo di Meryem, ma un po’ anche perché mettersi proprio a viaggiare compulsivamente non mi pare coerente con quel minimo di buon senso che è richiesto a noi cittadini.

La verità però è che su come educare i figli sono stati scritti mille manuali – che non servono naturalmente né a evitare errori né tanto meno a sapere cosa fare nelle diverse circostanze, ma almeno a posteriori aiutano a capire perché hai sbagliato (perché tanto si sbaglia, l’ho già detto?). Invece su come vivere in un tempo di epidemia, c’è poca bibliografia e tutta piuttosto datata.

Punizioni e ricompense


Ieri facevo una considerazione un po’ avvilente: se nell’educazione dei figli le punizioni sembrano – giustamente – superate, mi pare però che siano all’ordine del giorno nelle mie relazioni adulte e in particolare, ahimè, in quelle che mi vedono interagire con gli uomini. Non mi riferisco, evidentemente, solo o soprattutto ai legami sentimentali (sono peraltro single), ma alle relazioni in genere, in cui non mi abbandona la spiacevole sensazione di essere premiata se “mi comporto bene” e messa in punizione se non obbedisco come una brava bambina di altri tempi.

Per giustizia mi sento di precisare che magari è un momento che mi vede particolarmente insofferente e che probabilmente anche io ci metto del mio: nonostante il preteso senso critico, sono stata educata a essere obbediente e anche a sentirmi dire brava. Questo imprinting evidentemente si ripercuote su come mi pongo al lavoro e nella vita.

Le ricompense però ci sono, indubbiamente, e non sono le gentili concessioni che lascia cadere il maschio di turno, ma le piccole inaspettate meraviglie che illuminano le giornate. Giusto pochi minuti fa, aspettando il tram, una giovane madre radiosa rideva con la sua bimba di pochi mesi, intenta a scalciare via con efficace energia la copertina dall’ovetto. La manina scura della piccola sulla lana gialla, gli occhi ridenti di una ragazza che la copre di nuovo senza stizza o stanchezza. Questa immagine mi ha illuminato la giornata.

Dare tutto


“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Fin da piccola questa frase biblica e evangelica mi è familiare e fino a stasera ho sotto sotto dato per scontato che fosse un effetto retorico, una ridondanza espressiva.

Stasera improvvisamente, dopo una lunga sessione di confronto con mia figlia, ho colto tutta la ricchezza semantica dell’espressione. Oggi davvero ho, in piena consapevolezza, amato con il cuore, come è facile che sia, ma facendo appello a tutte le capacità della mia mente e anche alla mia anima, per lasciarmi ispirare nella creatività della relazione con lei.

Che un figlio tocchi il cuore è una banalità e una legge di natura. Che fare il genitore richieda molto lavoro di mente e ogni forma disponibile di intelligenza pure non è una novità. Ma davvero questa ragazza terribile e straordinaria che è mia figlia è anche padrona della mia anima. Cosa sia l’anima esattamente non saprei spiegarlo stasera se non così: quella terza parte di me che ama Meryem con tutta l’intensità possibile.

A tentoni


È un periodo strano, in cui la pazienza mi viene meno continuamente. Ma non nei confronti della dodicenne, che pure a tratti mi mette alla prova (del resto è il suo lavoro). No, sono io che esaspero me stessa. Un amico ieri mi spiegava che devo darmi tempo, che forse inizio a metabolizzare solo ora i cambiamenti dell’ultimo anno. Ha ragione, o almeno dice cose assai ragionevoli.

Ma è così? Questa sensazione di terreno instabile sotto i piedi, la continua altalena di emozioni che non mi abbandona quasi mai, è davvero un’ondata temporanea, che si riassorbirà sotto i miei occhi? Io ho piuttosto la sensazione che il bello e il terribile dei cambiamenti è che non si torna più quelli di prima.

Esito. E più esito più ho motivo di essere esitante. Mi distraggo in vari modi, ma appena smetto di applicarmi il pensiero scivola di nuovo in quelle due piccole voragini ormai familiari, che hanno le pareti smussate per tutte le volte che ci casco dentro, tipo il piede della statua di S. Pietro consunto di devozione.