Intelligenza


Fin da piccola mi hanno detto che ero intelligente. Per tutta la giovinezza ho pensato di essere almeno intelligente, visto che non ero bella. Salvo poi capire che non ero più tanto sicura di esserlo.

Chi è intelligente è anche furbo? Perché evidentemente non lo sono. Cos’è poi questa famigerata intelligenza?

È intelligente passare una giornata immersa nei pensieri che avevo fin da ieri sera? Se la testa bastasse a non infilarsi nei vicoli ciechi, almeno sulla carta non dovrei stare qui a girare a vuoto. Eppure.

Una persona intelligente prende decisioni lungimiranti? Io cerco di prendere decisioni oneste, di essere fedele a me stessa, di prendere sul serio le responsabilità, ma anche di rispettare la diversità e di considerare quante cose necessariamente non so e non capisco. È intelligenza questa?

Quando mi sentivo intelligente giudicavo con sicurezza e dubitavo molto di meno. Ora che le mie mancanze mi sono più chiare dei miei punti di forza e il cumulo degli errori fatti mi avvolge inevitabilmente come una zavorra, mi sento meno intelligente. Però forse un po’ più umana.

Ripartire


“Ma ti rendi conto che luglio è quasi finito?” Sarà per il trauma della pandemia, come leggevo ieri in un articolo, sarà per il cambiamento climatico che ci prostra, ma quest’anno il tempo pare avere una densità tutta diversa. Corre, ma lascia solchi di stanchezza. In ufficio ci guardiamo con occhi assenti, tutto con il desiderio forte di mollare tutto, almeno per un po’. Per un bel po’.

Eppure, onestamente, credo che non sia questo il momento di lasciarsi andare. Piuttosto devo capire in cosa vale la pena di investire energia. Qualche settimana fa un’amica mi ha chiesto cosa accende ora il mio cuore, cosa mi fa sentire eccitata e entusiasta. Come direbbe Lucifer, che cosa desideri veramente? Io l’ho guardata sopra il mio pollo indiano superpiccante e ho risposto: “Nulla, temo”.

Non è da te, ha commentato lei preoccupata. Già, non è da me. E allora ci sto provando a rimettermi in movimento. Il mio metodo è sempre lo stesso: mi lancio in qualcosa di improbabile, smuovo le acque, rompo il meccanismo della prevedibilità e aspetto. Magari qualcosa succede. E magari anche stavolta ha funzionato.

Quindi ora bisogna essere conseguenti e provare a esplorare qualche strada nuova. Anche se fa caldo e il disincanto aleggia su di me insieme all’umido e alle zanzare di queste serate romane insolitamente silenziose.

Verso la ionica


Per il terzo anno consecutivo sto per trascorrere una settimana a Locri. Abbiamo perfezionato nel tempo questa “soluzione post lockdown” fino a farne una specie di raduno di famiglia. Anche quest’anno avremo la luna piena (mercoledì, per la precisione) e con ogni probabilità, nonostante qualche ansia di mia zia, le cene all’Ultima Spiaggia.

Quest’anno vado sola, Meryem è a Palermo a fare le prove generali di vacanza autonoma. Il tempo passa inesorabile, lo vediamo tutti del resto: non solo dai figli che crescono, ma anche dai genitori/zii che invecchiano e da noi, che una volta eravamo i figli che hanno smesso di andare in vacanza con i genitori, che invece una settimana l’anno ci riaccostiamo al vecchio ruolo e ci facciamo un po’ accudire (ma sempre facendo un po’ finta di essere noi quelli che accudiscono).

Il mio compito, per questa settimana, è cercare di mollare la presa. Conto sul mare di Locri, il primo che ho conosciuto – dalla riva di Ardore. Quello in cui facevo le bracciate con mio padre, in cui saltavo le onde tra le braccia di mia sorella. “Come sul capo al naufrago l’onda si avvolve e pesa…” Già, il cumulo delle memorie da queste parti si fa sentire. Speriamo di essere in grado di nuotarci dentro.

Io, la rana


Qualche notte fa un sogno mi ha ricordato una storiella attribuita a Esopo e che mi è rimasta impressa fin dall’infanzia. Magari la conoscete, ne esistono anche alcune varianti. In breve, una rana sta per attraversare un fiume quando uno scorpione le chiede un passaggio sul suo dorso. La rana obietta però che lo scorpione dovrà astenersi dal pungerla, altrimenti affogheranno entrambi. “Ma ti pare?”, ribatte lo scorpione. E la rana lo fa salire. A metà traversata, lo scorpione punge la rana. Mentre entrambi, come correttamente quanto inutilmente previsto dalla rana, stanno affogando, la rana esasperata chiede allo scorpione: “Ma perché lo hai fatto? Vedi che così ci siamo condannati a morte certa tutti e due?”. E lo scorpione: “È la mia natura”.

Oggi improvvisamente, anche ripensando al sogno, mi è apparso con grande evidenza il fatto che la rana sono io. La rana, a pensarci bene, confida esageratamente non solo nella buona fede altrui, ma anche nella propria capacità di analisi. La rana aveva previsto tutto ed era convinta di aver preso le sue contromisure. Sotto sotto era sicura di averlo convinto, lo scorpione, di aver costruito un’alleanza con lui. Un’alleanza improbabile, certo, ma proprio per questo degna di nota. Non è una cosa da niente portarsi uno scorpione in groppa, ma lei sentiva di poterlo fare.

Peccato che poi, il più delle volte, le cose vanno effettivamente a scatafascio, alla faccia delle prospettive alternative e dell’acutezza della rana. Perché la natura dei ragionamenti non sa che farsene. Nella vita, presa dall’entusiasmo e da una certa arroganza intellettuale, mi sono caricata sulla schiena un certo numero di scorpioni. Tutti, come era facilmente prevedibile, mi hanno punto. Nonostante credessi di poter gestire i rischi, la realtà mi ha sempre smentito.

Quando mi deciderò a smettere di considerare gli scorpioni così interessanti e diventerò capace di lasciarli, senza astio ma con la necessaria freddezza, sull’altra riva?

Immagino


Una serata tranquilla sul divano a immaginare altrui felicità. Quella di Meryem, che sta facendo il primo weekend fuori con gli amici della nuova classe e oggi, alle cinque, ha fatto il primo bagno al mare dell’anno e sembrava estate. E io penso che probabilmente è la prima volta che succede, che io non sia a fare quel primo bagno con lei, e sarà certamente l’inizio di una nuova normalità.

Staccarsi da lei. Mi ci preparo da anni, con la testa, ma continua ad essere durissima. Eppure mi è stato così facile sentire chiaramente che lei non era me, fin da quando non era ancora nata e dormiva nella mia pancia a orari diversi dai miei. Poi però ci sono stati 14 anni di giorni che si susseguivano, prima con lei in braccio, poi con lei per mano, infine con lei che allungava il passo davanti a me.

Oggi è ancora un po’ più difficile. Perché oggi oltre al bagno in mare senza di me ormai ci sono ampi spazi nel suo cuore a cui io non posso avere accesso. La guardo, e immagino. Immagino anche troppo, dietro una porta a volte chiusa e a volte no. Immagino cosa può aver suscitato una risposta brusca o un sorriso. Ma poi se immagino troppo finisce che faccio invasione di campo, che mi distraggo dall’unica cosa che davvero conta per me: lei.

E allora stasera mi concedo, da lontano, solo un’ultima immaginazione: quella di una felicità che non conosco e non conoscerò e che spero accompagni i prossimi mesi se, come temo, saranno in salita.

Luoghi comuni


Non me la sono mai cavata troppo bene con le vicende sentimentali. Non con le mie e neppure con quelle altrui. Non ricordo, infatti, grandi confidenze in merito da parte delle mie amiche. Pescando proprio nella memoria, ricordo una notte di capodanno passata a girare un po’ a casaccio con una compagna di studi che aveva preso la decisione di mollare il suo fidanzato storico per concedersi di più e di meglio. Oggi sono sposati con un figlio quasi adolescente e di quella notte di ribellione ricordo poco (ma temo che non sia per la lieve sbronza, quanto per il fatto che ci fosse ben poco di memorabile).

Ho coltivato con fedeltà commovente fino al masochismo storici amori non corrisposti. Uno, in particolare, mi ha accompagnato per una parte significativa della mia giovinezza e si è distinto perché, almeno per un po’, qualcuno ha creduto che potesse anche avere una qualche forma di concretizzazione. “Vedrai, non dura”, mi disse un’amica quando lui si fidanzò con una bionda apparentemente distante mille miglia dalle profondità intellettuali che ero convinta che condividessimo. Decine di anni dopo sono ancora sposati e hanno due figli.

Forse capirete che i tormenti sentimentali degli adolescenti mi fanno agitare sulla sedia e che vorrei tanto non vederli e non sentirli. Ma questo al moderno genitore empatico pare non riesca proprio. E quindi mi barcameno a tentativi, come riesco, difendendomi come posso e selezionando i messaggi. Perché tirare fuori i luoghi comuni sui maschi per una zitella come me è fin troppo facile. A piccole dosi serve persino.

Ma una cosa mi preme riuscire a ripeterla comunque: di innamorarsi vale sempre la pena, che poi è un po’ come dire che di vivere vale sempre la pena. È facile dirlo quando gli uccellini cinguettano e tutto va per il meglio. In quel caso, anzi, a nessuno verrebbe in mente nemmeno di pensarlo, per quanto è autoevidente. È quando ti viene il dubbio di aver sempre frainteso, quando anche nei ricordi più dolci si insinua il dubbio, che è importante ricordarlo a se stessi.

Non rimpiango neanche un giorno speso ad amare, chi se lo meritava, ma anche chi ha abbondantemente dimostrato di non meritarselo. E, per giunta, sono fiera di non essermi fatta furba nel frattempo. Oddio, magari un pochino non guasterebbe. Diciamo che sono fiera di essere ancora capace di entusiasmarmi e di affezionarmi, a costo di sembrare ingenua, perché in fondo quello che mi fa sorridere da sola per strada, il più delle volte, val bene qualche doccia fredda di tanto in tanto.

Biblia


Forse non tutti sanno che nella mia vita precedente sono (anche) stata una specie di biblista. Più precisamente, la filologia biblica era uno dei miei settori di ricerca e, diciamocelo, di puro divertimento. Quindi si potrebbe ragionevolmente pensare che io possegga un certo numero di testi della Bibbia, come sarebbe logico per uno studioso del campo. E invece no. Io di Bibbia in italiano ne ho sempre avuta solo una: una versione tascabile della Bibbia di Gerusalemme che mi è stata regalata per il compleanno dai miei genitori nel lontano 1982.

Casca a pezzi, ma non ho mai pensato di sostituirla. Quelle pagine sottilissime, pensavo ieri, sono state uno dei pochissimi elementi di continuità della mia vita. Mi hanno accompagnato per tutta la preadolescenza e adolescenza, nei campi scuola sul lago del Turano e in Trentino, nei tre incontri di Taize a cui ho partecipato, a Roma, a Breslavia e a Praga. In tutti i numerosi ritiri a cui ho partecipato, negli anni in cui frequentavo la parrocchia di Donna Olimpia. Lo testimoniano alcune sottolineature a penna (dettate evidentemente da un’urgenza incontenibile, visto che ho sempre odiato usare la penna per sottolineare i libri), soprattutto nella prima lettera di Giovanni: “Chi non ama il suo fratello che vede, non può amare Dio che non vede”. Credo lo leggessi come un monito a quella me che tanta difficoltà aveva – e a tratti ancora ha – a stringere relazioni con gli altri.

Poi per tutta l’università e negli anni successivi quelle pagine le sfogliavo febbrilmente in cerca di indizi, rimandi, tracce, scorciatoie che mi avrebbero permesso di muovermi meglio tra testo ebraico e testo greco. Oggi le riapro di tanto in tanto, cercando di leggere a mente fresca testi vecchi e nuovi, in compagnia di un piccolo gruppo di amici fedeli, ereditati da mia sorella maggiore. Quando la Bibbia la leggevo con mia madre, usavamo l’edizione grande, di casa. In effetti il regalo dei 10 anni, che mi rese molto felice, era una specie di benedizione all’autonomia (con un retrogusto vagamente protestante).

Non avevo mai pensato a quanto la mia storia di pensiero e di vita sia passata per quelle pagine, in cui i diversi incontri fatti mi hanno insegnato a trovare davvero di tutto. Da ragazza mi scambiavo cartoline con un mio amico, molto più adulto, usando solo citazioni bibliche per prenderci in giro e insultarci scherzosamente (lui sulla mia insipienza, io sulla sua vecchiaia). Con Garbini, il mio maestro, manco a dirlo ci ho trovato storia, sesso, delitti, mitologia, libertà di immaginare letture diverse. Certo che ogni volta che ci ho guardato dentro, qualcosa ho trovato.

Quando ho studiato i tarocchi, durante il lockdown, mi è stato spiegato che il mazzo, come la biblioteca di Borges, contiene in potenza tutto l’universo. Immagino che i poemi omerici fossero per i greci una cosa del genere. Quanto a me, il mio piccolo universo individuale è contenuto – sinteticamente e simbolicamente – in quel volumetto. Tra le pagine, c’è anche un foglietto di appunti di Garbini per la presentazione della mia tesi di laurea. Tra le righe di stilografica un po’ scolorite e sbaffate dalla pioggia si legge: “Molte osservazioni personali, mancano le conclusioni”. Anche questo mi sembra un messaggio molto adeguato alla mia vita, in generale.

Miraggi


Ci sono momenti in cui un particolare effetto di luce ti fa credere di avere individuato la via di uscita che cercavi. E allora saltellando corri avanti, pregustando la svolta che ti porterà fuori dal tunnel, compiacendoti del fatto che, nonostante le apparenze, in fondo le risorse le hai.

Poi l’ombra cambia angolazione. Forse il passaggio non c’è. Che non vuol dire che non esista. Magari tra un po’ apparirà sul serio. Ma adesso non c’è. Tocca camminarci un altro pochino nel tunnel.

Ti racconti che quella scorciatoia illusoria era comunque inattesa, che non ci avevi davvero fatto affidamento. Che avevi stimato a suo tempo che ce la facevi comunque e dunque a conti fatti non è successo nulla di cui essere abbattuti. Non hai perso nulla.

Eppure una strisciate sensazione di amarezza rimane. Non dovrebbe esserci, eppure c’è.

Erba gatta


Ieri sera, tornando a casa, ho visto che l’erba gatta che avevo comprato settimane fa per Zoe detta Zozo, il nostro felino di casa, si era afflosciata sul pavimento. Evidentemente il sistema di irrigazione dal basso che credevo di aver messo in atto non è risultato efficace. Allora ho provveduto a mettere il vasetto a mollo nel lavello e con questa manovra di emergenza l’erba si è rianimata.

L’operazione mi ha fatto venire in mente che come da qualche parte e in qualche modo devo aver imparato che quello che ho fatto è la cosa giusta da fare in caso di erba afflosciata, così in questo ultimo anno mi pare di aver imparato a fare con la mia anima. Ogni tanto stramazzo. Spesso. Stanchezza, scoraggiamento, solitudine. Non ultimi, i colpi ben assestati della mia adolescente domestica, che non lo fa per cattiveria, ma farmi a pezzi è un po’ il suo lavoro e lo fa con un certo zelo.

Sono però fiera di riconoscermi un ormai consolidato repertorio di manovre di emergenza per reidratare l’anima rinsecchita. Lo scorso weekend ad esempio un paio di film inglesi ben assestati hanno fatto miracoli (Assassinio sul Nilo e, soprattutto, Il ritratto del duca). Il Baingan bharta, la versione indiana del mutabbal (crema di melanzane affumicate al forno con aromi vari), ben accompagnato da pane morbido, sbracata sul divano, è un altro rimedio che funziona.

Ma più di ogni altra cosa giova ricevere una telefonata inaspettata. L’ho già detto in un’altra occasione: io non ho gli amici con cui vado a mangiare la pizza tutti i sabati, inseriti in cornici regolari di frequentazioni e consuetudini. Ma questo non vuol dire che non ne ho. Anzi, ho amici che mi vogliono molto bene e che spesso mi stupiscono per l’intensità del loro affetto e della stima che mi dimostrano. Sono anche loro un po’ resistenti agli schemi, sparsi in luoghi diversi, “non conformi” e a volte silenti, come me, per mesi o per anni.

Poi mi arriva una telefonata, un messaggio. O, come l’altro ieri, uno di loro va in classe di mia figlia e lei da quel breve scambio coglie un lampo di qualcosa che non conosce se non in teoria, la mia vita prima di lei e oltre lei.

A volte mi arrivano velate critiche perché condivido molto della mia quotidianità sui social. Ma più o meno consapevolmente lo faccio anche perché so che c’è un drappello di amici lontani che guarda, registra, segue con affetto. E io ogni mattina, attraverso il vituperato Facebook, menziono a un amico gesuita le persone che voglio che ricordi quando celebra la Messa. Molti di loro riderebbero se lo sapessero. Ma anche questa che ormai è un’abitudine quotidiana per me è un filo, un legame, tra le varie parti di me e tra il mio passato e il mio presente, che considero prezioso.

La fine


C’è un momento, un momento preciso, in cui ogni cosa finisce. Il sentimento più impetuoso e doloroso, persino quello capace di trascinare detriti per anni, arriva a smorzarsi e a languire. Certe volte non è possibile dire quando questo sia avvenuto. Ce ne si rende conto a cose fatte, quando il dato di fatto ha rimpiazzato ogni senso del dovere o di artificioso rimpianto.

Altre volte invece, come è successo a me qualche giorno fa, il momento temporale e il contesto specifico sono chiari. Hanno un giorno e un’ora a cui possono essere ricondotti. Portano forse inevitabilmente a un calo di tensione, a uno spostamento di baricentro. E poi, settimane dopo, di guardi indietro e sospiri. Perché avere più energie è bello, ma quel sentimento manca maledettamente.

Mi immagino conversazioni di chiarimento che nessuno inizierà mai e di cui obiettivamente nessuno sente il bisogno. E anche solo immaginandole mi sento un nodo alla gola e ho voglia di piangere. Ma tanto non si verificheranno mai, quelle conversazioni.

Di meno, ma fa male. Fa male, ma di meno. Ho sempre amato questo verso di Poliker. Me lo fischietto da sola, camminando per strada, non andando a prendere nessuno a Termini.

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