Sconfitta


Scrivendo il titolo di questo post mi sono resa conto che è ambiguo. Intendevo il sostantivo o l’aggettivo? In realtà il primo, forse. Ma mi sento anche molto sconfitta personalmente.

Ho letto molta soddisfazione qua e là in merito al vertice di ieri a Malta. Una soddisfazione che posso capire: almeno adesso l’Italia ai tavoli si presenta. Però non posso fare a meno di constatare, anche in questa circostanza, che una volta fatto precipitare il livello della discussione politica e pubblica, questo resta infimo comunque, a meno di decidere di fare un lavoro immenso che nessuno si sogna di cominciare.

Non mi pare che nessuno oggi si scandalizzi davanti a affermazioni del tipo: “La soluzione definitiva è che non partano più o che siano rimpatriati”. Solo io colgo la violenza di una frase così (ammesso e non concesso, naturalmente, che sia stata fedelmente riportata)? Anche il tema delle sanzioni agli Stati che si oppongono alla redistribuzione di migranti suona pericolosamente simile ai provvedimenti obbligatori per lo smaltimento dei rifiuti.

Mi fa paura la leggerezza con cui ogni componente di realtà della questione venga spazzata via da frasi fatte, che sembrano l’esito asettico di un’analisi dei sondaggi che continuano a incalzarci di giorno in giorno: il consenso scende, il consenso sale, come gli indici di borsa che del resto non ho mai capito.

Come si può pensare qualcosa, concertare una politica complessa, se il navigatore del leader di turno si deve resettare freneticamente a ogni soffio di vento?

In ogni caso, non riesco a convincermi che la cosa sia affar mio. In questo consiste la sconfitta. In fondo un po’ in altri tempi credevo che capire, spiegare, porsi domande potesse avere una sua utilità. Oggi, se devo essere onesta, non ci credo. Domani chissà.

P.S. L’immagine si riferisce al bellissimo spettacolo Xenos di Akram Khan

Testa e pancia


Stamattina aprendo l’armadio ho pensato: “Al diavolo. Mi metto quei pantaloni e quella maglia che stanno lì, poco utilizzati, perché quando li metto mi viene in mente solo il giorno per cui li avevo comprati”. Ma sono forte, io, ieri al lavoro è andata bene e quell’insicurezza che mi è saltata al collo più volte in questi 5 mesi quasi non la avverto più.

Quasi. Però poi, sotto sotto, ho sentito un fondo di malinconia per tutta la giornata. Quei vestiti scelti con entusiasmo mi ricordano aspettative deluse, energia sprecata. “Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci”. Basta davvero sapere che è giusto e ragionevole per non ritrovarsi a farlo?

Stasera ripenso ai miei cani e ai miei porci, a quanto ostinato affetto ho dedicato agli uni e agli altri. Se me li trovassi davanti di nuovo, non escludo che mi frugherei in tasca alla ricerca di una cosa santa o di una perla. Ho fatto male? Forse no. Ma farei del male a me stessa, oggi, a continuare a guardarmi indietro. Rischierei di ritrovarmi trasformata in una statua di sale.

Vado avanti, quindi. Non perché “me lo merito”, come mi ha affettuosamente detto qualcuno, ma più banalmente perché è lì che si va quando si mette un passo davanti all’altro. E così sia.

Berlino e me


Quando mi sono trovata abbastanza inaspettatamente a immaginare una vacanza estiva senza mia figlia, non c’è voluto molto per pensare a Berlino. Mi ci voleva un posto dove sto bene, che mi occupasse sufficientemente la testa con pensieri nuovi per non lasciare troppo spazio a quelli vecchi e, allo stesso tempo, non richiedesse sforzi eccessivi, di nessun genere.

Berlino è una delle città dove ho bei ricordi del passato, un posto dove sono tornata più volte, in fasi molto diverse della mia vita e che ho trovato allo stesso tempo familiare e nuova ogni singola volta. Un posto dove capisco un po’ ma non tutto delle lingue più parlate per strada, tedesco e turco, e il ronzio delle conversazioni tra sconosciuti mi è familiare senza davvero distrarmi.

Berlino è dove ho parlato per la prima volta a un convegno in una lingua diversa dalla mia e quell’intervento è diventato un articolo per una rivista che all’epoca consideravo molto fica. Berlino è dove ho comprato un bracciale realizzato piegando una forchetta e un cappello assurdo che in realtà ho messo pochissimo, ma che ho ancora in un cassetto. Berlino è un viaggio fatto solo per andare a un concerto al Tempodrom. Berlino è sempre stata una fantasia di vita possibile e anche un posto dove riabbracciare vecchi amici. Berlino è la prima sala del Pergamon e il segreto piacere di pensarla più importante e bella delle altre, che tutti guardano a bocca aperta.

Anche questa volta Berlino è stata gentile. Sole, nuvolette, cielo azzurro. Percorsi facili, un letto comodo. La sensazione di camminare per strada da sola, anche di sera, vedendo quanto è normale farlo.

Berlino non è proprio Germania, mi dice qualcuno. Certamente Berlino non è un luogo comune. Le spaccature della storia l’hanno resa più elastica. Non credo che ci vivrei, sono troppo romana ormai. Ma starci mi piace sempre moltissimo.

Getsemani


La scorsa settimana mi sono trovata con il mio nuovo capo, psicoterapeuta, a parlare a cena niente meno che dei Vangeli. Sono un territorio che mi è familiare e in qualche modo mi rendo conto che avevo la pretesa di saperne più di lui, notoriamente ateo, sull’argomento.

Però mi ha fatto cogliere un aspetto a cui non avevo mai pensato. Raccontava che talora, anche in terapia, utilizza il racconto dell’orto degli ulivi. Un racconto, a sentir lui, del tutto paradossale. Quanta probabilità c’era che, dato un gruppo di discepoli fidatissimi, pronti a morire per il proprio maestro, in seguito all’espressa richiesta di lui di vegliare si addormentassero tutti? Non uno, non la metà. Tutti.

Cosa ci insegna questo episodio? Secondo lui è davvero istruttivo sulle aspettative che tutti noi nutriamo verso le persone che amiamo. Si deve forse dedurre che i discepoli, vinti dal sonno, non amassero Gesù o non lo amassero abbastanza? La storia nel suo complesso ci dice che non è così. Il racconto mostra altro. Che ci possono essere mille ragioni perché chi amiamo finisce per deludere le nostre aspettative. Magari avevamo aspettative non realistiche, magari non consideravamo le sue esigenze, magari è successo uno dei tanti intoppi di comunicazione o di relazioni che non fa girare le cose come le avevamo pensate. Quel sonno non è la misura del non amore. Rifletterci può essere utile.

In particolare mi è utile stasera e la riflessione mi convince pienamente. È stata una giornata emotivamente intensa. A tratti mi sono sentita sola e avrei tanto voluto non esserlo. Però in questo momento un po’ lo sono, per un incrocio di circostanze, di geografia, di vicende anagrafiche. Qualcosa si riesce a parare e se devo essere onesta il raccolto delle mie frammentarie richieste di soccorso è stato soddisfacente. Non si è addormentato nessuno. Però mi sarebbe servito proprio un abbraccio fisico, tangibile, tanto tempo, tanta pazienza.

La mia professoressa di italiano delle medie diceva spesso: “Quando ti senti triste fino alla morte, ricordati che non sei solo nell’orto degli ulivi”. Non ho mai amato quel suo misticismo un po’ barocco e sofferente, ma anche questa frase ha la sua verità. Magari non nel modo che vorrei, ma sola non sono.

Ritmo e miscele


Ho già scritto che il tempo ultimamente mi pare scorrere più velocemente. Aggiungerei che il cambio di lavoro finalmente comincia a creare l’effetto che speravo: quello di una bella e vigorosa mescolata all’impasto di un dolce.

I vari progetti a cui sto lavorando da un lato mi mettono in contatto con realtà nuove, che mi interessano, dall’altro mi stanno permettendo di rinfrescare vecchi contatti e persino di scoprire connessioni impreviste.

Soprattutto sempre più spesso mi trovo nella posizione lavorativa per me ideale, a lavorare in gruppo tra pari. A prescindere da risultati e temi, è una bella sensazione, che ultimamente provavo troppo di rado.

Mi pare che la giusta quantità di aria fresca si stia amalgamando quindi al composto. Ne vedo gli effetti benefici anche fuori dal lavoro. Respiro, sono di buon umore, mi sento più tranquilla.

Spero che duri.

Di meno ma fa male


Uno dei miei punti di forza è la capacità di riprendermi dalle botte della vita. Riesco a farlo in primo luogo perché la mia memoria funziona in modo anomalo. Come una stoffa malamente rattoppata (e come il golfino che indossavo oggi…) ogni tanto si apre un buco in cui tanti rancori vengono inghiottiti. Non sono particolarmente generosa nel perdonare, ma per fortuna spesso mi dimentico di portare rancore. Mi dimentico anche perché dovrei portarlo. Però dimentico anche di chiedere scusa e i motivi per cui avrei dovuto farlo.

Ho una playlist su Spotify che si chiama Memories e negli ultimi due mesi mi ha riportato flash del passato, inclusi ricordi agrodolci. Penso in particolare a due amicizie che ho creduto eterne e che si sono spente di colpo nel nulla, dopo un periodo relativamente breve. Una aveva la suo colonna sonora e in qualche modo parte della sua essenza in alcune melodie pop israeliane. L’altra, legata ad Israele anch’essa, ha piuttosto il suono dei REM. Sarà per questo, oltre che per un paio di altre ragioni, che una parte di me è convinta che io debba ritornare a Gerusalemme, dove ho lasciato alcuni conti in sospeso con la giovane me che credeva di essere intelligente. Nel 1994 e poi ancora nel 1999, sempre di agosto. Ho assorbito gli urti, ho tirato dritto, ma i pezzi ancora non sono andati bene a posto.

Oggi mi trovo a rivivere per certi versi una situazione simile a quelle due. Anche in questo caso, assumo un’aria intelligente e matura (stavolta ho anche l’età dalla mia parte) e mi dico che sono cose che capitano. Ma non sono tanto convinta. Perché capitano? Perché a un certo punto ci si arrende alle incomprensioni e al silenzio?

Ho voluto bene, per un tempo più o meno lungo, a tutte e tre le persone a cui sto pensando questa sera, e ce ne aggiungo anche una quarta logicamente connessa e anch’essa persa, anche se meno subitaneamente e meno misteriosamente. Due donne, due uomini. Ancora oggi non posso fare a meno di pensare che mi dispiace che sia andata così. È stato uno spreco, come quando ti regalano una bella pianta e la lasci appassire per incuria, perché non ci pensi e, quando ci pensi, ti convinci che potrai occupartene dopo. Però dopo è troppo tardi o magari quel dopo non arriva nemmeno.

Il tempo e la scarsa memoria aiutano. Lo dice una canzone di Yehuda Poliker che ho sentito spesso in questi giorni: fa male, ma di meno / di meno, ma fa male.

Tempismo


Se guardo indietro, come mi capita spesso in questo periodo, ho l’impressione che le cose migliori che mi sono capitate siano imputabili a una felice coincidenza di spazi e di tempi. Trovarsi con il dito sulla macchina fotografica proprio quando lo scatto è quello giusto. Infilarsi nell’aula universitaria esattamente in quell’orario e incontrare il professore che tanta impronta intellettuale lascerà in te. Essere quella che studia ebraico a cui porre una domanda inconsueta e trovarsi all’avvio di un’amicizia quasi ventennale. Potrei continuare.

Non mi sono mai soffermata a pensare a quanti di questi misteriosi momenti di sincronia non sono invece avvenuti. Magari quando invece di sedermi in biblioteca sono andata a prendermi una bevanda al gusto di tè al limone alle macchinette. Quando ho detto o fatto la cosa sbagliata e un’alchimia positiva è scoppiata come una bolla di sapone. A volte me ne sono accorta (ma mai ad oggi sono riuscita a rimediare), più spesso no.

Poi ci sono le cose che capitano troppo tardi, o troppo presto. Quelle che credi di poterti godere piluccandole nel tempo e invece no, interviene qualcosa che lo rende impossibile. Ci sono le illusioni ottiche, gli abbagli.

Per fortuna non riesco neanche a figurarmi tutto quello che avrebbe potuto essere. Come mi trovavo a pensare ieri, non c’è niente di peggio che perdere l’ultimo treno per una manciata di minuti.

Se non si può ignorare di averlo perso, quel treno, si può almeno non essere del tutto sicuri che fosse l’ultimo.

Va tutto bene, eh? È solo che in questo maggio che pare novembre mi sento a tratti un po’ sopraffatta.

Montagne russe


Questo blog ha compiuto 15 anni e forse per questo non lo accudisco più come prima. Però lo continuo a guardare con affetto e rispetto, forse lo prendo persino più sul serio: custodisce molte cose, alcune senza importanza, altre per me utili e persino preziose.

Scrivo questo post dopo. Dopo alcuni cambiamenti importanti, il più evidente dei quali è quello lavorativo. Ma non è tanto di questo che voglio parlare, quanto di me in questo furioso alternarsi di paura e eccitazione, di gioia pura e di tristezza. Persino dolore. Da un paio di mesi sono a bordo di infernali montagne russe di emozioni e non c’è verso di scendere.

Mi sono chiesta a cosa posso aggrapparmi quando la discesa mi pare troppo ripida e dubito di tutto. Certamente la bellezza un po’ aiuta. Roma ogni tanto sembra farmi un cenno di incoraggiamento. Ma c’è stato anche tanto altro, in questo periodo. Sculture di Verrocchio, graffiti rinascimentali, persino un airone che faceva colazione lungo un fiume in una mattina struggente ma comunque a modo suo (agro)dolce. Ancora di più mi aiutano i momenti in cui mi trovo per caso sintonizzata su una frequenza che mi appartiene e allora riesco a splendere con disinvoltura, divertendomi persino, dimenticando remore, insicurezze e mancanze vere o presunte.

Sotto una perfetta luna piena, la settimana scorsa, mi sono ripromessa di coltivare una doverosa gratitudine per questa vita ricca che ho avuto e che ho ancora tra le dita, anche se in alcuni momenti i vuoti rimbombano più dei pieni.

Termini


Lunedì sera il nostro treno è arrivato a Termini a mezzanotte passata. Mentre facevamo la fila per un taxi, io avevo lo sguardo fisso alla carreggiata davanti a noi, dove le vetture bianche arrivavano per fortuna in rapida successione, talora sollevando alti spruzzi dalla pozzanghere della pioggia che evidentemente aveva bagnato la città in nostra assenza. Meryem invece guardava la fila di persone sdraiate lungo le porte dell’atrio. “Ma noi lasciamo tutti loro a dormire per strada ogni sera?”. Stavo per cominciare con il discorsetto sul fatto che magari per alcuni di loro è una scelta, che aiutarli non è così semplice, eccetera eccetera. Ma mi sono fermata in tempo. Chi vogliamo prendere in giro? Sì, è esattamente così. Noi ogni sera li lasciamo lì.

Ogni sera, a quanto ne so, lasciamo lì sempre più persone, perché è sempre più facile non avere diritto ad altro, non avere altra possibilità. E magari ci limitassimo a questo. Ieri, tornando a casa con l’autobus, un uomo in sedia a rotelle, palesemente senza dimora, ha cominciato a insultare alcuni passeggeri. “Pezzi di merda, scendete”, li apostrofava con voce impastata. A un certo punto ha persino allungato la mano contro un ragazzo, gridando: “Chi sei? Chi sei tu?”. Lui ha fatto un passo indietro e poi è sceso alla fermata successiva. Un signore che era in piedi lì accanto senza parere ha fatto un passetto in avanti, frapponendosi tra i due. Meryem mi ha guardato in attesa di un commento, che questa volta ho fatto. Sappiamo che molte persone non sono lucide e le condizioni in cui vivono non aiutano certo. In questi casi, semplicemente, è prudente allontanarsi senza dire niente.

Meryem ha annuito sospirando. Sa benissimo che vivere in strada è difficile, non solo per il freddo. Ha conosciuto Chiara, una signora dai capelli bianchi, che viveva per strada nel nostro quartiere. La scuola di Meryem le ha dato la possibilità di appoggiarsi in un capanno per gli attrezzi nel cortile e i bambini la conoscono e le vogliono bene. Le hanno chiesto qualcosa della sua vita faticosa e se qualcuno la deride si indignano. Chiara ha un nome, è parte della comunità. Ma tutti gli altri?

Mia figlia, a 11 anni, non fa fatica a capire che vivere ai margini annebbia la mente, fa perdere la dignità e il senso del limite. Sono sicura che se le dicessi che, su un autobus come quello su cui eravamo noi ieri, due persone senza fissa dimora si sono messe a discutere e a insultarsi senza particolare ragione e poi, scesi dall’autobus, uno dei due ha dato una coltellata all’altro urlandogli “italiano di merda” (era georgiano, per la cronaca), sospirerebbe, magari ne sarebbe turbata, ma non penserebbe che l’accoltellatore è un “terrorista” e l’altro un “cittadino innocente”. Magari si chiederebbe perché abbiamo lasciato entrambi a dormire per strada nel degrado feroce che esiste a Roma come in tante altre città del mondo, ma qui sembra dilagare.

Il nostro ministro dell’interno, a quanto pare, ha preferito dare un’altra versione dei fatti. Sguaiata, offensiva, pretestuosa. Altri – che peraltro questa città amministrano – rispondono in modo altrettanto pretestuoso, rivelando come sempre superficialità e vigliaccheria, pronti a schivare qualunque responsabilità.

Io continuo a insegnare a mia figlia quello che mi pare essenziale, e ciò che il senso di comunità è l’unica cosa che sostiene noi uomini, in tutto il mondo e anche sui mezzi pubblici di Roma. Tutto il resto è rumore.

Perdere tutto senza perdersi


Sto iniziando a mettere via le carte, i libri e le foto accumulate nel mio ufficio in tutti questi anni di lavoro. Ne ho trovato uno che vi trascrivo qui, ripensando all’autrice, che ci ha lasciato sette anni fa.
Trascrivendo oggi queste parole, mi pare che mi parlino oggi più di sette anni fa. Mi parlano di lei, mi parlano di tante persone care, ma mi parlano anche di me e del “lungo e dolente viaggio” degli ultimi sette anni.

Cosa sono le migrazioni forzate, l’esilio se non – innanzitutto ed essenzialmente – una prova? Forse la più estrema a cui l’uomo sia chiamato.
Un salto nel vuoto, un viaggio in fondo alla notte, in fondo a se stessi.
Con l’irrinunciabile fardello di tribolazioni e tradimenti, la desolante visione di opportunismi e di viltà. E al fianco sempre, inesorabile, la morte. Nell’opprimente peso di un giorno senza cielo, in attesa di un velato e lontanissimo domani.
Alla fine del viaggio, lungo come un tunnel senza luce, si può tuttavia scoprire la gemma preziosa, il fiore nascosto: la libertà dalla paura, dai legami materiali, da quelli affettivi.
E approdare a una riva che ci scopre nuovi, diversi. Forse migliori. Sebbene questo viaggio non sia e non possa essere stato scelto, voluto.
In questo tuffo nell’abisso profondo, oscuro della vita, per chi non vuole essere vittima della storia prima ancora che degli uomini, unica bussola a cui ancorarsi è la ricerca di assoluto, il gusto dell’eccellenza, là dove il destino ti conduce. Anche dall’altra parte del mondo.
Avanzando, capaci di guardarsi indietro senza essere risucchiati. Fedeli ma non prigionieri del passato. In equilibrio solitario fra più mondi, dimensioni. Con un tempo, prezioso, da rielaborare nel silenzio meditativo, orante della crescita interiore.
Per comprendere, infine, dopo un lungo e dolente viaggio, che si può perdere tutto e non perdersi. Innervata di senso, la vita può così nuovamente fluire verso il suo destino.

Ngô Đình Lệ Quyên

Dakar, 30 novembre 2010