Stanze chiuse

Nella sola giornata di ieri sono capitata in due diverse situazioni da cui sono uscita se non proprio con un senso di oppressione, quanto meno con l’idea che ci sarebbe stato molto bisogno di dare una bella areata alla stanza, in senso figurato.

Non so se sia normale ora che non siamo più giovani: si finisce per ritrovarsi in relazioni professionali consolidate e certe occasioni finiscono per essere più il pretesto per confermarsi la reciproca stima e affiatamento che per fare davvero qualcosa di cui altri possano ricavare qualcosa. Credo, anzi so, di averlo fatto qualche volta anche io. Peraltro questo non significa che gli altri che ci si trovano non ne traggano qualcosa di utile o di bello (ieri, ad esempio, in un caso sono stata contenta di esserci; in un altro decisamente meno).

Certo che quando le cose stanno così, fare progressi è certamente più difficile. Non impossibile, forse, ma certamente meno probabile. Si perde molto tempo e energia a dirsi quanto si è e si è stati bravi: ne rimane a sufficienza per vedere dove non lo si è stati?

Se un contenitore è già pieno, con tutta la buona volontà non si può infilarci dentro altro. E, specialmente in alcuni contesti, ritrovarsi dopo venti anni a ripetersi le stesse pur pregnanti parole difficilmente è un buon segno…

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