Termini

Lunedì sera il nostro treno è arrivato a Termini a mezzanotte passata. Mentre facevamo la fila per un taxi, io avevo lo sguardo fisso alla carreggiata davanti a noi, dove le vetture bianche arrivavano per fortuna in rapida successione, talora sollevando alti spruzzi dalla pozzanghere della pioggia che evidentemente aveva bagnato la città in nostra assenza. Meryem invece guardava la fila di persone sdraiate lungo le porte dell’atrio. “Ma noi lasciamo tutti loro a dormire per strada ogni sera?”. Stavo per cominciare con il discorsetto sul fatto che magari per alcuni di loro è una scelta, che aiutarli non è così semplice, eccetera eccetera. Ma mi sono fermata in tempo. Chi vogliamo prendere in giro? Sì, è esattamente così. Noi ogni sera li lasciamo lì.

Ogni sera, a quanto ne so, lasciamo lì sempre più persone, perché è sempre più facile non avere diritto ad altro, non avere altra possibilità. E magari ci limitassimo a questo. Ieri, tornando a casa con l’autobus, un uomo in sedia a rotelle, palesemente senza dimora, ha cominciato a insultare alcuni passeggeri. “Pezzi di merda, scendete”, li apostrofava con voce impastata. A un certo punto ha persino allungato la mano contro un ragazzo, gridando: “Chi sei? Chi sei tu?”. Lui ha fatto un passo indietro e poi è sceso alla fermata successiva. Un signore che era in piedi lì accanto senza parere ha fatto un passetto in avanti, frapponendosi tra i due. Meryem mi ha guardato in attesa di un commento, che questa volta ho fatto. Sappiamo che molte persone non sono lucide e le condizioni in cui vivono non aiutano certo. In questi casi, semplicemente, è prudente allontanarsi senza dire niente.

Meryem ha annuito sospirando. Sa benissimo che vivere in strada è difficile, non solo per il freddo. Ha conosciuto Chiara, una signora dai capelli bianchi, che viveva per strada nel nostro quartiere. La scuola di Meryem le ha dato la possibilità di appoggiarsi in un capanno per gli attrezzi nel cortile e i bambini la conoscono e le vogliono bene. Le hanno chiesto qualcosa della sua vita faticosa e se qualcuno la deride si indignano. Chiara ha un nome, è parte della comunità. Ma tutti gli altri?

Mia figlia, a 11 anni, non fa fatica a capire che vivere ai margini annebbia la mente, fa perdere la dignità e il senso del limite. Sono sicura che se le dicessi che, su un autobus come quello su cui eravamo noi ieri, due persone senza fissa dimora si sono messe a discutere e a insultarsi senza particolare ragione e poi, scesi dall’autobus, uno dei due ha dato una coltellata all’altro urlandogli “italiano di merda” (era georgiano, per la cronaca), sospirerebbe, magari ne sarebbe turbata, ma non penserebbe che l’accoltellatore è un “terrorista” e l’altro un “cittadino innocente”. Magari si chiederebbe perché abbiamo lasciato entrambi a dormire per strada nel degrado feroce che esiste a Roma come in tante altre città del mondo, ma qui sembra dilagare.

Il nostro ministro dell’interno, a quanto pare, ha preferito dare un’altra versione dei fatti. Sguaiata, offensiva, pretestuosa. Altri – che peraltro questa città amministrano – rispondono in modo altrettanto pretestuoso, rivelando come sempre superficialità e vigliaccheria, pronti a schivare qualunque responsabilità.

Io continuo a insegnare a mia figlia quello che mi pare essenziale, e ciò che il senso di comunità è l’unica cosa che sostiene noi uomini, in tutto il mondo e anche sui mezzi pubblici di Roma. Tutto il resto è rumore.

One thought on “Termini”

  1. Io vivo in un piccolo paesino di montagna, frequento poco la città, quindi quando capita e vedo questa disperazione ne resto davvero molto colpita. Queste persone oltre ad avere perso la casa, la famiglia, hanno perso anche la ragione, o forse è proprio questo motivo che ha fatto perdere loro tutto il resto. Il disagio psichico, la malattia mentale ti porta a varcare dei cancelli e una via che difficilmente ha ritorno. Ho convissuto per oltre vent’anni con un malato psichico e so cosa vuol dire, quanto sia difficile e come sarebbe più facile arrendersi e lasciarlo andare alla deriva.
    Passeggiavo per la via Delle stelle a Hollywood e vedevo decine e decine di giovani persi, con sguardi vacui, abbandonati a se stessi. Ognuno di loro ha una grande storia di sofferenza, di abbandono, di resa. Di famiglie straziate dalla malattia.

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