Oggi Meryem, vedendo una foto che le ho scattato ieri davanti ai Fori Romani, ha esclamato un bellissimo: "Ecco io!". L’identità possiamo considerarla acquisita.
Se fossi una madre assennata, non incoraggerei Meryem a soggiornare sotto il tavolo Ikea. Ogni tanto ci provo a dirle che fa freddo, che è sporco, che non si sta sdraiati per terra. Ma più spesso cedo al suo richiamo e ci buttiamo là sotto, sdraiate una accanto all’altra. A volte leggiamo, o addirittura ci beviamo un succo o mangiamo qualcosa. Più spesso non facciamo nulla: ci guardiamo, ridiamo, lei ordina e io obbedisco (esci, mamma! vieni mamma! cucù settete!). Lo sento come uno spazio comune tra me e mia figlia, quel quadrato sotto il tavolo Ikea. Durerà? Quanto durerà? Se lo ricorderà? Quante incognite inutili.
Oggi il tempo era abbastanza infame. Volevamo andare alla kitchissima sfilata storica del Natale di Roma, abbiamo ripiegato sui Musei Capitolini. La guerrigliera è stata abbastanza brava. E’ corsa su e giù, saliva e scendeva gli scaloni, si è innamorata del cavallo di Marco Aurelio. Almeno non abbiamo ceduto al grigiore di questa domenica. Ci siamo un po’ inumiditi, ma abbiamo condiviso la sorte di tutti i turisti nordici, che marciano impavidi e sorridenti, talora in shorts, con nidiate intere di frugoletti al seguito. Se ce la fanno loro, perché non noi? Speriamo di non pagare questa botta di cultura con un malanno primaverile.
Oggi vi racconto una storia vecchia, ma pur sempre vera. C’era una ragazza molto presuntuosa, che pensava sostanzialmente di avere in mondo ai propri piedi e una brillante carriera davanti a sé. Sebbene la sua storia personale non brillasse per successi in amore, era anche fidanzata con una persona che credeva assolutamente congeniale a quello che desiderava: brillante, anomala, originale, intelligente, fuori dagli schemi. Un giorno incontra un giovane di cui altri le avevano parlato. Il tempo resta lì sospeso mentre i due mangiano un panino al bar e parlano fitto fitto. Per giorni in effetti non fanno che vedersi. Quasi subito si chiarisce che lui è interessato a un amico di lei e che dunque in questo loro rapporto non c’è nulla di sessuale. In tutta la loro vita, i due si sono finora frequentati forse un paio di mesi, con stranissimi salti temporali. Al bilancio vanno aggiunte alcune incongrue telefonate fiume dall’altra parte del pianeta. Poi, in tempi più recenti, qualche chat.
La nostra ragazza presuntuosa nel frattempo ha ricevuto dalla vita diverse porte in faccia. Ha abbassato le penne, è meno affilata (in ogni senso: fisico, dialettico, intellettuale, sentimentale). Continua tuttavia ad avere la sua vita relativamente sotto controllo e sotto sotto è una coniglia. Non farebbe, alla fin fine, scelte che le sconvolgerebbero la vita. Non le avrebbe fatte neppure a 24 anni circa, età che aveva all’epoca dei fatti. Eppure ancora oggi, quando ripensa a quel giorno e a quel primo panino, ne è sicura: se il quasi sconosciuto le avesse chiesto di fare le valige e partire con lui per la fine del mondo quella stessa sera, probabilmente lo avrebbe fatto. Ancora oggi non sa spiegare perché, né si chiede se sarebbe stata una fortuna o una rovina. Però è un fatto e ne prende atto. Uno di quei fenomeni che in questa epoca non hanno una spiegazione razionale.
Inesorabilmente, continuo a scontare le vacanze con un lungo strascico di malesseri vari. Per giunta, è ripresa una fatale sequenza di prolungamenti dell’orario di ufficio (oggi, domani, lunedì…), che raggiungeranno il culmine nell’intera giornata di sabato, che passerò in ufficio. Anche Meryem è al limite e non immune da sintomi spiacevoli (per lei e per gli altri…).
Qualche mese fa, improvvisamente, ho pensato che qualcosa potesse radicalmente cambiare. Una serie di eventi inattesi mi aveva indotto a sogni e fantasticherie che, ahimé, in gran parte si sono ormai rivelati tali. Allo stesso tempo però riconosco che questa precaria stabilità ha pure un suo valore. Che ha i suoi lati positivi. Ma continuo a sperare, forse a torto, che non sarà così per sempre.
Già siamo a metà aprile. Anche quest’inverno ce lo stiamo lasciando alle spalle. Se potessi, mi fermerei al prossimo tornante a guardare la strada (in salita) percorsa in questo tempo. Ormai si dovrebbe godere di un discreto panorama.
Pasqua e Pasquetta passati, in puro stile vicinorientale, a combattere contro il caos in tutte le sue forme (che per pudore non vi elenco). Stremata, guardo con una certa aspettativa alla pace del mio ufficio sotterraneo, sia pure condita di scadenze improbabili da rispettare. Però un’immagine mi accompagnerà da domani: Meryem che dorme nel passeggino mentre padre Fortino, alla Messa bizantina del Sabato Santo, la inonda di una pioggia di foglie d’alloro. Sui particolari liturgici e sulle memorie personali connesse a questa celebrazione mi soffermerò, forse, un’altra volta.
Conversazione post-scossa di ieri sera (questa volta l’abbiamo sentita, eccome).
Io: Ma se ci fosse un terremoto serio qui, tu prima di scappare cosa prenderesti?
Lui: E che vuoi prendere? Prenderei Meryem e me ne andrei. Se ce la faccio.
Nizam lascia tante incognite e dà poche rassicurazioni, per sua natura. Ma su alcuni punti fondamentali…
Il template mi ricorda il camaleontico ponte sul Bosforo, che cambia colore ogni tot minuti: non trova pace. Una volta è in un modo, una volta nell’altro. Quando si dice l’impermanenza. Oggi avrei dovuto staccare anticipatamente, ma non pare che l’andazzo sia questo. In compenso domani me ne starò a casa, così magari il raffreddore post-vacanza con relativa tosse cavernosa potrà migliorare…
Mi hanno ripristinato il template! Magari però potevano chiedermi se lo volevo…
Aggiornamento: ora lo hanno cambiato di nuovo? Mah…
Su Costantinopoli infatti non ci son dubbi; anche il viaggiatore più diffidente ci va sicuro del fatto suo; nessuno ci ha mai provato un disinganno. E non c’entra il fascino delle grandi memorie e la consuetudine dell’ammirazione. È una bellezza universale e sovrana, dinanzi alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del mezzogiorno, tutti hanno messo un grido di maraviglia. È il più bel luogo della terra a giudizio di tutta la terra. Gli scrittori di viaggi, arrivati là, perdono il capo.
Così scriveva De Amicis in un volumetto godibilissimo, recentemente riedito da Einaudi (che si trova anche in full text su web). Tulipani in fiore, cicogne, sole e venticello primaverile… questa gita a Istanbul sembrava persino troppo bella per essere vera. Non era la mia prima volta lì, ma così radiosa non l’avevo vista mai. Trovate un assaggino qui.
Pronti, partenza…. via! Da domani i genitori degeneri si godranno la loro avventura costantinopolitana.