Il template stamattina era collassato. Questo mi ha indotto a tornare alle origini, riscegliendo quello che è stata la prima "faccia" di questo blog. La foto non mi fa impazzire, all’epoca la tolsi e basta. Che voi sappiate, c’è un’alternativa? Ne posso in qualche modo caricare una mia?


Leggendo un articolo di MammaFelice sulla pet therapy, pensavo agli approcci di Meyem con gli animali. I maggiori progressi li fa a casa della tata Silvana, dove abitano un cane lupo di ragguardevoli dimensioni di nome Ettore e una tartaruga. Mia figlia, anche se non amava ammetterlo, era un po’ impensierita dal cane. Ora però ha superato ogni timore, perché ha imparato la parola magica: "A cuccia!". E quello, che è una bestiola educata, si siede. Meyem ama molto questo particolare rapporto di causa-effetto, quindi appena sente nominare il suddetto Ettore, immediatamente intima "a cuccia!", così da tenerne a bada anche l’immagine. Il problema nasce con la tartaruga. Non posso credere che le faccia davvero paura, ma certo è che non posso pretendere che Silvana educhi anche le tartarughe. Quindi, le poche volte che la pigra bestia dà segno di vita, Meryem si porta teatralmente entrambe le mani alla testa ed esclama, divertitissima: "Oddio, aruga!". Poi, visto che il gesto e l’espressione le piacciono, lo fa anche a casa, davanti a eventuali pupazzi tartarughiformi o anche così, per esercitarsi.


Il solito giochetto su Facebook mi ha costretto a ravanare tra le mie reminiscenze musicali e a ripescare una canzone che ho amato moltissimo. E’ il tipico caso di musica che forse pare strana e magari noiosa a chi non ha l’orecchio abituato a melodie orientali. Ma io l’ho sempre trovata profondamente fascinosa, in qualche modo in sintonia con me, capace di saldare i miei ricordi d’infanzia di Grecia con quelli, più recenti di Turchia.

 

 


Questo folle mese di marzo procede frenetico e denso di trasferte. Quando stamattina ho detto a Nizam "Amore, domani sera…" "Vai a New York?", mi ha interrotto lui. Leggermente polemico. No, però faccio tardi al lavoro ancora una volta. E da qui ai prossimi due mesi ho già tre sabati incastrati con cose lavorative. Ma ieri mi sono goduta una splendida giornata bolognese così composta: vigilia a casa di mio cugino e moglie simpatica, cena e chiacchiere sui massimi sistemi e sulle inezie di tutti i giorni; riunione lavorativa con una folta partecipazione di persone toste e brave da quasi ogni angolo d’Italia, inframezzata da pranzo a base di focaccia con squacquerone (oddio, come si scrive???) e pettegolezzi tra femmine (due bolognesi, due napoletane e io); infine, storico incontro passeggiata con la leggendaria Panzallaria, che esiste davvero e mi ha offerto un ottimo gelato nei pressi di casa di Prodi. Vabbé, quando mi dicono che se viaggio per lavoro è come se fossi in vacanza, mi sento in dovere di protestare con veemenza. Ma ieri, sotto sotto, un po’ di diletto personale ne ho tratto.


Ho comprato uno zainetto. Non ne compro uno dai tempi della scuola (un glorioso invicta, durato più di un decennio), ne ho avuto uno nuovo per la laurea (stupendo, un Kipling rosso compreso di gorilla di peluche regalatomi da mio cugino Andrea e sua moglie Graziella: una seconda pelle negli anni dell’inebriante sogno post universitario). Ora, i folli su e giù di questo mese di marzo, mi hanno indotto a una scelta di ritorno, per dir così. Uno zainetto di nuova generazione, comprensivo di trolley per darsi un tono, ma che mi risolve il problema dei tragitti con simultanea presenzadi trolley e passeggino. Però non ricordavo che meraviglia fosse uno zaino. Che godimento si prova a far sparire tutto nelle tasche. Mi sento efficiente e confortata. La guerrigliera sembra essersi ripresa. Incrociamo le dita. E facciamo finta che questi troppo frequenti tragitti in aereo non mi causino una neanche tanto lieve apprensione.


Se c’è una cosa che adoro del bar degli energumeni, l’ameno luogo dove pranzo e talora faccio anche colazione, è la radio perennemente sintonizzata su una stazione che trasmette grandi successi del passato. Dai Beatles agli Eagles, passando per gli 883. Ti dà quel senso di familiare, di tranquillo, di rassicurante. Mai una nota stonata, mai un capolavoro troppo impegnativo. Roba da fischiettare. Il luogo deve la sua denominazione all’aspetto un po’ truce dei gestori, che tuttavia sono le persone più affabili del mondo.  Anche in quel caso, si crea un clima da famiglia numerosa, un po’ sbrigativo ma caloroso. Mi piace, mi ci sento a mio agio. Ogni tanto le patate al forno sono spaventose e il pane-osso è una prova non da poco per i denti e le gengive. In compenso, alcune pietanze toccano, nella loro semplicità, vertici di alta cucina: spaghetti con le vongole, polpette in umido, la matriciana così come ignoranza romana vuole, la carbonara dell’ultim’ora, gli gnocchi con i pezzi di lesso. Le porzioni sono generose e quando la tua è l’ultima del piatto di portata, si abbonda. Come in famiglia, tale e quale. Anche molti dei dolci sono home made e spesso, diciamocelo, sono persino troppo per il senso di colpa medio. Mi piace, il mio baretto. Ci ho portato sorelle e amici. Me lo godo ogni giorno, canticchiando le canzoni famose e, quando riesco, mi concedo persino un café mattutino seduta al tavolino, leggendo i giornali gratuiti. Grazie, Katia & co.!


E’ iniziata la settimana più complicata di un mese complicatissimo. Con rimarchevole tempismo, la guerrigliera da ieri ha un malessere non precisato e una febbriciattola né carne né pesce da 37.6-37.7. La tata ha più impicci del solito, io mercoledì parto, giovedì torno, domenica riparto, lunedì ritorno. Argh.


Le belle giornate continuano. Meryem, corna facendo, è in buona forma fisica e spesso anche di ottimo umore. La mattina, andando al nido, canta a voce spiegata. Le sue hit sono "Farfallina bella e bianca", "Nella vecchia fattoria" e "Il coccodrillo come fa". Per quest’ultima canzone ha messo a punto un preciso protocollo di esecuzione: alcune parti sono mie, altre sono sue. Con questo delirante botta e risposta (io: "Il coccodrillo come fa" lei: "pappapappapà" e via così) attiriamo l’attenzione dei passanti, che peraltro a quell’ora sono sempre gli stessi.

In effetti c’è una sorta di sincronismo tra i percorritori abituali delle strade del quartiere. Quando qualcuno è in ritardo o non c’è, si vede subito. Noi usciamo, incrociamo la ricercatrice di letteratura latina che conosco di vista, poi la ragazza con gli occhiali dall’aria efficiente, arriviamo all’altezza dello scuolabus della scuola tedesca che fa la sua fermata per prelevare una bimba graziosa con i capelli a caschetto solitamente accompagnata dalla sua mamma, poi passa una ragazza di colore che va a scuola con una cartella più grossa di lei e infine, all’altezza del bar, una signora bionda che tenta di socializzare con la piccola scimmia canterina, senza peraltro grande successo. Quando sono orm ai sulla soglia del nido, passa solitamente un signore biondo dall’aria flemmatica e vagamente nordeuropea, che solitamente mi ritrovo nel tram (se sulla via del ritorno allungo il passo a sufficienza).


E’ cominciata un’altra settimana di marzo. Gli alberi di Monteverde sono in fiore, le temperature sono clementi. Il tempo corre via a velocità impressionante. Mi sento travolta da una specie di fiume in piena di cose urgenti, lavorate, finite e dimenticate. Un po’ annaspo, ma mi sento viva.