“Ciò che ci rende felici è essere al centro di relazioni umane, vivere una vita ricca in senso di legami”. Questa frase di Pellai mi arriva leggiucchiando qua e là, in una mattina di lavoro. E ancora: “Essere felici vuol dire allora sperimentare anche la fatica e la stanchezza di dover essere non solo per e con sé stessi, ma anche per e con gli altri. Non si sorride sempre, all’interno delle relazioni. A volte si soffre, si piange, non si dorme di notte”.
Rimugino e ripenso a un momento, l’altro ieri pomeriggio, in cui camminavo per una Roma infuocata e sorridevo. Uscita da uno degli sprofondamenti di tristezza in cui inciampo sempre più di frequente, via via che il tempo passa, mi sono chiesta cosa esattamente mi avesse reso di nuovo felice.
Apparentemente, non era stato il contrario di quello che mi aveva reso triste. Per fortuna. Non mi sarebbe piaciuto l’idea di dipendere così tanto da un fattore esterno. Ma certamente, nelle montagne russe su cui continuo a vivere, l’oscillazione tra solitudine e relazioni (professionali, familiari, amicali) è certamente centrale.
A volte non si dorme di notte, all’interno delle relazioni. Anche e soprattutto quelle con se stessi.
Sono felice? Per abitudine, inquietudine incoercibile e forse perfezionismo direi di no. Se sono ottimista, come in questo momento, attenuerei: non ancora, non del tutto. Ma la meraviglia è che a tratti sì, sono perfettamente e totalmente felice. Come nella foto che mi hanno scattato uscendo dal mare, a Palermo, dopo un tuffo non previsto ma molto desiderato. Come in una serata di un paio di settimane fa, quando tutto andava storto eppure restava anche giusto, facile, perfetto. Come sul marciapiede di via della Scrofa, l’altro ieri pomeriggio, al pensiero che qualcosa, ogni tanto, per quanto irrilevante possa essere, pare avere senso. E quando qualcuno se ne accorge insieme a te (o almeno sembra), si sprigiona un lampo di bellezza.