Metti che lei capisce tutta un’altra cosa…

… e ti fa subito l’occhietto, recitava un indimenticato verso di Renzo Arbore che mi ha funestato l’adolescenza (non ci crederete, ma io suonavo il clarinetto). In realtà questa giornata è stata un tale crescendo di equivoci e gag fantozziane che si staglia prepotente del panorama delle mie pur di loro peculiari esperienze. Merita una cronaca a caldo.

I presagi non erano buoni. Tata Silvana mi aveva annunciato che doveva accompagnare la di lei madre a una visita cardiologica alle quattro.  Qui io, che ho il viziaccio di pensare e integrare le informazioni parziali, deduco (erroneamente) che la visita avvenisse nello stesso ospedale dove prima di Natale l’arzilla nonna Gentilina aveva fatto l’elettrocardiogramma, a un tiro di schioppo da casa mia. Errore fatale, si vedrà poi. Parto come un treno con il piano alternativo. Assegno a Nizam la ripresa da scuola delle quattro, in considerazione del nuovo turno notturno (che non lo ha esentato, proprio oggi, dall’alzarsi all’alba, tre ore dopo essere andato a letto, ma questo non potevo saperlo, ‘nevvero?). Il padre temporaneamente presente avrebbe poi, alle cinque, depositato la fanciulla alla lezione di yoga, vicino casa. A quel punto il programma prevedeva una fatale variabile: alle cinque, emersa dalla cripta, io avrei chiamato tata Silvana per valutare la durata della visita e la fattibilità della ripresa della Guerrigliera. Solo avuto il suo ok, mi sarei rassegnata alla mia palestra settimanale. Altrimenti con grande gioia avrei marinato l’allenamento per andare a recuperare la progenie. Mi pareva semplice, efficace e lineare. L’unica variabile che la mia fantasia aveva previsto era che Nizam mi si abbioccasse sul più bello, e per questo avevo puntato una sveglia-promemoria per ricordarmi di chiamarlo intorno alle tre e mezzo (la sveglia non ha funzionato e io me ne sono dimenticata, ma questo è stato il meno).

Vado in ufficio, o almeno ci provo. Linea del tram interrotta. Mi affanno con percorsi alternativi che mi portano, sudata e sbuffante, su un autobus pieno come un uovo, incuneata tra due garrule fiorentine che si raccontavano i casi loro, districandosi tra gomiti, borse e ginocchia altrui. Il clima a Roma è migliore, signora mia. Firenze è proprio in una conca. Afoso d’estate e gelido d’inverno. E poi la vita è più cara. Però c’è la coop. Non c’è fiorentino che non vada alla coop. Non lo chiamano neanche supermercato. La coop è la coop. E così, di argomento in argomento, una delle due ne infila uno particolarmente appassionante: la rara e misteriosa malattia di sua figlia ventunenne. Si diffonde ad illustrare sintomi e potenziali rischi, incluse trombosi, atrofie, emorragie devastanti e malformazioni varie. Qui, complice la penuria di ossigeno, rischio seriamente lo svenimento. Per fortuna siamo arrivati (in perfetta simultaneità con il tram, che intanto ha ripreso il servizio. E come sempre se fossi stata capace di starmene ferma e buona ad aspettare mi sarei risparmiata tanti sbattimenti e nausee e sudate).

Piombo in ufficio in nettissimo ritardo sui tempi di marcia. Ho una riunione alle 11 in altra sede, ma prima devo incastrarne un’altra da me e un paio di lavori preparatori alla medesima. Annaspo, annaspo, sto per farcela, quando mi casca l’occhio sull’ordine del giorno della riunione delle 11. Beh, non era alle 11. Era l’11 gennaio, cioè effettivamente oggi. Però alle 9:30. Aaaaargh. Sono le 9:34. In qualche modo mi smaterializzo (non prima di aver giurato e spergiurato di essere di ritorno per le 11 per la nostra riunione) e riappaio a un paio di km di distanza intorno alle 9:49. Dopo di che, discusso quel che dovevo discutere e smadonnato quel che si doveva smadonnare (si parlava degli afgani a Ostiense), riguadagno l’ufficio a grandi falcate.

Qui il lavoro riprende il suo corso in meraviglioso multitasking (con una pausa per ingollare una non molto dietetica polenta ai quattro formaggi al bar degli energumeni), fino alle 16:10, ora in cui mi rendo conto di non aver chiamato Nizam. Donna di poca fede. Il curdo aveva autonomamente provveduto a individuare la giusta scuola, la giusta classe e anche la giusta bambina. Rassicurata, mi rituffo nelle scartoffie sui rifugiati urbani e riemergo alle 17. Chiamo, come da accordi, tata Silvana. Telefono staccato. Vabbè. Fregandomi le mani per la gioia…. oops, volevo dire rammaricandomi tremendamente, mi appresto a cassare la palestra dal mio programma giornaliero. Quand’ecco che mi chiama mia madre per riferirmi che aveva ricevuto apposita telefonata da Silvana, a cui si era scaricato il cellulare: nessun problema, a riprendere Meryem pensa lei. Posso andare in palestra. Ah, ok. Allora vado, eh? Sei sicura mamma? Sicurissima.

Vado in palestra, ne emergo intorno alle 18:20. Sul telefono un numero x di chiamate perse e un messaggio inquietante della maestra di yoga. Alle 18:16 nessuno si è ancora presentato a prendere Meryem. Per interminabili 15 minuti nessuno mi risponde al telefono. Né Silvana, che lo aveva scarico, né la maestra di yoga (scoprirò che nel laboratorio dove fanno lezione non c’è campo). Alla fine un altro sms: “E’ arrivata la nonna (=Silvana). Aveva perso il treno. Tutto a posto”. Il treno??? Per fare 200 m? Mi scapicollo a casa, cercando di recuperare i dieci anni di vita persi e di dominare la furia che mi travolge. Il mistero mi si chiarisce solo all’arrivo. La visita cardiologica non era a Monteverde, ma a Trigoria. Silvana aveva calcolato di tornare con un treno che l’avrebbe lasciata a destinazione in tempo (piuttosto risicato, a dire il vero) per arrivare a prendere Meryem. Se non che la corsa era saltata e aveva tardato, appunto di mezzora. Ovviamente se io avessi saputo l’ubicazione effettiva della visita non sarei mai andata in palestra. Il telefono di Silvana stanotte non si era caricato a dovere. Tutto bene quel che finisce bene. La maestra di yoga, aiutata dalla tecnica e dalla sapienza orientale, non si è scomposta più di tanto e non solo non mi ha denunciato ai carabinieri, ma mi ha detto che, essendo mamma, è successo anche a lei (empatia. Probabilmente mente, ma è stata carina a dirlo).

La bella notizia è che questa giornata volge al termine.

6 thoughts on “Metti che lei capisce tutta un’altra cosa…”

  1. No, non mente, probabilmente è vero. Cioè, non conosco madre con vita saltellante e se insegni yoga con lezioni qui e lì saltelli anche da una posizione del loto all’ altra, che non abbia almeno una volta sfiorato l’ abbandino di minore. Secondo me una lo fa una volta per scaramanzia, vede avverarsi i suoi più stroci dubbi e poi si mette l’ animo in pace.

    Il clarinetto? Oddiosanto, ma non potevi violino, piano o arpa come tutte? E alloa fa bene Arbore a funestarti.

  2. @mammamsterdam: la scelta dello strumento non è stata del tutto libera e consapevole. Un giorno di racconto.
    @mcomemamma: mica mi abbiocco per così poco, io! Digerisco anche i sassi, per questo la mia barista mi ama.

  3. pure io sono stata molto colpita dallo strumento musicale: il clarinetto….scelta alternativa…il resto: ordinaria follia di mamma con lavoro casa marito e figli. dico sempre che una mamma lavoratrice ha lo stessa capacità gestionale ed organizzativa di un top manager, salvo lo stipendio sigh

  4. Pingback: Ohm | Yeni Belqis

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