Certo che sei tu

Non è così strano che io ti abbia riconosciuto subito, appena ti ho visto entrare sul tram e trovarti un posto in piedi accanto alle porte. In tutti questi sette anni in cui non ci siamo visti, ho avuto spesso tue foto davanti agli occhi. Poi non dimentichiamo che per due anni ci siamo visti cinque volte a settimana, puntualmente, dalle 14 alle 16. E infatti anche tu, Alassane, mi hai riconosciuta immediatamente. Perché ho tante foto che ti ritraggono? Te lo spiego io. Ogni volta che un volontario si armava di macchina fotografica per immortalare  la scuola di italiano del Centro Astalli, che allora era nei pressi di Piazzale Flaminio, finiva per inquadrare te. Sei sempre stato il più bello degli studenti, troppo bello per essere vero. Altissimo, decisamente attraente, sempre sorridente, elegante e, soprattutto, sempre lì, puntualissimo.

Arrivavi ogni giorno, un po’ prima degli altri. Con il caldo, con il freddo. Quando eri malato, raffreddatissimo e con la febbre, venivi lo stesso. Anche a digiuno, quando era ramadan. La prima volta che ti abbiamo visto arrivare, temevi che ti mandassimo via. Con qualche ragione, intendiamoci. La scuola era per i rifugiati, e tu non lo eri. Il permesso di soggiorno non lo avevi nemmeno. Con altri senegalesi come te vendevi borse e simili nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Ci hai spiegato bene che tu altre possibilità di imparare la lingua non ne avevi. La nostra scuola era vicina, comoda da raggiungere portandoti dietro tutta la merce. Sì, perché tu “la bancarella” non la potevi lasciare incustodita. Però potevi sempre ripiegare il telo, riempire due o tre borsoni, caricarti tutto e venire a imparare lì, a due passi. Temevi che ti mandassimo via, ma non hai cercato di intrufolarti alla chetichella. Hai subito chiesto un colloquio al direttore della scuola, un burbero e strampalato gesuita che capivamo in pochi, e a me, giovane “segretaria”. Ti eri vestito con più cura del solito e hai esposto le tue motivazioni dettagliatamente, in un francese piacevolissimo. Visto che lavoravi nel commercio, ci dicevi, la lingua era un investimento decisivo. Se ti avessimo consentito di frequentare i corsi, lo avresti fatto con il massimo impegno. E ce ne saresti stato sempre riconoscente. Hai avuto il permesso e tu sei sempre stato di parola. Lasciavi i borsoni all’ingresso, io te li sorvegliavo durante le lezioni.

Era preziosa, la merce. Andavi ogni settimana a Napoli a comprarla. Il “referente” napoletano passava ogni giorno a piazzale Flaminio, a controllare l’incasso e a prendersi la sua percentuale. Se arrivavano i vigili o la Finanza a sequestrarti tutto però la perdita era solo tua. E dei rischi, ovviamente, rispondevi solo tu. Non eri fiero di quella vita. Non ti piaceva affatto essere costretto a violare le leggi, tu che a scuola non hai mai trasgredito nemmeno la più piccola regola. Appena hai potuto, hai trovato il modo di regolarizzarti. Non dimenticherò mai il giorno in cui sei arrivato a farci vedere il tuo permesso di soggiorno. Tu, sempre così solare, quel giorno sfolgoravi di emozione e di fierezza. Tanto di cappello, abbiamo pensato in simultanea io e il gesuita burbero. Se c’è qualcuno che si è guadagnato la regolarità, quello sei tu.

Oggi mi hai chiesto subito come sta il “Padre”, quell’ormai ex direttore misantropo che oggi vive nella solitudine in un pensionato, invecchiato e annebbiato. Te ne sei sinceramente rammaricato, come me. Lavori come pizzaiolo in un locale di via della Lungaretta. Un pizzaiolo senegalese. Abiti lontanuccio, sulla Prenestina. Ma ti mantieni con dignità e sei abbastanza contento. Hai chiesto la Carta di Soggiorno, il permesso a tempo indeterminato, e per farlo hai sostenuto e superato brillantemente un esame di lingua. Tu non ti lamenteresti mai, e infatti non lo fai. Sorridi come sempre, e per te il tempo sembra non sia passato (vorrei poter dire lo stesso).

Ma non mi abbandona la sensazione che chi ha fatto l’affare peggiore siamo noi, gli italiani. Tu eri e sei giovane, brillante, motivato, determinato. Parli ormai perfettamente tre lingue. Prima di partire avevi studiato, non ricordo se eri già iscritto all’università. Avresti potuto contribuire ben di più al nostro Paese, se solo ne avessi avuto la possibilità. Non è che fare il pizzaiolo non vada bene, ci mancherebbe. Ma ti vedevo bene, benissimo, a fare altro. Non è detto che tu un giorno non lo faccia, intendiamoci. Non mi stupirebbe che, messi i soldi da parte, tu diventi uno dei tanti imprenditori stranieri che danno lavoro a centinaia di connazionali e di italiani. Ma quanti anni ti ha fatto sprecare questo Paese incapace di gestire il capitale umano che con tanta generosità l’Africa continua a regalargli?

 

9 pensieri riguardo “Certo che sei tu”

  1. Bella domanda! Non so se il problema sia solo italiano però. Mi è capitato qui a Stoccolma di incontrare tassisti con una laurea in ingegneria. Chissà perché il colore della pelle sembra valere più di anni di studio. Grazie per la riflessione!

  2. Serena, Barbara, avete ragione entrambe. Però, nella generale categoria di spreco di capitale umano, gli stranieri in Italia vivono anche in un clima di violenza e vessazione talmente continua e irragionevole da non potere essere del tutto paragonabile a quella che pure noi viviamo. Tante volte mi sono detta che se io avessi la metà della determinazione, della costanza e della disposizione al sacrificio di Alassane (ma anche di molti altri, Nizam incluso), nonostante gli ostacoli oggettivi incontrati avrei comunque fatto un’altra vita.

  3. Ciao Chiara! Grazieper tutte le riflessioni che ci regali con i tuoi scritti: é davvero un piacere leggerti :-).
    Un caro saluto dalla terra teutonica,
    Paola

  4. Lo spreco del capitale umano è un cruccio anche per me, ma mi rimane la sensazione che il valore dei tanti Alassane non sia del tutto svalutato finchè c’è qualcuno che lo sa vedere, come fai tu.

    Spero che di occhi che sanno guardare si moltiplichino, leggerti aiuta a tenere gli occhi aperti.

    Grazie.

  5. Mi ricorda un altro senegalese, anche lui bellissimo e dai modi squisiti, laureato in medicina. L’ho conosciuto anni fa in spiaggia, faceva il vu’ cumprà, e giuro che pensarci mi fa venire una rabbia…

  6. Quanti pensieri, quante riflessioni con questo post e con il libro “Terre senza promesse” che sto leggendo nei pochi ritagli di tempo ma che mi ha rivelato un nuovo punto di vista, davvero tragico. Grazie per tutto!

  7. Già. Anch’io conosco muratori laureati e trilingue (trilingue sul serio, mica come molti di noi che fanno solo finta!), con la sola pecca di avere un passaporto verde. Mi trovo in Egitto, e il Cairo è pieno di studenti bravissimi, che pur non essendo mai stati nel paese di cui studiano la lingua, dopo tre o quattro anni di università la parlano molto meglio di quanto io potrei mai parlare l’arabo, che pure studio da tre anni. Questa gente non solo lavora con uno stipendio di circa 60 euro mensili, ma non riuscirà mai a espatriare se non al prezzo di bruciare anni di vita, dignità e sogni. Almeno io, con il mio passaporto rosso, posso sperare di cercare fortuna in tutta Europa (e nel resto del mondo, ché ai cittadini europei non si nega l’ingresso in nessuno Stato!). “Loro” no. Trovo inappropriato il paragone con noi italiani, perché non si può immaginare la tragedia dell’Africa (o del mondo arabo, o di qualsiasi cosa non sia “occidente”) se non guardandola da molto, molto vicino o vivendola in prima persona.
    Saluti, e grazie per gli spunti.

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