Oggi siamo andati qui. E’ stato piacevole e divertente anche per noi adulti e, lo dichiaro pubblicamente, il merito è soprattutto di Nizam. Preciso, organizzato, specialista in diversivi per stroncare i capricci sul nascere e in scatti felini per aggirare file chilometriche e arrivare sempre in felice "controtempo". Abbiamo persino evitato il traffico del ritorno, mettendoci in marcia alle 15:30. Abbiamo sguazzato in piscina, visto delfini, foche, pappagalli e tuffatori… Nizam in una delle un po’ meno felici pause bagno ha anche approfittato per acquistare un pappagallo giallo e azzurro di plastica (i colori del Fenerbahce).

Mi correrebbe l’obbligo di rispondere a un premio che ho ricevuto, ma rimando a domani!


E intanto, nella civile Grecia, in piena Unione Europea…

All’inizio della settimana alcuni funzionari dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per I Rifugiati (UNHCR) hanno visitato il centro di accoglienza di Pagani, sull’isola greca di Lesvos, rimanendo sconcertati dalle condizioni della struttura in cui sono trattenute più di 850 persone, tra cui 200 bambini non accompagnati provenienti soprattutto dall’Afghanistan. 

Il centro, che può accogliere 250-300 persone, è stato definito dal personale dell’UNHCR in condizioni "inaccettabili" e "un’offesa alla dignità umana". In una sola stanza sono stipati più di 150 donne e 50 bambini, molti dei quali affetti da malattie dovute agli ambienti angusti e sovraffollati ed alle pessime condizioni igienico-sanitarie del centro.

 


Oggi, bontà sua, Meryem dovrebbe tornare dalla sua settimana di vacanza aggiuntiva a casa della tata, in località Collepardo. Pare che se la sia spassata al fresco dei 700 m s.l.m. mentre noi qui annaspiamo in un clima tropicale, con 200% di umidità, cielo grigiolino e annessa nuvola di zanzare. Io trovo refrigerio nella cantina che è il mio ufficio, umida anch’essa ma lievemente più fresca. Questi giorni potevano essere di pacchia estrema, ma non me li sono goduti granché. Perché noi madri non siamo mai contente? Se i figli fanno le cozze, ci lamentiamo. Se se la spassano in nostra assenza, non riusciamo a scacciare del tutto una sensazione di orgoglio offeso (e soprattutto siamo devastate dalla nostalgia). Comunque, a parte le follie uterine, sono molto fiera della guerrigliera, che si sta rivelando una bambina indipendente, come piace a me.


"Immigrati clandestini: torturali! E’ legittima difesa". Così recita lo slogan del gruppo Lega Nord Mirano su Facebook (http://www.facebook.com/chiara.peri?v=feed&story_fbid=120006167534#/lega.mirano?ref=nf, finché non lo cancellano, sempre che lo facciano). 432 amici, tra cui l’onorevole Roberto Cota, oltre che Renzo Bossi (autore, a quanto ne so, dell’applicazione "Rimbalza il clandestino"). Il gruppo Chiediamo che Facebook ci lasci dire cosa pensiamo dell’Islam (il precedente, Impediamo che i musulmani impongano le loro leggi disumane all’Europa, era stato chiuso), ha come slogan "Non esiste nessun Islam moderato! Nessuna moschea sulle nostre terre. Non aiutarli con il tuo silenzio. Difendi la tua gente". Conta 265 e in bacheca si inneggia, chissà con quanta contezza dei fatti, alla battaglia di Lepanto. Si potrebbe continuare. Non lo faccio perché devo uscire, ma anche perché in fondo ho paura di vedere tra i sostenitori di questi gruppi qualcuno che conosco. Già qualche mese fa ho eliminato uno dei miei "amici" di Facebook perché sosteneva la necessità di dar fuoco ai Rom accampati presso casa sua (mi pare che fosse perché bruciavano la spazzatura).


Forse sono stata un po’ criptica nel post precedente. Cerco di spiegare. Mi succede sempre più spesso di trovarmi dalla parte sbagliata delle conversazioni. Specialmente se mi si dice che 73 eritrei morti in mare "se la sono cercata" perché sono un "popolo bugiardo". O che, per citare un Ministro della Repubblica, "i respingimenti sono un atto di civiltà". Cioè, traducendo in fatti concreti: prendere 80 persone in fuga dalla Somalia dal barcone con cui stanno cercando di raggiungere l’Europa, caricarle su una nave della Marina, eventualmente malmenarle un po’ e consegnarle alla polizia libica, che le chiuderà in un centro di detenzione (pagato da noi, con le nostre tasse) dove saranno probabilmente torturate e comunque non se ne saprà probabilmente più nulla… è un atto di civiltà. La nostra civiltà. Sono mesi che il nostro Governo si rende complice, o addirittura ordina, stragi di persone. Comprese donne incinte, bambini, neonati. Sono fatti documentati con certezza, ne parlano persino i telegiornali (anche se con sfumature talora un po’ discutibili). Eppure l’aria che annuso in giro non è di grande sdegno. Tuttaltro. "Quando è troppo è troppo", "ci vuole un po’ di polso con questa gente", "con questa crisi qualche provvedimento va preso". Questo se l’interlocutore è garbato e moderato. Altrimenti ecco spuntare la razza, l’indole di "questa gente", "i delinquenti", "i terroristi". Si può essere delinquenti per DNA? Credevo che mi avessero insegnato di no. Eppure questo sarebbe l’unica ragione per cui un neonato venuto alla luce su un gommone possa essere considerato criminale pochi minuti dopo.

Si fa un gran parlare di pacchetto sicurezza, di rifugiati finti, di politiche europee. Quello che mi sconcerta è che nonostante questo gran parlare (o forse proprio per quello) normalmente si ignorano dati e fatti semplici, noti, alla portata di tutti. Si sostengono tesi che sono sconfessate in partenza dall’esperienza spicciola, oltre che dal buon senso. Come è possibile? E non venite a parlarmi di popolo bue. Non è il popolo bue, ammesso che esista, quello a cui sento esprimere giudizi insostenibili. Sono giornalisti, professori, impiegati, rispettabili lavoratori, intellettuali di sinistra (sempre che questa espressione significhi ancora qualcosa). Sono miei parenti, miei conoscenti, persino – in qualche caso – persone che avrei definito miei amici. Sapeste che rabbia mi fa sentirmi dare lezioni con sussiego da chi non ha mai ascoltato la storia di un rifugiato. Da chi non ha mai guardato negli occhi nessuno di loro.

A volte, come ieri, mi trovo a sorridere, a dissentire con garbo, a glissare. Ma non è questa la via, non può essere questa. Questa degenerazione del diritto è un fatto grave. Uno Stato che si sente autorizzato a derogare a ogni regola, sia pure per motivi di forza maggiore, un giorno potrebbe entrare a casa mia e sbattermi in prigione senza processo. Per dire. Il problema è che citare frasi di Brecht, evocare l’indifferenza dei più ai tempi delle leggi razziali, suona come un vezzo intellettuale, condiviso da "chi è dalla mia parte" (ma che, ad esempio, non si sente in dovere di documentarsi seriamente per andare oltre la frase poetica) e liquidato con fastidio da tutto il resto dei miei concittadini. Mi sento in trappola, non so che fare. ma qualcosa bisognerebbe fare sul serio.


Sono poi finita seduta da sola al tavolo di un ristorante indiano, a mangiarmi il mio pasto vegetariano leggendo un libro, come una vecchia signora in vacanza. Masticavo in realtà anche le amarezze di una giornata deprimente, in cui mi sono sentita più sola che mai, e forse lo ero. In cui sono stata diplomatica e in un certo senso ne sono stata fiera. Ma, più profondamente, me ne vergogno.


Ieri, con una successione di colpi di testa, ho affidato Meryem alla sua tata nel di lei (della tata) paese di origine distante oltre 100 km (ci resterà 3 giorni) e poi mi sono lasciata tingere i capelli per la prima volta nella mia vita. Oggi sono mogano-ramata, un po’ stressata (ho dormito pochissimo… ah, questo spirto materno che non si placa!) e ahimé anche in ufficio, ovvero sottoterra. Dove andremo a finire?


Ieri ho visto un film che mi ha abbastanza disturbato. Trattavasi di Motherhood, con Uma Thurman. Film indipendente, che voleva essere arguto, divertente e à la page (la protagonista è anche una mamma blogger). Non mi ha fatto ridere, non abbastanza. Mi è parso molto più basato sui luoghi comuni di quanto millantasse. La madre nevrastenica, che grazie alla bontà di suo marito apparentemente maschilista e sulle nuvole ma in realtà cuore d’oro, cercherà di ritrovare il suo io prendendosi dello spazio per sé. Grazie alla lavastoviglie che forse il grande intellettuale le comprerà. L’aggravante è che è stato scritto e diretto da una donna. Mamma mia, tutto qui quello che siamo in grado di esprimere di noi stesse? Più trito e ritrito delle 500 parole che deve mettere insieme la protagonista….


E vacanza fu. Vacanza vera, direi per la prima volta da quando Meryem è nata… Vacanza come piace a me, pianificata il giusto e improvvisata altrettanto. Mi sono innamorata di Trieste e della Slovenia in cui abbiamo fatto incursioni. Il mare "una botta e via", con la gente che si cala in acqua direttamente dal lungomare e non si fa problemi a prendere il sole in costume anche sul marciapiede. L’acqua di Miramare, in cui Meryem ha sguazzato finalmente senza paura (in braccio, ma facendo buoni tentativi di nuotamento). Le grotte di Postumia e il trenino spettacolare per esplorarle. Il parco di Barcola dai mille scivoli e la spiaggia pubblica di Koper, più attrezzata di 15 asili nido. Abbiamo cantanto, abbiamo corso, abbiamo saltato, abbiamo ballato. Una battuta per tutte. Meryem èrimasta molto colpita dalla storia di Cappuccetto Rosso e del lupo che mangia la nonna facendo AAAAAMMMMM. Facendo leva poco pedagogicamente su ciò, Nizam cercava di staccare la guerrigliera dal parco giochi di Monfalcone: "Vieni, che poi fa buio, viene il lupo e ti mangia." Risposta: "No, io mangio il lupo". E così la caccia al lupo immaginario è diventata il leitmotif della vacanza. Ieri, prima di partire, ho sentito Meryem che strillava dal balcone: "Luuuupoooo! Vieni, andiamo a scuola!". Mi sono chiesta che faccia farebbero le maestre.