Forse sono stata un po’ criptica nel post precedente. Cerco di spiegare. Mi succede sempre più spesso di trovarmi dalla parte sbagliata delle conversazioni. Specialmente se mi si dice che 73 eritrei morti in mare "se la sono cercata" perché sono un "popolo bugiardo". O che, per citare un Ministro della Repubblica, "i respingimenti sono un atto di civiltà". Cioè, traducendo in fatti concreti: prendere 80 persone in fuga dalla Somalia dal barcone con cui stanno cercando di raggiungere l’Europa, caricarle su una nave della Marina, eventualmente malmenarle un po’ e consegnarle alla polizia libica, che le chiuderà in un centro di detenzione (pagato da noi, con le nostre tasse) dove saranno probabilmente torturate e comunque non se ne saprà probabilmente più nulla… è un atto di civiltà. La nostra civiltà. Sono mesi che il nostro Governo si rende complice, o addirittura ordina, stragi di persone. Comprese donne incinte, bambini, neonati. Sono fatti documentati con certezza, ne parlano persino i telegiornali (anche se con sfumature talora un po’ discutibili). Eppure l’aria che annuso in giro non è di grande sdegno. Tuttaltro. "Quando è troppo è troppo", "ci vuole un po’ di polso con questa gente", "con questa crisi qualche provvedimento va preso". Questo se l’interlocutore è garbato e moderato. Altrimenti ecco spuntare la razza, l’indole di "questa gente", "i delinquenti", "i terroristi". Si può essere delinquenti per DNA? Credevo che mi avessero insegnato di no. Eppure questo sarebbe l’unica ragione per cui un neonato venuto alla luce su un gommone possa essere considerato criminale pochi minuti dopo.
Si fa un gran parlare di pacchetto sicurezza, di rifugiati finti, di politiche europee. Quello che mi sconcerta è che nonostante questo gran parlare (o forse proprio per quello) normalmente si ignorano dati e fatti semplici, noti, alla portata di tutti. Si sostengono tesi che sono sconfessate in partenza dall’esperienza spicciola, oltre che dal buon senso. Come è possibile? E non venite a parlarmi di popolo bue. Non è il popolo bue, ammesso che esista, quello a cui sento esprimere giudizi insostenibili. Sono giornalisti, professori, impiegati, rispettabili lavoratori, intellettuali di sinistra (sempre che questa espressione significhi ancora qualcosa). Sono miei parenti, miei conoscenti, persino – in qualche caso – persone che avrei definito miei amici. Sapeste che rabbia mi fa sentirmi dare lezioni con sussiego da chi non ha mai ascoltato la storia di un rifugiato. Da chi non ha mai guardato negli occhi nessuno di loro.
A volte, come ieri, mi trovo a sorridere, a dissentire con garbo, a glissare. Ma non è questa la via, non può essere questa. Questa degenerazione del diritto è un fatto grave. Uno Stato che si sente autorizzato a derogare a ogni regola, sia pure per motivi di forza maggiore, un giorno potrebbe entrare a casa mia e sbattermi in prigione senza processo. Per dire. Il problema è che citare frasi di Brecht, evocare l’indifferenza dei più ai tempi delle leggi razziali, suona come un vezzo intellettuale, condiviso da "chi è dalla mia parte" (ma che, ad esempio, non si sente in dovere di documentarsi seriamente per andare oltre la frase poetica) e liquidato con fastidio da tutto il resto dei miei concittadini. Mi sento in trappola, non so che fare. ma qualcosa bisognerebbe fare sul serio.