Ed eccola di nuovo, quella affermazione orrenda, stantìa e persino surreale che tanto mi aveva scandalizzato durante la campagna elettorale anni fa: "Non vogliamo un’Italia multietnica". Visto che l’Italia lo è già, multietnica (a partire dalla mia famiglia), come dobbiamo interpretarla? Una chiave di lettura è data dal fatto che è stata pronunciata per legittimare i "respingimenti" (o più correttamente, le deportazioni) di migranti e potenziali richiedenti asilo in Libia. Dobbiamo dedurre che un giorno non lontano qualcuno potrebbe chiedere al mio compagno e a mia figlia di andare altrove perché qui non sono graditi? I paragoni sono facili, anche se Fiamma Nirenstein li definisce scandalosi. Scandalosi ma fin troppo calzanti, signora mia.


Continua. Continua questa violazione sistematica dei diritti umani che il nostro Governo ritiene una brillante soluzione al problema dell’immigrazione. Fassino pare che dica che è legittimo, che lo hanno fatto anche loro quando erano al Governo. Non sia mai che lasciamo l’esclusiva delle porcate alla Lega. Bravi, allora. Ma almeno lo avete fatto di nascosto. Perché ve lo assicuro – è il mio lavoro – una cosa così prima d’ora non era stata mai resa pubblica.

Bell’editoriale di Stella sul Corriere. Ottimi articoli su Avvenire (chi me lo doveva dire che un giorno lo avrei acquistato in edicola… onore al "compagno" cardinal Marchetto, comunque. Peccato che c’è sempre chi aggiunge che sono "sue posizioni personali"). Sempre sul Corriere compariamo anche noi: Una de­cisione inaccettabile, che met­te a rischio i diritti fondamen­tali, attaccano i gesuiti. Già, perché io sono arruolata nelle fila della Compagnia di Gesù, se qualcuno non lo sapesse 🙂

Un appello ai miei quattro lettori: leggete, informatevi, cercate notizie nei posti più impensati e oggi più che mai non abbiate pregiudizi sull’estrazione politica o culturale delle vostre fonti. Ci sono dei paletti che non vanno spostati, a nessun costo. Non importa se l’argomentazione per spostarli è becera o sofisticata, di destra o di sinistra, caritatevole o manageriale. Chi scappa dalla tortura non può essere consegnato ai torturatori. Un uomo va trattato come tale, sempre. Il che non vuol dire che non devono esserci regole. Ma se una regola impone di abbandonare una persona nel deserto, disobbedire è un dovere. Avete presente Antigone? E lì si trattava solo della sorte di cadavere….


Allora:a questo punto ho ricevuto tre segnalibri, uno più bello dell’altro, da Cristina, Tatti e Barbara/Mammafelice. Quello di Cristina l’avevo già immortalato due post fa. Passiamo agli altri due. Mi riservo di fare foto migliore a quello di Tatti, perché la macchina mi ha abbandonato e quelle che avevo fatto sono un po’ sfuocate.

Mammafelice

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Si chiama Piume di struzzo e, non avendo ancora un libro in lettura in cui collocarlo, l’ho prestato a Meryem per il suo libro preferito, Chi ha portato Edmondo? di Francesca Irene Thiery.

Tatti

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E’ un segnalibro bellissimo e mi dispiace mettere queste foto di scarsa qualità. Ma sono davvero ammirata di quanto siete state brave, tutte e tre!

 


Domani posterò le foto del secondo stupendo segnalibro che ho ricevuto. Ma oggi, scusatemi, devo sospendere tutto per una cosa grave, gravissima. Questa. Non so se a tutti è chiaro cosa significhi questo episodio. Provo a spiegarlo, a parole mie (ma parole più efficaci e qualificate spero arrivino presto). Intercettare un barcone di migranti in mare e "riportare" i suddetti migranti in Libia non si può fare. Non è un colpo di genio, è una violazione del diritto internazionale. L’Italia e la maggior parte dei Paesi del mondo (Libia esclusa!) ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951 che prevede il principio di "non respingimento". In soldoni, se qualcuno arriva nel tuo Paese in qualunque modo (anche senza passaporto e visto, quindi) e ha bisogno di protezione -.perché scappa dalla guerra, dalla tortura, da una persecuzione, etc – , tu non puoi rimandarlo indietro. Non si tratta di quanto sei buono. E’ un obbligo internazionale, in vigore da 57 anni. Se tu pigli 227 naufraghi (tra cui donne e bambini), le carichi su una nave, gli dài da bere e da mangiare e li consegni alle autorità libiche senza neanche chiederti chi sono, non li hai soccorsi (il soccorso prevede lo sbarco in un posto sicuro): ti sei solo macchiato di un crimine. Non sei stato efficiente e brillante. O meglio: lo sei stato se consideri la "soluzione finale" di Hitler un sistema brillante per risolvere un problema.

Io ho paura di un Paese in cui chi ordina questo si vanta di aver compiuto un atto senza precedenti. Forse bisognerebbe chiedersi perché non ha precedenti. In cui il diritto internazionale è ignorato, eluso o addirittura ridicolizzato. In cui episodi gravi come questo non si fanno più nemmeno di nascosto.

Soprattutto ho paura di un Paese in cui i commenti alla notizia on line sono quasi tutti di plauso. In cui si applaude davanti a una potenziale strage, perché "bisogna usare la linea dura". Possibile che non ci sia più limite? Che davvero si creda che delegando a qualcun altro il compito di ammazzare non si commetta un omicidio? Non so che pensate voi, ma io credo che queste 227 persone le abbiamo sulla coscienza tutti. Fosse solo perché lasciamo che tutto continui così.


Carico al volo le foto del bellissimo segnalibro che mi è arrivato, con tanti complimenti e ringraziamenti all’artefice!!! Scusate la fretta, ma ho passato tutto il pomeriggio e parte della serata all’ospedale (mio cognato è riuscito a procurarsi una frattura scomposta alla mano destra e lo dovranno operare)… Ora devo recuperare le ore di lavoro perse.

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L’angelo custode di Meryem oggi ha fatto gli straordinari. Eravamo a casa di mia madre e la guerrigliera si è esibita in una buona simulazione di una pallina di flipper. Correva velocemente, è inciampata, ha sbattuto su un mobile a sinistra ed è schizzata per la tangente di testa, a tutta velocità, sullo spigolo del mobile dalla parte opposta della stanza. Il rumore si è sentito distintamente dalla parte opposta dell’appartamento. Si è stampata uno spigolo in profondità nella fronte. Vi risparmio il panico trattenuto, l’apparente freddezza con cui abbiamo dovuto gestire la situazione. Per fortuna ben presto Meryem ha dimostrato che la proverbiale testa dura ha avuto la meglio un’altra volta. Niente sangue a fiumi, un bel bernoccolo (che già stasera è molto meno evidente), dopo un quarto d’ora trangugiava pizza bianca, rideva, rispondeva a tono. Dopo un po’ di riflessione abbiamo stabilito di risparmiarci il pronto soccorso, attenendoci alle istruzioni ricevute la volta precedente e tenendoci pronti a portarcela al primo sintomo strano. Ora che finalmente lei si è addormentata e sono passate già quasi sette ore, sto per rilassarmi un po’. Come mi è successo già in passato, avrei voglia di chiudermi in una stanza e urlare, piangere, svenire, etc. Ma sono sopraffatta dal sollievo di vederla ridere, di sentirla cantare e di aver costatato un’altra volta che Nizam avrà senz’altro i suoi difetti e i suoi limiti, ma è un ottimo, onesto e solido compagno.


Il programma del primo maggio prevedeva una gita naturalistico-culturale: l’oasi di Ninfa. Peccato che, al nostro arrivo, la fila fosse di almeno due ore. Abbiamo desistito. Meryem però non ne ha risentito granché: ha cominciato a saltare giù dai rami degli ulivi su cui Nizam la posizionava! Abbiamo giocato un’oretta nel prato del parcheggio, mangiato un gelato e poi proseguito alla volta di Norma, paesino arroccato sulla roccia. Da lì abbiamo raggiunto la vera meta (sia pur inconsapevole) della nostra gita, quella che più ci si addiceva: il sito dell’antica Norba. Mura ciclopiche, prato, strada romana, pecore e parapendii in partenza e in arrivo. Una specie di ventoso lunapark con vista panoramica (e senza biglietto). Cavolo, che posto. In estate sarebbe terribile (non c’è un albero), ma con il tempo di oggi era l’ideale. La guerrigliera se l’è spassata follemente, specialmente con suo padre. Hanno rincorso le pecore cantando "La pecora nel bosco" e facendosi guardare in cagnesco dai cani pastori (beh, più in cagnesco di così… deve essere stato lo sguardo di una cane pastore in servizio a dare origine all’espressione); hanno fatto ciao ciao agli uomini volanti, talora preoccupandosi della loro sorte; hanno giocato al cavallo matto, correndo per i sentieri e su e giù per i vialetti. Una giornata deliziosa. Peccato aver toppato alla grande la via del ritorno: mai e poi mai scegliere l’ìAppia. Devo essere l’unica romana a non saperlo…

Aggiorno mentre la PFM sul palco del concertone mi strappa il cuore con "Il testamento di Tito". Cavoli, quanto pesca in profondità questa canzone: schitarrate di liceali a Venezia, serate a suonare da sola specchiandomi sul dorso lucido della mia chitarra Ibanez, ma ancora più indietro voci di sorelle che mi cantavano la Buona Novella "di nascosto", convinte che mio padre non avrebbe approvato l’apocrifa natura dei testi. Chissà se era vero, o se piuttosto mio padre non avrebbe apprezzato proprio quello (o chissà, forse apprezzava senza che loro lo sapessero). Il motivo per cui ho riaperto splinder era mettere nero su bianco un pensiero che mi ronza in testa da tempo. Forse è banale, ma in Nizam rivedo alcuni gesti di mio padre: la sensazione di correre dietro ai suoi passi lunghi, il rincorrersi senza ritegno anche a quattrozampe e pazienza se siamo in pubblico, il ridere senza freno e farsi i versi buffi, quel mettersi davvero allo stesso livello con i piccoli senza alcuna affettazione, per talento naturale. A me non riesce altrettanto bene (come del resto non riusciva altrettanto bene a mia madre: forse non è casuale). Non so dire se riconoscere alcuni tratti precisi, come quel modo di accavallare le gambe di notte che è così strettamente radicato nella mia memoria di bambina, mi conforta o mi dà angoscia. Questo discorso se ne tira con sé molti altri che non sono in grado di dipanare sulla pubblica piazza. Però mio padre oggi mi manca più che mai.


Fosse fosse che è arrivata la primavera? Ieri, nel dubbio, la nonna ha voluto regalare a quella vanitosa di mia figlia ben due paia di scarpette nuove. Soprassediamo sul fatto che io, interrogata dalla venditrice (che regolarmente mi dà del tu e mi chiama "mamma", urtandomi il sistema nervoso), ho sbagliato clamorosamente il numero di scarpa di mia figlia. Non sono una madre standard – come mi disse, con evidente sollievo, la mia pediatra quando le confessai che non avevo la più pallida idea di quanto pesasse Meryem al precedente controllo.


Ieri sono andata a una festa a cui Meryem era stata invitata, con apposito bigliettino di Winnie the Pooh. Compleanno di bambina sconosciuta, figlia di sconosciuti. Le piccole si frequentano perché le rispettive tate sono amiche. Questo avrebbe dovuto insospettirmi. Ieri ho scoperto una grande verità: le tate costituiscono la vera struttura del territorio. Loro sanno, loro controllano, loro presumibilmente giudicano. Vedete, alle madri dei giardinetti (anche grazie ai memorabili post di Panzallaria) ero preparata. Tu puoi incrociarle, in fondo fiera della tua anomalia che ti consente quel comodo disincanto epistemologico che fa sì che tu possa descriverle e persino ironizzare. Ma ieri, presentandomi ai genitori che mi avevano invitata assolutamente al buoio, mi sono resa conto che loro erano proprio come me. Il grazioso vestitino della mamma filiforme e bionda non nascondeva il fatto che lei, come me, fosse una pedina delle tate. Le tate gareggiano, ostentando le virtù delle "loro" bimbe. Le tate si riferiscono in tempo reale ogni particolare utile. E in quel caso io e la mamma filiforme e bionda eravamo esattamente sullo stesso piano. Tata contro tata, noi attrici non protagoniste. Ho poco da fare la snob.

Dopo un’ora e mezza ho lasciato la festa, con la borsa piena di panini al salame che una terza tata mi aveva avvolto in un tovagliolino per "mio marito" (non prima di avermi candidamente precisato che sapeva benissimo che questo non è il mio primo marito, che prima avevo un cane ed ero solita portarlo a passeggio intorno alle otto). Ero talmente senza parole che non ho neanche tentato l’inutile impresa di spiegarle che "mio marito" non mangia salame. E che comunque solitamente non me ne vado dalle feste facendo scorte di viveri. Mi ero arresa del tutto al mio destino di mamma esautorata. Poi ho guardato la guerrigliera, che rideva felice e se la spassava un mondo in questa selva di simil nonne molto veraci. E allora chissenefrega. Che si viva un po’ d’aria di paese e i suoi giardinetti pomeridiani, dove io (confessiamocelo) non avrei mai la pazienza di soggiornare per più di mezzora.

Oggi ho raccontato alla mia tata che eravamo andate alla festa. "Però sei andata via prima della torta", ha ribattuto lei (che non c’era). Touchée.


Per quanto questo sia inverosimile, il contratto dell’ADSL del mio ufficio è stato annullato per errore. Questo significa un numero di giorni difficile da prevedere senza internet in ufficio. Una follia. Ci siamo resi conto che con la rete facciamo quasi tutto il nostro lavoro quotidiano, per un verso o per un altro. Da ieri io faccio su e giù tra casa e ufficio, in modo da monitorare la posta in arrivo (di tutti), rispondere alle cose urgenti, inviare materiali etc. Ma ci sono anche delle cose che necessitano la mia presenza fisica, quindi vado su e giù tipo pendolo.

Però vuoi mettere la soddisfazione di fare partire la lavatrice mentre mando i pezzi al grafico da impaginare?