Domenica pomeriggio, sotto una pioggia battente, dopo aver dato fuoco alla cucina (ho incendiato una padella e le fiamme hanno fuso la ventola della cappa- se non c’erano gli uomini di casa a quest’ora sarei una senzatetto), sono scappata di casa. Una cosa rapida, un’ora e mezza in tutto. Ma erano due giorni che ero chiusa dentro con una piccola piagnucolosa causa denti e stavo davvero scoppiando. Quindi ho mollato Meryem al padre, ho preso un ombrello talmente scassato da rasentare l’inutilità e via. Obiettivamente non è che ci fosse granché da fare alle tre del pomeriggio di una domenica di nubifragio. Sono saltata sul tram, sono scesa a Largo Argentina, mi sono infilata nel primo bar e mi sono fatta una tazza di cioccolata calda. Poi ho fatto un salto al Ghetto, via del Portico d’Ottavia. Molti anni fa avevo ideato una passeggiata letteraria e accompagnavo gruppi di curiosi in una bella scarpinata, alla scoperta dei luoghi della cultura ebraica romana. Si faceva di sera, d’estate, un’attrice leggeva dei testi scelti da me ad ogni tappa e si finiva con uno spettacolino di danze ebraiche sull’isola Tiberina e una consumazione di vino kasher e mostaccioli. La mia amica che organizzava queste visite non solo non ci guadagnava, ma finiva col rimetterci. Però ci siamo divertiti per un paio di estati. La passeggiata si chiamava "Ngaina com’è grande lo ngolamme" (Guarda com’è grande il mondo, frase in giudeo romanesco). Quindi domenica sono scappata in quell’angoletto di Roma e ho fermato un’immagine. La pioggia che scorreva sulla facciata della casa di Lorenzo Manili (la foto non rende l’idea, ma non ne ho trovata una migliore) scuriva la pietra e faceva un contrasto magnetico con il cielo grigio, che ogni tanto si macchiava di bianco. Il cielo di Roma non finirà mai distupirmi. Mi sono calmata subito e a grandi passi, un po’ bagnata, me ne sono tornata verso via Arenula. Per prendere il tram del ritorno e permettere a Nizam di andarsi a vedere il suo derby (Galatasaray-Fenerbahce).


Sono giorni difficili, in cui mille volte non mi sono sentita una buona madre. Leggo qui e là negli altri blog di mamme e mi conforta vedere che qualcuna è molto soddisfatta e fiera di sé, qualcun’altra stringe i denti e tiene duro, qualcuna la prende a ridere. Una cosa è certa: non c’è nulla di grave, a parte qualche notte insonne e i primi capricci. Quindi possiamo respirare con calma e vedere di ridimensionare la faccenda. A onore del vero, sono soprattutto io ad essere costantemente sull’orlo del crollo. Nizam, anche quando non dorme, è più solido e il mostrino lo avverte. Ma cosa mi potevo aspettare da uno che vola da quattro metri e se la cava con un paio di ammaccature? L’unico appunto che gli posso fare è che avolte fa fatica ad immedesimarsi nei miei affanni. Ma ci prova.


Non vi so dire quanto mi piace lei. Specialmente quando suona con lui e con lui. Se vi capita andateli a sentire! Io l’ho fatto, martedì sera. Mi sono concessa una serata di libera uscita, senza pulci al seguito. E mi sono goduta fino in fondo una musica che ha dentro la luce del sole.


Ecco una cosa seria. Grazie a Panzallaria per l’iniziativa. E’ ora di smetterla di lagnare e basta. Bisogna provare davvero a fare qualcosa. Anche se tutti abbiamo un sacco da fare. Perché che ci piaccia o meno, questo paese è casa nostra e se qualcuno ci venisse a devastare casa immagino che ci risentiremmo un pochino. Comunque il solo risentimento a questo punto non è sufficiente. Proviamo a capire cosa servirebbe.

Alcuni partecipanti e prime opinioni: Panzallaria, Dottor Carlo, Tagliacinquantadue.

A proposito. Questo improvviso risveglio di coscienza politica è un ottimo metodo di rimozione rinoceronti (vedi qualche post fa). Oggi mi sento più felice. Quindi, eccezionalmente, ecco un primo piano di una madre sgarrupata, ma tutto sommato contenta.

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Anche i buonisti, nel loro piccolo… Carino, l’articolo di Bellu su Repubblica. In qualche modo, anche se non c’entra nulla con la vera argomentazione dell’articolo, mi sono sentita tirata in causa. Già, il proposito con cui terminare questo week end potrebbe essere: "Meno condiscendente, please". Il punto è che lo so che sono io che sono nervosa e che a certe cose, se fossi rilassata, forse non ci farei nemmeno caso (forse). Però il fatto è che non sono affatto rilassata. Forse dire un bel "Manco per sogno" bello scandito sarebbe terapeutico. Nein. Dimenticatelo. Neanche morta. Già mi sento meglio.


Come mai non scrivo più? Diciamo che sono un po’ al limite. Sotto pressione. Oggi si è aggiunta una notte movimentata e non ha giovato. Poi è un cane chesi morde la coda: la bambina urla, io sono nervosa, la bambina urla perché io sono nervosa. E via così. Mi pesa tutto. Il fine settimana, fino a questo momento, non è stato rilassante. Può solo migliorare.


Oggi splende il sole, i gesuiti stanno eleggendo un nuovo generale e io non ho nessuna voglia di pulire casa, anche se ce ne sarebbe un gran bisogno. Per quanto inverosimile possa sembrare, in questi giorni mia figlia mi provoca. Deliberatamente. All’ora della pappa, urla e strepita. Ma basta che suo padre le si sieda davanti e prenda il mio posto al cucchiaino e lei si sbellica dalle risate a mangia tutto, fino all’ultimo boccone, senza storie. In braccio a me si divincola come se avesse il ballo di S.Vito. Poi passa suo zio e lei gli si abbandona tra le braccia, dolce e zuccherosa come una caramella mou. Poi si gira a guardarmi sogghignando. Esatto, avete letto bene. Sogghigna.

Comunque finché sono questi i problemi… Come ha giustamente detto mio cugino al telefono, nei videogiochi dei bambini quando uno fa quello che ha fatto Nizam una settimana fa, di solito muore!


Ho tentato di postare un paio di volte, ma con risultati fallimentari. Peccato, vi siete persi una gustosa descrizione della mia avventura allo sportello unico per l’immigrazione in cui un poliziotto ha minacciato di denunciarmi a piede libero (qualunque cosa ciò voglia dire). Ora non ho tempo di riscriverla.

La vita procede tra iniezioni, ecografie, ritiro di cartelle cliniche e nevrosi quotidiane. Un giorno rideremo di tutto questo. Ma quel giorno, vi dirò, deve ancora arrivare.