Ieri è stato un giorno di grandi pulizie. Meryem frignava quasi ininterrottamente mentre Nizam si è chiuso in bagno armato di acido muriatrico. Io ero piuttosto dubbiosa sul metodo, francamente, ma ho dovuto costatare che sul risultato finale non c’è nulla da dire: via tutto il nero tra le piastrelle, tutto luccicava e splendeva come non si era mai visto. Noi signore ci siamo limitate a mettere a posto la cucina, spolverare, fare un paio di lavatrici: roba meno tossica, insomma. Poi gran lavata di pavimenti, ennesimo accumulo di roba di cui disfarsi nell’angolo del ciarpame, che si è autoistituito a fianco della porta di ingresso (una vecchia rete è lì da tanto tempo da essersi di fatto traformata in un portaombrelli post moderno).

Ci siamo consolati la sera con la visione del film di Mira Nair Il destino di un nome. Io avevo letto il romanzo da cui è tratto, che si intitola L’omonimo. Ovviamente il romanzo, piuttosto lunghetto, è più complesso e più ricco del film, che però non è male. Leggero quanto basta, grazioso, piacevole. Meno divertente di Spanglish, ma più delicato. E poi fa pensare. Almeno fa pensare me e Nizam, perché solleva questioncine non da poco in merito alle coppie miste e alle cosiddette culture d’origine.

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