Agrodolce

L’altra sera, al concerto di Natale del Centro Astalli, è venuta molta più gente di quanto ci aspettassimo (c’era sciopero dei mezzi e minacciava tempesta). Tutto è andato per il meglio: il coro Concentus Vocalis è stato impeccabile, la musica gradevolissima, la chiesa era perfetta per acustica e anche per estetica (Bernini non è acqua). Stefano Benassi ha letto, molto efficacemente, i testi che avevamo preparato. Una storia particolarmente toccante di un rifugiato sudanese, gli auguri di Natale formulati da un rifugiato eritreo. Non sono storie allegre. Cerchiamo di farlo con stile, con garbo. Ma un pugno nello stomaco agli spettatori a noi di Astalli ci tocca darlo sempre. Io non so gli altri come la piglino. Soprattutto non so se tutti potessero vedere anche il positivo di quelle parole e, più in generale, della nostra esperienza (in particolare, l’altra sera, il gruppetto di ragazzi ospiti dei centri di accoglienza che ha partecipato alla serata, scattando foto con il cellulare per immortalare un momento diverso dagli altri). Alle presentazioni di “Terre senza promesse” sono la prima a commuovermi, irrefrenabilmente, a sentire leggere storie che pure conosco, parola per parola. Non si tratta di flagellarsi. Chi frequenta Astalli sa anzi che il clima, da noi, è tutto fuorché patetico. E’ solo che quando si condivide la propria esperienza con i rifugiati (non solo ospiti, ma anche colleghi, amici, familiari) ricordare anche il dolore diventa naturale. Sarebbe strano il contrario. E’ come se fossimo abituati ad assaporare insieme sapori opposti in accostamenti inconsueti, in una sorta di agrodolce in bilico tra sentimenti diversi. A me questo aspetto piace, è sempre piaciuto in questi anni. Se mi guardo indietro, da un lato mi pare di essere più matura nelle mie reazioni (penso ai pasticci iniziali di rapporti, relazioni… e poi mi dico che avevo undici anni di meno e nessuna esperienza), dall’altro non rimpiango nulla e non mi pare di essere cambiata così tanto. Certo ho nella memoria tanti volti, tanti incontri, alcuni più fugaci, altri più significativi. Ogni tanto, come stamattina, dal passato riemerge un nome, una storia, una faccia. Quanti congedi, consapevoli e inconsapevoli. Penso che chi siede a un concerto e sente brani di storie drammatiche non invidi il nostro lavoro. Eppure l’impossibilità di dimenticare sistematicamente il resto dell’umanità è un privilegio.

5 pensieri riguardo “Agrodolce”

  1. Infatti è questo che mi stupisce in voi: incontrare il dramma e sapersene allontanare, non con indifferenza ma traendone un qualche beneficio o quantomeno un indirizzo. Penso che chi fa il vostro lavoro debba trovare una formula per sopravvivere in un vita normale, quotidiana.

    1. Forse la chiave proprio questa, Veronica: noi non incontriamo il dramma, incontriamo tante persone. Il dramma te lo sbatte davanti un telegiornale. Una persona non coincide con il dramma che ha vissuto. Ha anche voce, occhi, ricordi, memoria, battute di spirito, tratti affascinanti e tratti insopportabili. Incontrare persone, parlare con loro, molto pi quotidiano di quanto non possa sembrare.

  2. Eppure come dici tu, è un privilegio poter fare qualcosa, dare qualcosa. Sarà che, il questo mondo sempre più piccolo, l’operazione di rimozione che tutti eseguiamo per poter vivere in pace il nostro piccolo quotidiano riesce, a mio avviso, sempre più difficile.

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