Una storia che vorrei raccontare a un amico

La distanza, è noto, alimenta i fraintendimenti e rende difficile provare empatia. Quando su twitter o su facebook scrivo frasi “in generale” sui rifugiati, come mi è successo poco fa, qualche volta si finisce a discutere di cose che con la vera natura delle persone c’entrano poco. E invece l’unica cosa che conta sono le persone.  Quelle che discutono e quelle di cui si discute.
Stasera al mio amico Marco voglio regalare una storia. La storia di un giovane uomo coraggioso. Un professore di francese, laureato, arguto, che viveva in una grande metropoli africana. Ci viveva con il suo compagno, lo stesso da 15 anni. Oltre alla loro quotidianità di professionisti, il nostro protagonista (chiamiamolo Jean, ma non è il suo nome) e il suo compagno avevano fondato un associazione per i diritti delle persone omosessuali. Lottavano senza farsi intimidire per i diritti civili, loro e di tutti, in un contesto difficile.
Dare la vita per le proprie idee ci pare spesso una frase fatta, enfatica. È quello che loro hanno scelto di fare. Jean ha visto uccidere a sangue freddo il compagno della sua vita e delle sue lotte sotto i suoi occhi. Poi è stato arrestato, detenuto senza processo e torturato.
Jean è riuscito a fuggire dall’inferno. È un rifugiato. L’altro giorno ha incontrato l’onorevole Letta, che ha dato inizio lo scorso ottobre all’operazione Mare Nostrum. Con sobrietà, ma con commozione, lo ha ringraziato: “Lei mi ha salvato la vita. Il barcone su cui viaggiavo stava affondando. Una nave italiana ci ha soccorso”.
Come dice l’UNHCR, dietro i numeri ci sono migliaia di storie. Storie di amore e di ideali, storie di trionfi e di fallimento. Storie di amicizia e di fatica. Storie come quelle di ognuno di noi.

2 thoughts on “Una storia che vorrei raccontare a un amico”

  1. Grazie Chiara della dedica e della storia. Una fra tante che dovrebbero essere raccontate, ma che spesso tacciono, a volte in fondo al mare. Accanto alla necessità di dover fare qualcosa però, esiste il caos di migliaia di individui, non tutti con storie cosí struggenti ma altrettanto affamati di fuga (per motivi anche più economici che altro) che approdano sui nostri lidi. Io prima del problema morale del ‘chi si assume la responsabilità di quei barconi di corpi schiacciati gli uni contro gli altri’ vedo quello del ‘prima dell’imbarco’ e della totale mancanza di chiarezza, comunicazione ed organizzazione. Per paesi come la Libia, che sono praticamente falliti, non esiste neppure la possibilità avere contatto con il governo, che non esiste più, esacerbando lo sbando totale e la deriva dei disperati. Ripeto: una barca di 100 persone non è automaticamente traducibile in biglietti d’ingresso in Europa: è un gioco pericoloso, anche se diventa poi la bandiera di attacco di molti partiti durante le elezioni… Le storie ci sono e sono tutte valide e tutte agghiaccianti, ma esiste pure la malafede, lo sfruttamento e la mancanza di controlli all’origine che rendono l’immigrazione un’emorragia per la quale non servirebbero secchi, ma punti di sutura.
    Grazie ancora per la storia.

    M xx

    1. Marco, lo scenario degli sbarchi è cambiato. Dai un’occhiata agli ultimi rapporti UNHCR. Persone con storie come questa rappresentano circa il 90% di quelli che sbarcano (o sono soccorsi in mare).

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