Dress code

Cara turista ultrasettantenne,
ti basterà un’occhiata per essere certa che non sono qualificata per dare lezioni di stile. Non ti scrivo per parlarti di moda, ci mancherebbe.  Avrai notato anche che la mia forma fisica è quel che è.  A 18 anni ero meglio di così, ma neanche tanto. Tu invece, probabilmente, da giovane eri una bionda strafiga. Hai tutto il mio rispetto per questo.
Però se ti scrivo, oggi, è perché non ci siamo incrociate sulla spiaggia di Ostia, ma in pieno centro di Roma. Tra il Pantheon e Fontana di Trevi, dietro l’angolo di Montecitorio. Sotto i nostri piedi, forse lo sai, si estende invisibile ciò che resta dell’Iseo Campense. Tu sfoggiavi una microtutina a pois, senza maniche né spalline, ma con generose balze sulla scollatura.
Fa caldo, mi rendo conto. Ma ti pare questa la tenuta adatta a presentarsi al cospetto dei capolavori dell’arte che avrai certamente visitato oggi? Forse in alcune chiese, a causa degli shorts, non ti avranno fatto entrare.  Magari avrai pensato che gli italiani sono bigotti e moralisti. Personalmente credo che a Dio importi poco dei centimetri di pelle scoperti. Eppure mi solleva pensare che non hai sostato davanti alla Vocazione di S. Matteo di Caravaggio vestita così. Mi piacerebbe credere che anche per entrare ai Musei Capitolini ti abbiamo chiesto di cambiarti (so che non è così).
Andresti in microtutina con balze al matrimonio di tua figlia? Alla laurea dei tuoi nipoti? A una cena con un’autorità del tuo Paese, quale che esso sia?
Presumo di no. Ecco, pensaci. Visitare Roma non richiede meno rispetto delle occasioni che ti ho menzionato. Il vestito è una pura formalità, dirai tu, che magari sei un’esperta raffinata di pittura barocca e apprezzi più di me questo patrimonio mozzafiato.  Hai ragione. Ma l’educazione, tua e di tutti, passa anche attraverso questi particolari. Specialmente se apprezzi, contribuisci alla causa. Non farti vedere davanti alla cupola di S. Ivo alla Sapienza con la stessa mise che usi per berti una limonata sul divano di casa.
Mi obietterai che fanno tutti come te. Che posso dire? È vero. Però è un peccato. Si può essere freschi e comodi senza perdere la consapevolezza che visitare questo posto è un’occasione unica e richiede, se non eleganza (che non è alla portata di tutti, me per prima), almeno sobrietà.

2 thoughts on “Dress code”

  1. Ti quoto sorella/ Io sono cresciuta in un paese di mare con ben chiara la linea invisibile della pista ciclabile del lungomare come spartiacque del posto dove si sta vestiti da spiaggia e dove s sta vestiti da paese. Considera che noi stanziali, specie tanti genitori nostri che lavoravano, al mare ci andavamo poco e niente, il caldo era uguale, ma entrare in un negozio in ciabatte e mazzo pareo, mah (poi io sono quella che quando andava a farsi un bagno di mezzanotte dopo aver smontato dal turno e solo perché`per il caldo e la stanchezza si faceva fatica ad addormentarsi, ci andavo con l’ asciugamano arrotolato addosso e scalza, tanto erano 20 metri per attraversare il lungomare. Ma già nella via accanto per chiamare un’ amica non ci sarei andata)

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