Di rifugiati, morti e vivi

Ho seguito un po’ su Facebook dibattiti, anche animati, in merito a fotografie – molto crude – che sono circolate sui social e che ritraggono alcune delle numerose vittime delle frontiere europee. Io non le ho condivise e mi piacerebbe spiegare perché. E vorrei spiegarlo bene, passaggio per passaggio.

  1. Non credo che nessun cittadino europeo con facoltà di voto abbia il “diritto di non vedere” queste immagini. Questo voglio chiarirlo subito. Non si tratta di vittime di un incidente stradale o di una calamità naturale. Queste vittime sono una diretta conseguenza delle scelte politiche dei nostri governi democraticamente eletti e quindi ne siamo in una certa misura responsabili. Non è l’Europa (entità impersonale e imperscrutabile) che decide di costruire muri, di mettere mine, di chiudere i superstiti di un naufragio in un centro di detenzione libico o, semplicemente, di non adoperarsi in nessun modo per far viaggiare vittime innocenti della guerra in forma legale e sicura. Sono i legittimi governanti dei singoli Stati e le alternative esistono.
  2. Ciò detto, un po’ di delicatezza nell’uso delle immagini non guasterebbe. Ad esempio basterebbe avere cura di non rendere riconoscibili i lineamenti, come si pare normale di faccia con i minori (se sono figli nostri).
  3. Ma non è tanto questo il punto. Il motivo per cui non mi piace condividere foto e storie di rifugiati morti, sebbene non creda che sia inutile né illegittimo, è che preferirei condividere foto e storie di rifugiati vivi. Meglio ancora, mi piacerebbe che sempre più persone incontrassero e conoscessero dei rifugiati nella vita di ogni giorno. Credo che servirebbe di più, sebbene sia molto più complicato. E ora cercherò di chiarire meglio questo concetto.

Quello che più mi sconvolge, nei discorsi e dibattiti di questi mesi, ancor più dello straordinario sfoggio di ignoranza e utilizzo di falsità da parte di chi è in malafede, è il fatto che anche chi è in buona fede sembra aver interiorizzato come normale che a queste persone non vengano mai applicati standard che noi troveremmo accettabili o anche solo tollerabili. Un paio di spot di Save the Children hanno provato a lavorare su questo messaggio: penso ad esempio a questo, o anche a questo. Gente che mi ha criticato anche pesantemente per aver portato mia figlia in vacanza in Turchia per il pericolo a cui la avrei esposta, argomenta con la massima sicumera che Paesi come Nigeria, Ghana, Guinea o Pakistan sarebbero assolutamente sicuri e che chi arriva da lì non sta fuggendo ma “ci sta provando”.

Altro filone, comunissimo, è quello di chi si scandalizza perché i rifugiati protestano per condizioni di accoglienza inadeguate o, scandalo massimo, per il cibo di cattiva qualità o non consono alle norme della loro religione. Ma come? Pretendono pure qualcosa? Accampano pretese? Ma allora non sono rifugiati veri! Altrimenti si accontenterebbero.

Questo tipo di argomentazioni dimostra, semplicemente, che queste persone non sono considerate al nostro livello. Voi, dopo che avete venduto tutto quello che avete per mettere in salvo i vostri figli da morte certa – certa al punto di rischiare di perderla, quella vita, in viaggi inimmaginabili – vi accontentereste di vederli parcheggiati in casermoni per mesi i mesi senza alcuna prospettiva di futuro? Non vi aspettereste aiuto, supporto, comprensione o almeno simpatia?

Ma non è nemmeno di questo che volevo parlare. Voglio solo farvi capire che le uniche persone per cui davvero riusciamo ad indignarci sono quelle che sentiamo equivalenti a noi, ai nostri figli, ai nostri cari. Se, come è evidente, l’appartenenza alla comune razza umana non ci è sufficiente, l’unica strada possibile è che almeno alcune di queste persone ci stiano a cuore, personalmente, con il loro nome e il loro vissuto. Che diventino nostri amici.

A quel punto, ve lo assicuro, l’empatia ci viene più facile. E cominceremo a capire di cosa si parla. La foto di un cadavere non può parlare. Può scioccarci, ma non può creare con noi nessun legame. Ci possiamo proiettare sopra nostre fantasie, più o meno fondate. Ma non ci può raccontare la sua storia, non ci possiamo ridere, non ci possiamo discutere e nemmeno litigare. Alla fine sospetto che ci lascerà indifferenti, tanto quanto i numeri delle statistiche. Per questo oggi non le condivido. Anche se non credo che chi lo faccia sbagli.

5 thoughts on “Di rifugiati, morti e vivi”

  1. Chiara, mi piace sempre quello che scrivi, ma il brano di oggi ancora di più. La sensazione di differenza e di (più o meno sottile) inferiorità delle persone che approdano sulle coste e ai confini di questa Europa è diffusa tra tanti e pare quasi naturale. Di recente ho avuto discussioni proprio sulla qualità dell’accoglienza nei confronti di queste persone e mi sono sempre sentita ripetere che dovrebbero quasi ringraziare per quello che trovano. Il che, al di là della replica nell’immediato, mi getta sempre nello sconforto….

    1. Grazie, Antonella. Mi colpisce sempre come noi ci lamentiamo di non trovare comprensione per le nostre disavventure all’estero in vacanza e invece troviamo ovvio trattare con distacco se non con disprezzo chi è sopravvissuto alla tortura…

  2. Una piccola aggiunta: la prima discriminazione (come tu hai già rimarcato) che ho sempre colto in molti mezzi di comunicazione è la mancanza di schermatura del viso dei minori, cosa che con i nostri figli è inderogabile. Sono forse bambini diversi????

  3. APPELLO AI COLOMBIANI RESIDENTI IN ITALIA, AGLI ITALIANI AMICI DELLA COLOMBIA ED AI DEMOCRATICI ITALIANI TUTTI

    Da ormai una settimana, sotto l’occhio indifferente di tutto il mondo, i colombiani residenti nei comuni venezuelani vicini al confine con la Colombia, vicino alla cittá colombiana di Cúcuta, sono vittime di sopprussi inenarrabili che ricordano le pulizie etniche delle guerre tra i paesi della ex Jugoslavia, o peggio le razzie dei nazisti contro i ghetti degli ebrei. Stiamo vedendo immagini che pensavamo che non si sarebbero mai piu’ viste. Le case dei colombiani segnate con la lettera ”D” prima di demolirle. Colombiani fuggendo con poche masserizie sulle spalle, famiglie divise, bambini separati dai genitori. Tutta povera gente. Ad ascoltare le testimonianze non si possono trattenere le lacrime.
    Pretesti non ne mancano. Hitler pure ne aveva a bizzefe. Purtroppo il governo di Maduro ha fatto credere alle sinistre europee che il suo e’ un governo rivoluzionario, socialista, anti-imperialista, e troppi ci sono cascati. In realta’ nel Venezuela c’e’ una dittatura populista parecchio somigliante a quella di Mussolini. Como in Italia, allora, Gramsci era in carcere, in Venezuela il leader dell’opposizione ha subito la stessa sorte. C’e’ un forte controllo sulla stampa, sulla radio e sulla TV. Inoltre, per sfortuna, Maduro possiede una rete di governi amici che, anche per motivi economici, lo sostengono al oltranza.
    Rompete il silenzio, fattevi ascoltare. In ogni citta’, in ogni comune dell’Italia. Organizzate flash mob con la nostra bandiera di fronte all’Ambasciata del Venezuela a Roma, di fronte ai consolati del Venezuela in altre citta’, di fronte al Parlamento Italiano, di fronte alle sedi delle Regioni, delle Provincie, dei Comuni, raccogliete firme da fare arrivare alla Farnesina ed al Parlamento Italiano, all’Unione Europea ed al Parlamento Europeo, fate sapere e fate girare. E prendete foto e video e pubblicateli, organizzate comitati di solidarieta’, fatteli ascoltare e vedere.
    DOMANI 28, TUTTI CON LA MAGLIETTA CON I COLORI DELLA NOSTRA BANDIERA.

    FERMIAMO QUESTA RAZZIA CONTRO LA POVERA GENTE COLOMBIANA

    FIRMATE, FATE GIRARE

    César Bruno (cittadino colombiano e italiano), Villavicencio, Colombia

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