Una cena incompiuta

Oggi, festa della donna, il ricordo e la gratitudine per una delle donne più notevoli che ho incontrato mi accompagna fin da stamattina. Un esercizio del mio corso di scrittura mi chiedeva di scrivere un racconto in forma di menu. Con tutti i limiti di una costruzione un po’ artificiosa, lo condivido con voi.

Antipasto: aspic di autorità
Bello, ma non invitante. Un antipasto così suggerisce abilità tecnica, persino maestria. Ma non fa venire l’acquolina in bocca e certamente non mette a proprio agio i commensali. Quando Le Quyen entrava in una stanza, si faceva silenzio. Quando prendeva la parola, con il suo italiano impeccabile e privo di qualunque inflessione, gli interlocutori immediatamente scoprivano di vergognarsi del loro accento romano. Il che risultava in fondo assurdo in un ambiente come quello delle politiche sociali della Capitale, fatto da sempre di amici di amici, parroci volenterosi, personaggi avvezzi a galleggiare tra gli impicci senza sottigliezze, ostentando maschio cinismo con il contrappunto di battute volgarotte. Come ci era piovuta in quelle stanze un’algida vietnamita dal nome impronunciabile, che ostentatamente dava del lei anche ai suoi sottoposti? In un mondo opaco e fiero di esserlo, Le Quyen suggeriva fredda trasparenza, ma anche un che di misterioso. Su di lei nessuno osava nemmeno fare pettegolezzi. Gente abituata a afferrare il cibo con le mani, esitava ad accostare la forchetta a una come lei.

Primo: Maltagliati di progetto
Anche come coordinatrice di progetto Le Quyen si rivelava anomala rispetto ai capi a cui ero abituata. Non si limitava a firmare verbali e a lasciar cadere di tanto in tanto commenti e decisioni. Lei, senza mai uscire dal suo ruolo, governava ogni dettaglio. Sorse un problema. Lo analizzammo. Approfondimmo e, come spesso capita, individuammo la causa in un corto circuito tra regole europee e regole nazionali, tra teoria e realtà dei fatti. Non se ne usciva. Quei soldi non potevano essere spesi come avevamo pensato e come il buon senso richiedeva. Si può rimodulare, ci assicuravano i funzionari. Spostateli su altro. Vi conviene pure, perché invece di pagare contributi alle persone magari ci comprate materiale per i vostri enti, cancelleria, persino attrezzature, via. Chiuderemmo un occhio. Lei non prese in considerazione quella possibilità. “Se non si possono spendere secondo la logica del progetto, non li spenderemo. Ma spiegheremo perché non li abbiamo spesi”. Al convegno finale, alla presenza delle autorità, quella parte dell’intervento toccava a me. Nei dieci minuti che avevo, con parole asciutte ma inequivoche, spiegai l’assurdo burocratico che aveva reso impossibile quella parte di lavoro, evidenziandone le conseguenze. Mi sedetti di nuovo al mio posto e vidi Le Quyen che lasciava il suo per venirmi a sussurrare all’orecchio: “Lei sa parlare in pubblico. Dobbiamo tenerlo presente, in futuro”.

Secondi
Spezzatino di ricerca in salsa emiliana
Nel progetto successivo ci trovammo di colpo sullo stesso piano. Eravamo due degli esperti di un eterogeneo gruppo di ricerca che cuciva insieme l’Italia e le competenze: psichiatri, psicologi, giuristi, amministratori, operatori sociali. Anche lo stile di lavoro distava parecchio dalla formalità con cui Le Quyen lavorava di solito. Per dieci mesi ci trovammo tutti sulla stessa barca, in una sorta di riunione continua e itinerante che ci faceva spostare a gruppetti su e giù per l’Italia, tutti compagni di viaggio di tutti, a prescindere da gerarchie e retribuzioni. Ci trovavamo immersi in discussioni di metodo e di concetto sui banconi di legno di una pizzeria al taglio, o nella saletta sul retro di una trattoria di provincia. Solo in occasione della cena finale, davanti a solenni e succosi tortelli di zucca, sostituimmo le lattine di Peroni con del vino decente. Ammirai la flessibilità di Le Quyen, che non aveva mostrato alcun disagio nel deporre del tutto le forme e lo stile in cui credeva. Fiutava la sostanza del lavoro e nel giro di qualche giorno prese a dare del tu a tutti, me compresa. Ci trovammo a scrivere un capitolo a quattro mani, senza tempo né modo di fare editing e revisioni. La vidi esitare per un attimo, ma concordammo di provare. Scoprimmo di avere uno stile di scrittura pressoché identico: nessuno alla fine era in grado di individuare quale parte avesse scritto una e quale l’altra. Quando lessi l’approvazione nel suo sguardo, provai un senso di vertigine che mi mancava da tempo. Il gusto appagante del successo. Qualche settimana dopo, nel suo ufficio, mi disse una frase a cui ho ripensato spesso: “Noi non scippiamo risorse umane ai nostri partner, ma se decidessi di cambiare lavoro tu qui avrai sempre un posto”.

Grigliata di concorso
Ero su un treno per raggiungere il resto del gruppo di ricerca a Parma quando ho saputo l’esito del concorso universitario che avevo tentato mesi prima. L’ultimo, il più promettente e il più umiliante della mia carriera. Leggevo sullo schermo del cellulare il verbale in cui senza alcun pudore i commissari decretavano che, in barba a qualunque oggettivo merito, il vincitore era l’unico candidato che non aveva alcuna qualifica per la posizione. Me lo aspettavo, ma era un pugno nello stomaco lo stesso. Tra i messaggi che arrivavano tra una galleria e l’altra c’era quello di Le Quyen: “Ti aspettiamo. Non farti il sangue amaro”. La sera passeggiammo insieme sotto i portici. Per la prima volta mi raccontò qualcosa di personale. Era un frammento, che navigava su un passato di cui non sapevo quasi nulla. Ma lo presi così, in un solo boccone. “Ero assistente universitaria di diritto internazionale, quando misero a concorso il posto era come se ci fosse scritto sopra il mio nome. Però la cittadinanza italiana non arrivò. Forse fu solo un disguido, forse no. Ma quel giorno quella strada per me si è chiusa per sempre”. Le Quyen aveva ottenuto la cittadinanza italiana solo 4 anni prima, 45 anni dopo il suo arrivo a Roma. Non me lo disse quella sera e probabilmente io avrei pensato che scherzasse.
Pur diversissima dai migranti forzati di cui ci occupavamo per lavoro, anche Le Quyen era una rifugiata. La sua cultura, la sua estrazione chiaramente aristocratica che tradiva nel portamento e nel gusto impeccabile, non la metteva al riparo dagli incubi burocratici che riguardano tutti gli stranieri a cui tocca in sorte di vivere in Italia e neanche dalle meschinità di chi misura il proprio potere tramutando il più banale diritto in una concessione da negare a proprio piacimento. Un suo collaboratore un giorno mi raccontava esterrefatto che per un normale rinnovo della carta di identità Le Quyen non aveva esitato a intavolare una questione diplomatica. Aveva ritirato il documento allo sportello e, dopo una rapida occhiata, lo aveva restituito. “C’è un errore”, aveva affermato sicura. “Io non sono nata a Ho Chi Minh. Sono nata a Saigon”. “Ma la città non si chiama così dal 1975!”, aveva ribattuto l’addetto. “E io sono nata prima del 1975”, era stata la laconica risposta. Non so come si sia risolta la cosa, ma certamente si trascinò di ufficio in ufficio e di ricorso in ricorso per diverso tempo, fino alle stanze del Ministero dell’Interno. “Ma ti pare che uno monta un casino così per un nome?”, commentava il collega. Per Le Quyen in effetti era l’unica cosa possibile. Teneva ai nomi in generale, ma a quel nome in particolare. In un certo senso quel nome era la sua storia. Ma anche io lo capii più tardi, quando scoprii chi era e da cosa fuggiva.

Contorni: Frivolezze e sformatini di autoironia
Esaurito il penoso argomento del concorso universitario, quella sera, sotto i portici chiacchierammo di cose più leggere. Di vestiti, prima di tutto. Scherzavamo sulla difficoltà di scegliere un outfit adeguato al nostro ambiente di lavoro, centri di accoglienza e mense frequentate da decine di uomini soli, per lo più di religione musulmana. Ogni volta che arrivava una nuova tirocinante, magari americana, ci dovevamo lanciare in imbarazzanti istruzioni per l’uso. Io per far prima usavo i cartelli per i turisti in chiesa: no pantaloncini, no braccia nude, no minigonne. Lei aveva scritto un decalogo, che iniziava con un programmatico “coprente, ma non fasciante”, il requisito del capo di abbigliamento idoneo a un’operatrice sociale donna. “Per gli uomini ottenere un minimo di buon gusto è ancora più difficile”, osservava lei. “Alla fine te li trovi tutti vestiti come preti in borghese. Certo, non rischiano avances sgradite. Però che depressione!”.

Le Quyen era sempre straordinariamente elegante. Mi confessò che per trovare abiti adatti alla sua corporatura minutissima che non fossero decorati con unicorni e Topolino si riforniva a Parigi. “Ci vai spesso?” “Sì, per lavoro. E non solo”, si affrettò ad aggiungere, quasi che il pensiero di avermi detto una mezza bugia le risultasse quella sera insopportabile. Tempo dopo, capii che a Parigi viveva ancora sua madre e che Le Quyen la assisteva nelle ultime fasi di una penosa malattia. Una sera, in ufficio, con un sorriso stanco mi disse che riconciliarsi con il proprio passato è una grazia per pochi. Anche in quell’occasione, credetti di poter immaginare quello di cui parlava. In effetti non potevo. Aveva appena fatto trasferire a Roma sua madre, in un ospedale dove si sarebbe spenta di lì a poco. Nota come Madame Nhu, quella donna era stata responsabile di alcune delle pagine più sanguinose e terribili della storia recente La stampa le aveva dato molti soprannomi: “la Lucrezia Borgia d’Oriente”, “Dragon Lady”, “Mata Hari dell’Asia”. Non ho mai sentito Le Quyen chiamarla in nessun modo. In certi momenti vedevo che sulle sue spalle si posavano ombre pesanti. Lei comunque pareva in grado di sopportare tutto.

Un giorno dovetti annullare una riunione perché mi ero bucata un piede con un cancello di ferro. La dinamica dell’incidente era stata abbastanza surreale e, tornata dal pronto soccorso, ne avevo scritto un gustoso reportage sul mio blog. Quella sera allegai al messaggio con cui chiedevo di rimandare l’appuntamento il link del racconto. Le avevo già confessato il mio hobby di scrivere e ero certa che avrebbe apprezzato l’umorismo. Seppi poi che aveva girato il link anche alla sua collaboratrice con cui dovevamo vederci, accompagnandolo con un invito: “Anna Clara, lei che è così precisa e così seria, provi ogni tanto a prenderla a ridere come fa Chiara. Gli imprevisti ci saranno sempre!”. Quella frase diede inizio a una amicizia bella e profonda tra me e la collega troppo seria. Ogni anno ci imponiamo di renderci ridicole insieme in pubblico almeno una volta, andando a cena travestite a Carnevale.

Amaro
Potevano essere ben altri i frutti di un incontro con una donna come Le Quyen. A qualcuno stavamo lavorando. Eravamo immerse in un progetto impegnativo e importante, che ci assorbiva quasi del tutto e richiedeva spesso riunioni di confronto per aggiustare la strategia. Un giorno Le Quyen, vedendomi distratta, mi fulminò con lo sguardo: “Fai troppe cose”. Cercai di spiegarle che non potevo fare altrimenti, che da noi il lavoro richiedeva che tutti facessero tutto. “Tu devi pretendere di tenere la testa libera per pensare. Non tutti possono fare tutto”. Me ne andai triste da quell’incontro, perché sapevo che aveva ragione e anche che io non avevo né la sicurezza né l’autorità per cambiare le cose.

Una mattina ero a una riunione in Prefettura. Doveva esserci anche lei, ma stranamente tardava. Le ho scritto un messaggio: “Arrivi?”. Nessuna risposta. La riunione iniziò e finì senza Le Quyen. Tornata in ufficio ricevetti una telefonata di Anna Clara. “Un incidente, sulla Pontina. È morta, è morta sul colpo”. Corsi fuori dall’ufficio in cerca d’aria. Poi ci tornai, naturalmente, obbediente come al solito. Tutto continuava: il progetto che lei non avrebbe più coordinato, la routine caotica e a volte insensata del mio lavoro, il blu del cielo di Roma tra vie delle Zoccolette e piazza del Collegio Romano. Ai funerali non mi diedero il permesso di andare. Ci passarono i miei capi, a fare presenza. Io dovevo fare altro, una lunga lista di cose che avrebbe potuto fare chiunque altro.

Nei giorni immediatamente seguenti vidi sui giornali la foto di Le Quyen che a due anni scendeva dall’aereo che l’aveva portata a Roma dopo il colpo di Stato in cui erano stati assassinati suo zio, presidente del Vietnam del Sud, e suo padre. Su quell’aereo viaggiava sola con due fratelli, perché la madre e la sorella maggiore erano in viaggio diplomatico negli Stati Uniti. Quella sorella maggiore, bella e vistosa come una diva del cinema, sarebbe poi morta a soli 22 anni in un incidente automobilistico in Francia. Le Quyen prese un’altra strada, fatta di studi e rigore. Certo anche di molto altro, che il più delle volte preferiva tenere per sé. Quella mattina di aprile il suo motorino è scivolato sotto un pulmino che portava a scuola 23 bambini rom. Un destino di famiglia, con un tocco delle sue scelte.

Al suo funerale è stata letta una frase. Non c’ero, ma quando l’ho trovata citata l’ho riconosciuta subito. L’aveva scritta per una conferenza a Dakar e vi avevo colto una libertà e rilassatezza quasi poetica, che mancava in altri suoi scritti: “Cieli, mari e terre ignoti, ove perdersi, cercarsi per infine, dopo aver pagato un alto tributo al tempo, ritrovarsi. Scoprendosi nuovi, diversi. Forse migliori?”.

3 pensieri riguardo “Una cena incompiuta”

  1. Che storia fantastica. Tutte noi che scontiamo la nostra incapacità di cinismo e arrivismo venendo gettate nel frullatore di mille beghe che non portano a nulla e ci impediscono di dare il nostro meglio dove possiamo fare la differenza dovremmo incontrare un esempio così. E complimenti a te per il racconto.

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