Dayenu

Durante il seder della Pasquale ebraica si ricordano uno per uno gli atti che Dio ha fatto per la liberazione del popolo dall’Egitto (15, credo) e dopo ciascuno si commenta: “Sarebbe stato abbastanza, ci sarebbe bastato”. Se anche ci avessi fatto uscire e non avessi aperto il Mar Rosso, anche solo quello sarebbe stato sufficiente.

Ho riletto queste cose in un post di Instagram e mi si è risvegliato un ricordo antico. A Tinos, una piccola comunità catecumenale italiana, che cantava una lunga preghiera, tipo litania (“e questo ci sarebbe bastato, ci sarebbe bastato”), con mio padre che trovava quella forma di devozione piuttosto comica.

Oggi mi risuona la considerazione del post che ho letto, piuttosto. A essere riconoscenti nella gioia sono bravi tutti. L’esercizio più interessante è fare spazio alla riconoscenza mentre si è ancora nel profondo della difficoltà. Come il salmo di Giona dalla pancia del pesce, che ringrazia, non chiede aiuto. Come le benedizioni dei fanciulli tra le fiamme delle fornace raccontata nel libro di Daniele (altra lettura del sabato santo, che istintivamente mi è sempre risultata meno simpatica, chissà perché).

Stamattina, dopo due settimane dolorose e dopo una notte più buia delle altre, provo davvero a fare questo esercizio. E allora richiamo alla mente un piatto di carne condiviso. Una birra di compleanno. Un tratto di marciapiede di borgo Pio. Tanti vocali ascoltati più volte. Un messaggio temporaneo di auguri. Dayenu.

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