Su Costantinopoli infatti non ci son dubbi; anche il viaggiatore più diffidente ci va sicuro del fatto suo; nessuno ci ha mai provato un disinganno. E non c’entra il fascino delle grandi memorie e la consuetudine dell’ammirazione. È una bellezza universale e sovrana, dinanzi alla quale il poeta e l’archeologo, l’ambasciatore e il negoziante, la principessa e il marinaio, il figlio del settentrione e il figlio del mezzogiorno, tutti hanno messo un grido di maraviglia. È il più bel luogo della terra a giudizio di tutta la terra. Gli scrittori di viaggi, arrivati là, perdono il capo.

Così scriveva De Amicis in un volumetto godibilissimo, recentemente riedito da Einaudi (che si trova anche in full text su web). Tulipani in fiore, cicogne, sole e venticello primaverile… questa gita a Istanbul sembrava persino troppo bella per essere vera. Non era la mia prima volta lì, ma così radiosa non l’avevo vista mai. Trovate un assaggino qui.


Il template stamattina era collassato. Questo mi ha indotto a tornare alle origini, riscegliendo quello che è stata la prima "faccia" di questo blog. La foto non mi fa impazzire, all’epoca la tolsi e basta. Che voi sappiate, c’è un’alternativa? Ne posso in qualche modo caricare una mia?


Leggendo un articolo di MammaFelice sulla pet therapy, pensavo agli approcci di Meyem con gli animali. I maggiori progressi li fa a casa della tata Silvana, dove abitano un cane lupo di ragguardevoli dimensioni di nome Ettore e una tartaruga. Mia figlia, anche se non amava ammetterlo, era un po’ impensierita dal cane. Ora però ha superato ogni timore, perché ha imparato la parola magica: "A cuccia!". E quello, che è una bestiola educata, si siede. Meyem ama molto questo particolare rapporto di causa-effetto, quindi appena sente nominare il suddetto Ettore, immediatamente intima "a cuccia!", così da tenerne a bada anche l’immagine. Il problema nasce con la tartaruga. Non posso credere che le faccia davvero paura, ma certo è che non posso pretendere che Silvana educhi anche le tartarughe. Quindi, le poche volte che la pigra bestia dà segno di vita, Meryem si porta teatralmente entrambe le mani alla testa ed esclama, divertitissima: "Oddio, aruga!". Poi, visto che il gesto e l’espressione le piacciono, lo fa anche a casa, davanti a eventuali pupazzi tartarughiformi o anche così, per esercitarsi.


Il solito giochetto su Facebook mi ha costretto a ravanare tra le mie reminiscenze musicali e a ripescare una canzone che ho amato moltissimo. E’ il tipico caso di musica che forse pare strana e magari noiosa a chi non ha l’orecchio abituato a melodie orientali. Ma io l’ho sempre trovata profondamente fascinosa, in qualche modo in sintonia con me, capace di saldare i miei ricordi d’infanzia di Grecia con quelli, più recenti di Turchia.

 

 


Questo folle mese di marzo procede frenetico e denso di trasferte. Quando stamattina ho detto a Nizam "Amore, domani sera…" "Vai a New York?", mi ha interrotto lui. Leggermente polemico. No, però faccio tardi al lavoro ancora una volta. E da qui ai prossimi due mesi ho già tre sabati incastrati con cose lavorative. Ma ieri mi sono goduta una splendida giornata bolognese così composta: vigilia a casa di mio cugino e moglie simpatica, cena e chiacchiere sui massimi sistemi e sulle inezie di tutti i giorni; riunione lavorativa con una folta partecipazione di persone toste e brave da quasi ogni angolo d’Italia, inframezzata da pranzo a base di focaccia con squacquerone (oddio, come si scrive???) e pettegolezzi tra femmine (due bolognesi, due napoletane e io); infine, storico incontro passeggiata con la leggendaria Panzallaria, che esiste davvero e mi ha offerto un ottimo gelato nei pressi di casa di Prodi. Vabbé, quando mi dicono che se viaggio per lavoro è come se fossi in vacanza, mi sento in dovere di protestare con veemenza. Ma ieri, sotto sotto, un po’ di diletto personale ne ho tratto.


Ho comprato uno zainetto. Non ne compro uno dai tempi della scuola (un glorioso invicta, durato più di un decennio), ne ho avuto uno nuovo per la laurea (stupendo, un Kipling rosso compreso di gorilla di peluche regalatomi da mio cugino Andrea e sua moglie Graziella: una seconda pelle negli anni dell’inebriante sogno post universitario). Ora, i folli su e giù di questo mese di marzo, mi hanno indotto a una scelta di ritorno, per dir così. Uno zainetto di nuova generazione, comprensivo di trolley per darsi un tono, ma che mi risolve il problema dei tragitti con simultanea presenzadi trolley e passeggino. Però non ricordavo che meraviglia fosse uno zaino. Che godimento si prova a far sparire tutto nelle tasche. Mi sento efficiente e confortata. La guerrigliera sembra essersi ripresa. Incrociamo le dita. E facciamo finta che questi troppo frequenti tragitti in aereo non mi causino una neanche tanto lieve apprensione.


Se c’è una cosa che adoro del bar degli energumeni, l’ameno luogo dove pranzo e talora faccio anche colazione, è la radio perennemente sintonizzata su una stazione che trasmette grandi successi del passato. Dai Beatles agli Eagles, passando per gli 883. Ti dà quel senso di familiare, di tranquillo, di rassicurante. Mai una nota stonata, mai un capolavoro troppo impegnativo. Roba da fischiettare. Il luogo deve la sua denominazione all’aspetto un po’ truce dei gestori, che tuttavia sono le persone più affabili del mondo.  Anche in quel caso, si crea un clima da famiglia numerosa, un po’ sbrigativo ma caloroso. Mi piace, mi ci sento a mio agio. Ogni tanto le patate al forno sono spaventose e il pane-osso è una prova non da poco per i denti e le gengive. In compenso, alcune pietanze toccano, nella loro semplicità, vertici di alta cucina: spaghetti con le vongole, polpette in umido, la matriciana così come ignoranza romana vuole, la carbonara dell’ultim’ora, gli gnocchi con i pezzi di lesso. Le porzioni sono generose e quando la tua è l’ultima del piatto di portata, si abbonda. Come in famiglia, tale e quale. Anche molti dei dolci sono home made e spesso, diciamocelo, sono persino troppo per il senso di colpa medio. Mi piace, il mio baretto. Ci ho portato sorelle e amici. Me lo godo ogni giorno, canticchiando le canzoni famose e, quando riesco, mi concedo persino un café mattutino seduta al tavolino, leggendo i giornali gratuiti. Grazie, Katia & co.!


E’ iniziata la settimana più complicata di un mese complicatissimo. Con rimarchevole tempismo, la guerrigliera da ieri ha un malessere non precisato e una febbriciattola né carne né pesce da 37.6-37.7. La tata ha più impicci del solito, io mercoledì parto, giovedì torno, domenica riparto, lunedì ritorno. Argh.