«Per alcune persone viene il giorno
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No.
…
Eppure quel rifiuto –
quel giusto No –
l’opprime per il resto della vita.»
Costantino Kavafis, Che fece… il gran rifiuto
“Che fece… il gran rifiuto” è una delle poesie di Kavafis che più spesso mi tornano in mente.
A volte, però, ancora più difficile che dire “no” è dire “ma”. Quel “ma” che incrina il consenso, interrompe il coro, introduce una domanda proprio quando tutti sembrano aver già scelto da che parte stare.
Mi è successo altre volte, occupandomi di immigrazione e di politiche sociali, soprattutto a Roma. Mi succede anche oggi davanti alla vicenda di Spin Time.
Nel moltiplicarsi degli appelli, delle mobilitazioni, delle raccolte fondi e delle dichiarazioni pubbliche sento il bisogno di formulare alcune perplessità. Non perché voglia sminuire il valore di un’esperienza che, per molti, ha rappresentato e rappresenta un luogo di accoglienza, mutualismo e produzione culturale. Al contrario. Proprio le esperienze che diventano simboliche meritano di essere osservate anche attraverso le domande che rimangono sullo sfondo.
La prima riguarda le famiglie che abitano Spin Time. Nella comunicazione pubblica il riferimento alle 126 famiglie è costante. È attraverso la loro presenza che si costruisce buona parte dell’appello alla solidarietà: impedire lo sgombero, difendere la comunità, salvare un’esperienza ritenuta preziosa.
Mi chiedo però quale sia oggi il ruolo effettivo degli abitanti nella trattativa e, soprattutto, quale sia l’obiettivo concreto perseguito rispetto al loro diritto all’abitare.
Dai comunicati, dalle assemblee pubbliche e dalle dichiarazioni istituzionali emerge con chiarezza una priorità: evitare che gli abitanti lascino Spin Time. Si parla di “no allo sgombero”, di salvare l’esperienza, di difendere un bene comune, di acquisire l’immobile affinché quella realtà possa continuare a esistere.
C’è uno slogan che ricorre nella campagna: “La soluzione per Spin Time è solo Spin Time.” È uno slogan potente. Ma proprio perché è potente merita di essere interrogato. Se lo si assume alla lettera, significa che non esistono soluzioni alternative: né per le famiglie, né per la comunità, né per le attività che quello spazio ospita. È un’affermazione molto forte, che finisce per far coincidere il diritto all’abitare, la tutela di una rete sociale e la sopravvivenza di uno specifico edificio.
È precisamente questa identificazione che mi lascia perplessa. Perché una politica abitativa dovrebbe sempre tenere aperta la possibilità di costruire soluzioni diverse, calibrate sui bisogni delle persone. E perché, se il valore di Spin Time risiede davvero nella sua capacità di generare comunità, solidarietà e innovazione sociale, ci si può domandare se quel valore sia interamente racchiuso in un immobile o possa trovare forme di continuità anche altrove.
Molto meno presente mi sembra un’altra prospettiva: discutere quali soluzioni abitative dignitose e durevoli potrebbero essere costruite qualora la permanenza nello stabile non fosse possibile, o se non fosse la soluzione più coerente con i bisogni di ogni singolo nucleo familiare. Nei discorsi pubblici restano sullo sfondo temi che, dal punto di vista delle politiche abitative, sarebbero centrali: la valutazione delle condizioni delle famiglie, i criteri di vulnerabilità, i percorsi di ricollocazione, l’accesso all’edilizia residenziale pubblica o ad altre forme di housing sociale, gli strumenti per evitare la dispersione delle reti comunitarie.
È possibile che questo lavoro esista e semplicemente non venga comunicato. Ma, limitandosi a ciò che è pubblico, l’impressione è diversa: la tutela degli abitanti coincide quasi integralmente con la tutela della loro permanenza nell’edificio.
È qui che, a mio avviso, emerge una distinzione decisiva. Una cosa è difendere il diritto delle persone ad avere una casa. Un’altra è assumere come obiettivo prioritario la conservazione di uno specifico luogo e di uno specifico modello di autogestione. Le due dimensioni possono certamente coesistere e persini coincidere, ma non sono la stessa cosa. E quando smettono di essere distinte, il diritto all’abitare rischia di apparire come inseparabile dalla sopravvivenza di quella particolare esperienza, anziché come un diritto da garantire anche attraverso altre soluzioni, qualora necessarie o preferibili, almeno per alcuni.
C’è poi una seconda riflessione.
Se Spin Time fosse semplicemente un’occupazione abitativa, sarebbe naturale che l’obiettivo fosse consentire agli attuali abitanti di restare il più a lungo possibile. Ma Spin Time rivendica da sempre qualcosa di diverso: non solo un luogo dove vivere, ma un modello sociale, culturale e politico, una comunità capace di produrre mutualismo, inclusione e solidarietà.
Ed è proprio per questo che mi pongo una domanda ulteriore.
Se quello spazio rappresenta davvero una risorsa collettiva, il suo valore non dovrebbe consistere nell’offrire una sistemazione permanente a chi oggi vi risiede, ma nel restare disponibile ad accogliere, di volta in volta, chi attraversa una condizione di grave emergenza abitativa. Un luogo di transizione — anche lungo, se necessario — capace di accompagnare ciascuno verso l’autonomia, per poi poter accogliere altri che si trovino nella stessa condizione di bisogno.
Non perché la vita comunitaria sia un ripiego. Al contrario. Ma una cosa è scegliere una comunità, un’altra è esservi costretti dall’assenza di alternative.
Anche per questo colpisce una contraddizione difficilmente ignorabile: mentre gli spazi destinati alle attività di Spin Time Labs sono stati progressivamente recuperati e valorizzati, la parte destinata all’abitare continua a presentare condizioni materiali molto più precarie.
Ed è forse qui che torno alla domanda iniziale: dov’è oggi la voce del Comitato degli occupanti? Quale ruolo ha nella definizione delle strategie, nelle interlocuzioni istituzionali, nelle scelte sul futuro dello stabile?
Nella comunicazione pubblica emergono con forza Action, Spin Time Labs, le reti di sostegno, gli amministratori, le personalità che si mobilitano. Molto meno si ascoltano, almeno dall’esterno, le persone che quello stabile lo abitano ogni giorno e il cui futuro dovrebbe essere il primo oggetto della discussione.
La straordinaria risposta della città è, di per sé, una buona notizia. Vedere migliaia di persone mobilitarsi, donare, partecipare, riconoscersi in una causa comune dice qualcosa di importante sul tessuto civico di Roma. Mi ha ricordato il Baobab di via Cupa. Anche allora la città seppe costruire una straordinaria rete di solidarietà attorno a un’esperienza percepita come indispensabile. Anche allora, tuttavia, mi sembrò necessario distinguere tra la solidarietà verso le persone e l’adesione a un determinato modello organizzativo, specialmente all’indomani di una stagione dolorosa e problematica per l’accoglienza a Roma come Mafia Capitale. Sono domande che mi accompagnano ancora oggi.
La raccolta fondi ha già raggiunto una cifra molto significativa. È possibile che servano risorse ancora maggiori e non ho elementi per giudicarlo. Mi domando però se, a questo punto, il suo valore principale non sia anche un altro. Più che raccogliere denaro, la campagna costruisce appartenenza. Ogni contributo, anche minimo, è un modo per dire: io ci sono. È uno straordinario strumento di mobilitazione civica, capace di trasformare una vicenda locale in una causa collettiva.
Ed è proprio perché mobilita così tante persone che credo debba poter convivere con le domande. Il consenso non dovrebbe chiedere l’unanimità, e la solidarietà non dovrebbe escludere il pensiero critico. La fiducia, del resto, non si esprime soltanto partecipando e non si costruisce solo con una comunicazione convincente. Si alimenta e si mantiene anche attraverso la trasparenza.
Per questo mi ha colpito un elemento della campagna GoFundMe. Come beneficiaria è indicata l’Associazione di Promozione Sociale Spin Time Labs. Ho verificato la denominazione e il codice fiscale riportati nella campagna e non sono riuscita a rintracciare l’associazione nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, né tra gli enti interessati dalle procedure di cancellazione. Non ne traggo conclusioni, né intendo suggerire che vi sia alcuna irregolarità. Ma quando si chiedono alla cittadinanza centinaia di migliaia di euro, credo sia naturale domandarsi quale sia il soggetto giuridico che raccoglie quelle risorse, quale sia il suo inquadramento, come i fondi saranno gestiti e rendicontati e quale sia il rapporto tra Spin Time Labs, Action, il Comitato degli occupanti e le altre realtà coinvolte.
Non sono domande mosse dalla diffidenza. Al contrario. Nascono dalla convinzione che proprio le esperienze che rivendicano il valore dei beni comuni, della partecipazione e della cittadinanza attiva debbano essere le prime a rendere pienamente leggibili la propria governance, le proprie responsabilità e i propri processi decisionali.
Il diritto di dire “ma”
Sono d’accordo. La trasparenza non è un atto di sfiducia, ma di responsabilità. Chiunque raccolga fondi, soprattutto se lo fa in nome dei beni comuni e della partecipazione, dovrebbe spiegare con chiarezza chi li gestisce, come vengono spesi e chi ne risponde.