555

Fatico più del solito a raccontarvi questa storia. Si potrebbe partire da una barca, carica fino all’inverosimile. Il solito barcone in viaggio dalla Libia a Lampedusa. Si potrebbe cominciare da prima, da un Paese, il Niger, di cui non so praticamente nulla. Come pure nulla so di quelli che M. definisce, laconico, “problemi”. Problemi tali che lo hanno costretto a partire per non tornare mai più, lasciandosi alle spalle un pezzo di se stesso, la sua famiglia, di cui da allora (6 anni e mezzo) non ha più notizie. Ma si potrebbe anche partire da due giovani che fino a 15 mesi fa non avevano quasi nulla in comune. A. viene dalla Somalia, è spigliato e disinvolto, ha la mimica di un attore professionista e anche lui è fuggito senza guardarsi indietro. M. invece è composto, ha occhi profondi e pensosi, un atteggiamento riservato e un sorriso raro ma luminoso. Da 15 mesi il destino li ha uniti. “Noi due, una barca”.

Che domande stupide che facciamo noi, quando l’imbarazzo ci rende tecnici. “Quante persone viaggiavano in quel barcone?”. M. ci guarda con una certa incredulità. Non le ha contate, ci dice. Tante, troppe. Tutte pigiate sul fondo, senza poter respirare. C’erano degli uomini che battevano con dei bastoni chi cercava di salire a prendere aria. Il suo amico, partito con lui dal Niger, è morto così. Soffocato, accanto a lui. Poi qualcuno lo ha aiutato a tirarsi su e a respirare quell’ossigeno che fa la differenza tra la vita e la morte. M. a Lampedusa ci è arrivato. Su quella stessa barca viaggiava A., ma si incontreranno solo dopo, quando tutti i sopravvissuti a quella traversata saranno trasferiti, con una nave militare, da Lampedusa a un centro a Civitavecchia.

E qui inizia la parte della storia che mi fa davvero indignare. E’ sempre la stessa storia, che raccontavo qui e qui. Però applicata a M. e A. forse è di più immediata comprensione, nella sua crudezza. I due, prima da richiedenti asilo e poi da rifugiati, sono stati parcheggiati prima 3 mesi a Civitavecchia e poi, a seguire, in un analogo casermone alla periferia di Roma, dove potranno stare fino al prossimo marzo. Fortunati, direte voi. Almeno non sono finiti per strada. Non sono morti carbonizzati in un sottopassaggio, come è toccato a due rifugiati somali qualche giorno fa. Insomma, dico io. Perché si dà il caso che in tutti questi mesi (circa 15) i nostri amici non abbiamo potuto fare altro che mangiare, dormire e passare il tempo ammassati in una sala comune. Ma come?, abbiamo chiesto noi. E l’orientamento legale? Lo screening medico?Il supporto psicologico? E, più prosaicamente: i corsi di lingua? Le informazioni minime per orientarsi in un Paese in cui sono destinati a restare a tempo indeterminato?

A. mi guarda, sorride, poi prende un foglietto. Scrive un numero: 5 -5- 5. “Loro sono 3, ragazzi. Gentili, eh? Ma noi siamo 555. Che vuoi che facciano?”. M. e A. un corso di italiano, quello del Centro Astalli, se lo sono trovato da soli, alla fine dello scorso ottobre. Ne hanno sentito parlare da un ragazzo del Mali, a Stazione Termini. Arrivare è un viaggio (si parla di ore), loro non hanno neanche il biglietto dell’autobus. Ma da allora, dal lunedì al venerdì, tutti i giorni vengono a lezione per un’ora e mezza. Non mancano mai e i risultati, anche in così poco tempo (la scuola è stata anche chiusa per la vacanze di Natale) si vedono eccome.

Ma io sono sempre indignata. Perché? Intanto perché 555 moltiplicato per la diaria che viene corrisposta all’ente gestore del centro in questione è una bella cifra, che si suppone che sia stata spesa per mettere queste persone nella possibilità concreta di essere autonome sul territorio alla fine di marzo (è stata concessa un’ultima proroga rispetto alla scadenza del 31 dicembre perché fa freddo e allo stato attuale tutti i rifugiati sono destinati a finire sotto i ponti, letteralmente). La scuola che oggi frequentano è del Centro Astalli e non riceve alcun finanziamento: si basa sull’impegno dei volontari e sulle (relativamente poche) risorse che l’associazione investe per il tutor, l’affitto delle aule e la cancelleria. Pensate a che spreco di soldi: enti vengono lautamente pagati per offrire tutti i servizi necessari e si limitano a creare casermoni dormitorio, disattendendo a tutti i loro obblighi. Ma la cosa più grave, più ancora dell’uso dissennato di fondi pubblici in questo tempo di crisi, è il torto spaventoso fatto a M., a A. e a tutte le migliaia di persone come loro. Sono giovani, desiderosi di imparare, di lavorare, di impegnarsi. E fino a questo corso di italiano trovato per caso nessuno in Italia aveva dato loro mezza possibilità.

Anche così non basta, evidentemente. “Cosa farete quando dovrete lasciare il centro?”. M. e A. ci guardano per qualche istante in silenzio. E’ stato qui che il mio collega ha provato a domandare se tornare al Paese, o il Libia dove lavoravano, non sarebbe in qualche modo preferibile. M., con poche parole, spiega che l’alternativa non esiste. “Qui non ho paura”. In Libia aveva soldi, ma viveva nell’incubo quotidiano di essere imprigionato e rimandato in Niger, il che per lui equivale a una condanna a morte. M. ha ottenuto lo status di rifugiato dall’Italia perché ha bisogno di protezione. Indietro non si torna. E dunque? “Speriamo andrà bene. Inshallah. Io posso lavorare. Solo mi manca la lingua. Ma ora impariamo. Inshallah”. E ci sarebbe anche una gamba da curare, visto che qui nessuno ancora ha ancora risolto la cosa (non ho osato chiedere se ci è andato, da un medico). Ma per M. questi, rispetto alla possibilità di vivere, sono ancora dettagli. “Però…. la mia famiglia. Mi manca la mia famiglia.  Quando non ho niente da fare penso. Penso troppo”.

Di storie come questa, per lavoro, ne sento molte. Eppure ogni volta è diverso. Questa per me è più difficile da digerire. Specialmente perché sento i pochi che hanno responsabilità diretta di questi sperperi immorali insinuare anche che “certe popolazioni, si sa, non hanno voglia di integrarsi, non lavorano, sono tutti alcolizzati”. Immaginate vostro figlio, di 19 o 20 anni, in tutte le fasi della vicenda che vi ho descritto. E poi mangiatevi il fegato, come faccio io oggi.

4 thoughts on “555”

  1. Non solo avrebbero i soldi ma avrebbero la possibilita’ di accedere ad altri finanziamenti per creare nuovi corsi e nuove opportunita’ se proprio si sentissero inadeguati a creare i corsi e le opportunita’ occupazionali allo stato attuale. Mi indigno e mi rivolto, si, capisco.

  2. Se solo si capisse realmente che ci sono ragazzi e donne e bambini che affrontano questi viaggi con la consapevolezza di poter morire , che affrontano la scomparsa di persone care davanti ai loro occhi e non possono avere nè un tempo nè un posto per piangerli, se non nel silenzio dei loro cuori. Se solo si capisse realmente che questi ragazzi hanno dovuto lottare per cercare uno spiraglio di ossigeno e , una volta trovato, non poterlo condividere con un familiare, perché in questa odissea si è, oltretutto, anche soli.
    E’ che pensarci veramente diventa troppo scomodo, pensare che un ragazzo come M. che viene da te sempre delicatamente, che ti dice sempre -ok, non c’è problema- conservando quel suo sorriso timido, sia proprio uno di quei ragazzi per cui non si vuole fare niente, diventa una cosa insostenibile. E quindi li si ammassano in casermoni anonimi, con la regola di non guardare quegli occhi profondi, che non sanno neanche più cosa poter chiedere, di contarli solamente, 555, e censirli ai grandi capi, che nei casermoni non ci entrano mai.
    Voglio credere cosi, perché se invece quel sorriso timido si conoscesse e si capisse realmente la loro grande e immensa speranza e si continuasse a parcheggiarli nei centri ( se ti va bene) o nelle tendopoli improvvisate…bè…allora …ma no dai M. e A. vedrete che cosi non potrebbe essere..( vero??).

    1. Non insegno italiano, però da circa 12 anni lavoro al Centro Astalli. Non si può fare niente? Sì e no. Io penso che queste decisioni vengano prese anche perché nessuno lo sa e nessuno protesta. Data la stagione, oserei anche dire che decisioni così scriteriate non tolgono neanche consenso elettorale. Quindi informiamoci, questa è senz’altro la prima cosa.

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