Babele

“Qui non ho paura”. Tante volte mi capita di cercare di rispondere alla domanda: “Che vuol dire protezione internazionale?”. Eppure, a pensarci bene, è così semplice. Siamo seduti in una classe della scuola di italiano del Centro Astalli, dopo la fine delle lezioni. M. è un giovane uomo del Niger e ha accettato di rilasciare un’intervista sulla sua esperienza di “accoglienza” (le virgolette sono indispensabili) in Italia. Mi mancava, l’atmosfera della scuola. Mi mancava soprattutto quel clima di creatività linguistica che inizialmente ha sconcertato gli intervistatori ufficiali, due colleghi del JRS internazionale.

Avete presente quelle vecchie barzellette che iniziavano con “Ci sono un italiano, un francese…”? Beh, nel nostro caso eravamo un’italiana, un irlandese, una statunitense e un cittadino del Niger (come si dice?). Le informazioni in nostro possesso lo davano per – sia pur non perfettamente – francofono. Eravamo dunque pronti a sfoderare i nostri skills linguistici in tal senso (pochi, ma comunque esistenti). Ipotizzavamo una traduzione francese-inglese, con il supporto di un po’ di italiano-inglese alla bisogna. Però M., con il più largo dei suoi sorrisi, ci ha confessato che lui, il francese, lo sa più o meno come l’italiano che ha iniziato a studiare a novembre. Cioè, quasi per niente. La nostra efficiente pianificazione franava come un castello di carte. Ma niente paura, ci fa capire lui. Ho un amico che ci aiuta. Il mio amico A., che mi aspetta qui fuori. “Anche lui del Niger? E parla italiano?”, faccio io speranzosa. Viene fuori che l’amico è somalo e parla arabo.

Leggo del comprensibile sconcerto sulla faccia dei miei colleghi. E invece è vero, funziona. M. ha vissuto quattro anni in Libia, quindi parla arabo meglio di qualunque altra lingua veicolare. L’amico A. un po’ di inglese lo parla, lo mischia a tutto l’italiano che nel frattempo ha imparato e compensa le piccole lacune che restano con una mimica di tutto rispetto. Certo, è necessaria una piccola traduzione da inglese “vero” a inglese migrante. Ma a questa posso pensare io. L’amico A., alla prima domanda della collega americana, lo esplicita efficacemente: “You speak like British!”, protesta indignato. Come dire: così non vale! Ma ci arriviamo, ci arriviamo.

Ci arriviamo tanto che viene fuori una storia che ancora oggi, a due giorni abbondanti di distanza, non smette di risuonarmi in testa. Una storia tragica per molti versi, che racconta meglio di tante argomentazioni teoriche il disastro che è stato combinato dal nostro Paese nell’ultimo anno e mezzo rispetto alla cosiddetta emergenza Nord Africa. Ma anche una storia bellissima, di amicizia e di fiducia. La prossima volta dovrò proprio raccontarvela.

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