Ma che bel lunedì mattina. Amichevole come un gatto selvatico di cattivo umore. Comunque benvenuta alla mia piccola omonima Chiara, nipotina calabro-bolognese!


L’ho fatto. Ho cancellato la prenotazione per la Slovenia. Temo che non ci fossero molte alternative e che un’impuntatura ora fosse assolutamente irragionevole. Consideriamola una mia personale offerta al dio del risollevamento economico delle famiglie in affanno. Che ci sia propizio.


Lo desideravo da una vita…. Una serata di consonanze inaspettate, di conversazioni gradevoli, di "aria buona". Ne avevo un gran bisogno. Grazie a Matteo che mi ha invitata, all’Associazione Bambini+Diritti che sta facendo un gran lavoro in un’epoca buia.

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Ci siamo assuefatti, continuo a pensarlo. 900 persone vi sembrano poche? Possibile che non si riesca a fare nient’altro che sospirare e alzare le spalle? Scusate, oggi la mia indignazione è sopra il livello di guardia. Poi ho passato una serata a disquisire di inutili culti orgiastici estinti e chissà se mai esistiti. Ma resta il fatto che la preoccupazione reale, tangibile c’è e continua a covare sotto la patina del cazzeggio snob a sfondo storico-religioso.


In ufficio regna una calma quasi surreale. Perché mi viene subito in mente la quiete prima della tempesta? Schiava di clichées letterari, ecco cosa sono.

Come un guanto


Cercando sul web testi di preghiere (il mio lavoro alle volte è davvero eclettico…), mi sono imbattuta in questa, di Teresa d’Avila:

Signore, tu sai che invecchio di giorno in giorno e che un giorno sarò vecchia: difendimi dall’impulso di dover dire sempre la mia in ogni occasione. Liberami da quell’immenso desiderio di voler mettere ordine negli affari degli altri. Insegnami ad essere riflessiva e soccorrevole, ma non prevaricante. Insegnami la meravigliosa saggezza dell’ammettere che io posso anche sbagliarmi. Fa’ che io sia il più possibile amabile.

Come direbbe il mio ex capo gesuita, “mi calza come un guanto”.


Sono un po’ spompata. Sarà il caldo, sarà il calo di tensione. Una cosa è sicura: ho un bisogno smodato di una bella notizia. Non saprei quale. Ma una qualunque andrà benissimo.


Sono tornata on line, dopo una lunga fase di isolamento totale (niente internet, né a casa né in ufficio). Oggi la svolta, con il ripristino quasi simultaneo delle due connessioni. Vi sono mancata? Non so come abbiamo fatto a lavorare due mesi e mezzo senza internet. Cioè, in realtà lo so. Siamo stati bravi, ci siamo inventati l’impossibile e ci siamo ridotti sull’orlo del collasso psico-fisico.

Ci sono molte novità da raccontarvi, in effetti. Del fatto che molto probabilmente dovrò elaborare un piano B per le vacanze, perché Nizam potrebbe sparire in Turchia per un paio di mesi. O di Meryem, che ha deciso che la voglio avvelenare per cui mangia solo dal mio piatto, scambiandolo con il suo ("Questo lo mangi tu!"). O degli espedienti per farle mangiare qualcosa a colazioni, che mi fanno sentire come Fiona May in una nota pubblicità televisiva.

Ma la guerrigliera è di ritorno. Intanto, ben ritrovati.


Vademecum dettagliati quanto fumosi, pile di carte e schiere di funzionari e revisori, collaboratori creativi e imprevedibili, varie ed eventuali: i progetti europei che dovrei gestire si stanno rivelando una missione al di là delle mie peggiori aspettative. Di notte sogno cedolini debitamente quietanzati e registri vidimati dalla Pubblica Amministrazione competente. Ma anche Nizam ha i suoi problemi sul lavoro: "Tutto bene, sì. Sto combattendo con un paio di serpenti". No, non è una metafora.


Pensate a una persona che vive e lavora in Italia da 30 anni. Presente sul territorio da molto più tempo di mio nipote Flavio, che in questi giorni fa la maturità. Ibrahim Ghazi, anzi, può vantare pochi anni in Italia meno di me. Si può anche osservare che, essendo arrivato qui da adulto, la sua presenza trentennale è sempre stata consapevole e produttiva. Quest’uomo ha molto di cui essere orgoglioso, a quanto ne so. Ha dei figli (se non erro tre), che hanno studiato con ottimi risultati in questo Paese e che sono (non solo si sentono) italiani. Ho avuto il privilegio di conoscere sua moglie, una vera signora di altri tempi, elegante e allo stesso tempo modesta. Una delle loro figlie è una scrittrice che trasuda talento da tutti i pori e a 22 anni ha già pubblicato tre libri. Si chiama Randa Ghazi e certamente sentiremo ancora parlare di lei. Speriamo in Italia. Già, perché dopo quello che è successo , se tutta la famiglia Ghazi decidesse di snobbare per sempre questo Paese meschino, arrogante e barbaro, non mi sentirei di dar loro torto. Ma mi auguro, per il nostro bene, che scelgano di restare qui.

Mi vergogno profondamente di questo Paese. Mi sembra veramente che non ci sia più limite. Che ci siamo assuefatti a qualunque paradosso o assurdità. Leggetevi il bell’articolo di Lerner sul Venerdì di Repubblica di oggi. Fa parte del ricco dossier che un giorno qualcuno consulterà incredulo, chiedendosi come mai, se c’era in giro tanta consapevolezza, la storia è andata come sarà andata.