Meditavo sul bioritmo. Io da sempre sono stata i tipo che si alza all’alba (o che quantomeno non ne soffre orribilmente), ma che soffre assai nel dopocena. Non sono mai stata in grado di studiare o di lavorare di sera: preferisco di gran lunga anticiparela sveglia. Il mio ex era il mio opposto: siamo arrivati ad avvicendarci al computer, con io che iniziavo a lavorare quando lui andava a letto. Nizam è decisamente come me. La naturale tendenza si è accentuata con i lavori che ha fatto e che tuttora fa (inizia alle 7). Probabilmente non a caso Meryem ha preso i nostri ritmi: sveglia alle sei, due ore di pennica pomeridiana (se potessi lo farei volentieri anche io) e poi a nanna alle 19.30/20.00. La domenica riesco a farla dormicchiare fino alle 7.00.

Questo evidentemente ha delle implicazioni. Ua scelta di vita, che del resto ben si coniuga con l’ormai radicatissima tendenza a non uscire di sera praticamente mai. C’è anche un risvolto economico, evidentemente, ma la verità tutta intera è che siamo dei pantofolai. Meryem reagirà tutto d’un botto e diventerà una nottambula?


Lunedì scorso è stata proprio "la giornata che non voleva finire". Chiuso il lavoro consumando l’ultimo neurone superstite, me ne vado all’aeroporto. Arrivo in orario, alle 23.10. Mi precipito a prendere un taxi, che mi scodella, appena alle 23.45, qui. Sorpresina: i miei efficienti colleghi belgi, che avevano prenotato il mio volo e la mia camera, non avevano pensato al piccolo particolare che il portone del luogo chiude alle 23. Bastava aveva un codice, ma non lo avevo. Ferma in piedi nel cuore della notte in un parco non del tutto sconosciuto (sona stata lì altre volte), ma comunque inadatto al pernottamento, mi ha preso una stana calma. In realtà forse me lo aspettavo. Provo a telefonare al numero della Casa: segreteria. A questo punto sfodero l’arma segreta: il cellulare di chi sapevo essere, almeno in parte, responsabile. Prima chiamata: non risponde. Insisto. Una, due, tre volte. Alla fine è costretta a fare i conti con la propria inefficienza. Mi dice che proverà a chiamare qualcuno. Io aspetto fiduciosa. Ormai non può lasciarmi lì. Dopo circa 40 minuti mi informa che verrà a prendermi. Nel frattempo arriva un’altra collega, inglese. Nella mia stessa situazione, ma con il cellulare fuori uso. Se non era per me, lei avrebbe dormito sicuramente nel prato. La storia è finita verso le 2, quando abbiamo trovato una stamberga sostitutiva. Di lì a poche ore la geniale belga è dovuta venirci a prendere per portarci alla sede della riunione (che era il posto dove avremmo dovuto dormire).

Io non ho infierito. Non ce n’era bisogno. Anzi, la mia calma olimpica l’ha fatta sentire ancora più in colpa. Oggi sulla mia scrivania sfoggio un vasetto di vetro con un’elegante composizione di fiorellini belga: regalo di scuse della solitamente altezzosa collega belga. A mo’ di promemoria, ci ho attaccato sopra il suo biglietto da visita, che accompagnava l’omaggio. Insomma, sono sopravvissuta anche a una notte un po’ movimentata.

In mia assenza Meryem, Nizam e la babysitter sostitutiva (la tata è in vacanza) se la sono cavata splendidamente. Stamattina, al risveglio, la guerrigliera, che solitamente chiama "mamma", si era già adattata alla nuova situazione e dal lettino è risuonato un garrulo "papààà!!!". Insomma, non sembrava particolarmente traumatizzata dalla mia assenza.


Ho la testa che scoppia. Sono mentalmente esausta. Devo ancora finire di scrivere un maledetto articolo da consegnare oggi, poi stasera devo salire su un aereo per Bruxelles. Cerco di dirmi che, finito questo, il grosso è fatto. Non è vero, ma devo convincermene…

Roberto, la vita e l’amicizia


Dopo l’ufficio, forzandomi un po’, sono andata alla presentazione di questo libro. E’ una raccolta di scritti di un mio caro amico, che si è tolto la vita il 3 giugno del 2002. Mai come in questa circostanza mi sono sentita estranea. I miei ricordi di Roberto Palazzi non sono esclusivamente intellettuali e certamente non hanno nulla a che fare con l’autocompiacimento che non è mancato neanche in questa occasione. Con Roberto il divertimento intellettuale andava di pari passo, sempre, con la curiosità per l’altro. Con l’attenzione, che lo portava a ritagliare ogni giorno decine di articoli di giornali per darli, in buste con il logo dello studio bibliografico dove viveva, alle persone che incontrava. Perché di ognuna di quelle persone conosceva e teneva in mente gli interessi. Per me, alla categoria Vicino Oriente antico e Bibbia, aveva aggiunto anche le voci Curdi, Arabi, Lingue africane… tutto ciò che aveva a che fare con il mio lavoro “di ripiego”, ma che era comunque la mia vita. Ma aveva buste così per tutti quelli che conosceva, a volte anche per i loro familiari (a mio padre, che pure conosceva di sfuggita, fece consegnare più di una busta).

Le persone lo interessavano, le compagnie varie, la possibilità di incroci improbabili. Roberto ha arricchito profondamente diversi anni della mia vita. Andavamo al cinema a vedere “solo puttanate”, come diceva lui (e vedemmo, in effetti, un memorabile Godzilla-Le dimensioni contano), ma anche film strampalati come quello sui musical in Unione Sovietica (East Side Story) e una volta anche Lolita, versino originale (non remake). Mi portava a cena da suoi amici come Pablo Echaurren, gente che probabilmente non mi ha mai notata sebbene sedessi a tavola con loro. Ricordo che la prima volta che mi disse che andavamo a cena lì, io non sapevo cosa mettermi. E lui, che andava ovunque con enormi T-shirt a volte anche macchiate (alcune gliele regalavo io, comprandole durante i viaggi estivi, e le sceglievo rigorosamente kitch e xxl), mi disse semplicemente: “Mettiti quel vestito di lino verde, mi piace tanto”. E da quello capivi che la sua attenzione era totale, complessiva, per tutti i dettagli e non solo per i divertimenti intellettuali.

Mi ha portato un giorno in giro per l’Abruzzo a cercare il posto esatto dove era stato realizzato un paesaggio dal vero di Escher. Quando ci siamo fermati all’unico bar del paesino minuscolo così immortalato, ha mostrato fiero il disegno alla barista, che per tutta risposta ha detto: “Bello. Lo ha fatto lei?”. Cose così, stupide, sono i miei ricordi di Roberto. E, ovviamente, i suoi regali meravigliosi, spropositati e rari. Quelli sì, libreschi.

Per età da Roberto e dai suoi amici ero molto lontana. Lui frequentava semmai le mie sorelle maggiori. Non ricordo come sia successo che siamo entrati in confidenza. Ricordo però i pranzi al bar di via Dezza, alla fine dei quali lui mi accompagnava in macchina al lavoro, lasciandomi a lungotevere Flaminio. Gli accompagnamenti in macchina erano quello che più ci legava. Erano assurdi, irragionevoli, scomodissimi per lui. Per mesi e mesi mi veniva a prendere a mezzanotte a Trastevere per portarmi a Talenti e poi tornare sull’Aurelia, o a Casal Palocco. In quei tragitti parlavamo di tutto. Una sera, sulla Nomentana, restammo con due ruote da una parte e due ruote dall’altra del cordolo, il “serpentone” degli spot di Arbore. Ne abbiamo riso assai. Dove voglio andare a parare? Che Roberto era anche vita, non solo “male di vivere”. Che l’ossessione per i libri non l’ha mai reso egoista, o cieco, o autocompiaciuto. Per lui gli altri esistevano ed erano importanti. Una volta ho scritto che Roberto riservava ai progetti altrui l’entusiasmo che non concedeva ai propri. Non credo si renda giustizia alla sua memoria se non si tocca questo aspetto.


Oggi c’è stato un momento in cui mi sono sentita proprio Calimero. Dopo una giornata pesantissima in ufficio (che seguiva a una serata in cui mi sentivo malissimo e un risveglio a dir poco movimentato…), durante la quale sono stata vittima del collasso di gmail proprio mentre stavo tentando di condurre delicate trattative in merito a un partenariato europeo (è uno dei compiti che odio di più, dopo quello di ufficio stampa), esco un po’ prima per passare dalla pediatra. Sorpresa. Il tram non passava. Gli autobus sostitutivi nemmeno. Altri autobus, neanche. Mi incammino a piedi. Inizia a diluviare. Proprio forte forte. Continuo indefessa, pensando all’orario della pediatra. Arrivata davanti al Ministero della Pubblica Istruzione trovo una manifestazione di pericolosissimi addetti alle pulizie delle scuole pubbliche (lo apprendo ora da internet: io non ne ho visto neanche uno) e una quantità spropositata di poliziotti in assetto da guerra, con camionette e persino elicotteri. Sembrava la fine del mondo. Si rifiutano di farmi passare. Ora, se conoscete un po’ la geografia della Capitale, saprete che la mia unica alternativa passava per un’erta salita chiamata via Dandolo. Ripida e lunga, faticosissima. Per andare dove dovevo andare semplicemente proseguendo dritto, mi dovevo arrampicare e poi ridiscendere. Ero zuppa ed esausta. Provo a insistere con il poliziotto che, evidentemente un po’ nervoso, mi fa presente che potrebbe arrestarmi seduta stante. Arrivata al secondo tornante della salita, ho pensato davvero, quasi letteralmente: "Capitano tutte a me…".

Ma facciamo il gioco di Pollyanna (ormai tra Barbara e Pietro sono rimasta contagiata). Ho scoperto che tra l’ufficio e casa, passando per la strada più lunga, litigio con poliziotto incluso, c’è un’ora di strada. Credevo di più. E, soprattutto, le analisi di Meryem erano perfette. "Sembrano quelledi una bambina che non è mai stata male", ha detto la dottoressa. L’avrei baciata. E poi ha continuato: "Almeno una bella notizia gliel’ho data. Le dare volentieri anche un phon, anche perché ha una tosse niente male, ma purtroppo non lo ho". Forse pensava anche alla pozzanghera che il mio cappotto aveva nel frattempo creato suyl suo pavimento, ma l’ho trovata una frase gentile, sul momento. Con calma bisognerà fare accertamenti, perché parrebbe portatrice di microcitemia, ma se ne parla tra un annetto. Quanto alle urine, mi haconsigliato di rilassarmi e riprovarci sabato.

Sono tornata a casa dalla mia piccola Winnie Poo, che oggi era fierissima di sfoggiare il suo travestimento al nido. Ha ripreso a mangiare pochino, ma direi che ci possiamo accontentare.


Non sono nata per fare l’ufficio stampa. Non vedo l’ora che la mia cara collega ritorni dalla maternità e si riprenda in carico questi soggetti inquietanti che sono i giornalisti. Telefonata di poco fa. "Pronto, sono Pincopallina di Radio XYZ. Volevo registrare un’intervita sull’iniziativa Tal dei Tali. Ma devo avere conferma immediatamente". Provo a spiegare alla signorina che deve esserci un errore: non mi risulta che organizziamo nulla del genere. "Sì, lo so", risponde lei un po’ scocciata. "L’iniziativa è organizzata dall’Associazione XXX. Ma lei è l’ufficio stampa, no?". Chiarisco che sono l’ufficio stampa del Centro Astalli, non dell’Associazione XXX. Questo non la induce a desistere. Argomento che non siamo minimamente coinvolti, che non saprei proprio che dirle. Le mie certezze iniziano a incrinarsi leggermente davanti a cotanta sicurezza. "Ok, verifico se aderiamo all’iniziativa e la richiamo", arrivo a dire. "Sì, ma in fretta, grazie". Verifico in fretta, quasi all’istante. Non abbiamo nulla a che fare con ciò. Chiamo Pincopallina: "No, mi dispiace, non posso proprio aiutarla". "Ma lei quindi dice che dovrei chiamare direttamente l’Associazione XXX?". Direi di sì. E comunque cancella il mio numero dalla tua rubrica, grazie.


Ancora non ci credo che lo sto facendo davvero. Per farvela breve, mia sorella, insegnante di liceo, porterà le sue classi in gita a Istanbul. Quella scapestrata ha convinto la preside della sua scuola che la partecipazione mia e di Nizam sarebbe un grandissimo valore aggiunto, perché io potrei sostituire la guida in molte occasioni e lui può fare da traduttore se ce ne fosse bisogno. L’ha convinta talmente bene che la preside ha detto che se noi ci andiamo viene anche lei. Insomma, non è ancora sicuro al 100%, ma oggi ho montato una bella faccia di bronzo e ho chiesto cinque giorni di ferie alla fine di marzo. Una follia, visto il lavoro che c’è, e le scadenze, e a marzo devo già partire due volte per lavoro, e… Me le hanno date. Non hanno fatto i salti di gioia, ma me le hanno date. Unica condizione: accorciare di un giorno il viaggio a Bruxelles inizialmente previsto dal 18 al 20, in modo di essere (almeno) venerdì 20 in ufficio. Detto fatto, ho già cambiato il biglietto.

E ora? Non resta che sperare che la cosa vada effettivamente in porto e… convivere con i sensi di colpa! Meryem sarebbe affidata alle cure di nonna e tata, con eventuale supporto di zie. Soluzione già collaudata con successo quando dovetti andare a Berlino in assenza di Nizam.

Ce la farò davvero? Certo che, calvinista come sono, non è neanche da me averci provato. Ma quando ci ricapita? Andremmo due al prezzo di uno e per giunta a tariffe da gita scolastica…


Non ci siamo sottratti alla sfilata delle mascherine del quartiere. Queste sono le circostanze in cui apprezzo Nizam. E’ tornato dal lavoro alle due e mezza, ha fatto appena in tempo a mangiare e farsi una doccia e poi ha assecondato l’idea malsana che mi era balenata in testa all’ultimo momento. La giornata era splendida, Meryem non è malata (non è detto che martedì sia ancora così) e allora ci siamo sfoggiati il vestito da Winnie the Poo prestato da un collega. Ci siamo ritrovati con mia sorella, vecchie conoscenze del quartiere, persino mia zia con i nipotini, mia madre che ci ha raggiunto alla fine della sfilata. "Non ero mai stata a una festa di Carnevale", ha confessato. Beh, c’è sempre una prima volta. Il nostro vestito non era certo originale come quello da camaleonte di mio nipote, ma Meryem lo portava con una certa convinzione. Seguiranno foto, quando mia sorella me le manderà. E’ stato bello vedere mia figlia in spalla al suo papà guardare ipnotizzata le maschere sui trampoli, in particolare un grosso panda con i piatti. Siamo stati come tutti gli altri, per una volta.

P.S. Ho ritirato le analisi, ma ovviamente non ci capisco granché. C’è qualche valore sballato, ma non saprei dire se e quanto la cosa sia preoccupante.


Stasera ho la testa piena di pensieri pesanti. Pensieri che sporcano, rimuginamenti, incombenze da aggiustare. Soprattutto ho in mente il testo di una mail scritta in azzurro. Sei-sette righe di attacco violentissimo, in risposta al comunicato stampa del Tavolo Asilo su quello che sta succedendo a Lampedusa. Non è la prima volta, negli ultimi mesi, che ci arrivano messaggi di insulti. Ma questo è firmato, da un personaggio abbastanza autorevole del giornalismo. Cosa spinge un professionista a scrivere un messaggio del genere, in caratteri azzurri? Il clima culturale? La sicurezza di essere inattaccabile? La pura e semplice arroganza e maleducazione?

C’è qualcosa che non va. Non so chiarire meglio questa sensazione, che però si fa più netta ogni settimana che passa.

Mi ha fatto piacere restare sola a casa con Meryem questa sera. Non aver bisogno di parlare, di cucinare, di fare altro a parte darle da mangiare,coccolarmela, farle l’aerosol e vederla addormentarsi trale mie braccia. Potere andare ora, di tanto in tanto, a vedere il suo bellissimo profilo sul cuscino, sentire il suo respiro tranquillo che riempie la cameretta.