Illuminanti miagolii


Non so se esiste qualcosa di più kitch della tazza che è arrivata a casa mia sabato scorso. E’ un mug a strisce bianche e nere, ha un muso di gatto in rilievo e, udite udite, miagola. Sì, miagola. Quando la si solleva. Quando si socchiude lo sportello dell’armadietto in cui è riposta. Quando si apre il rubinetto vicino allo scolapiatti dove è poggiata. Miagola sonoramente, tre volte di seguito.

Eppure è proprio questo raccapricciante oggetto che mi ha permesso di fermare alcuni pensieri luminosamente felici, che mi appunto per non dimenticare.

Questa tazza mi fa pensare a mia sorella maggiore, che l’ha maliziosamente regalata a Meryem. A quanto è divertente ridere insieme a lei (dovremmo farlo più spesso). A quante cose divertenti possiamo ricordare. Perché per carità, la nostra famiglia non è stata tutte rose e fiori, però si è riso parecchio. Penso agli scherzi surreali che ci siamo fatti, agli aneddoti ricordati mille e mille volte. E penso anche che sabato a pranzo, per un attimo, mi è parso che Roberto Palazzi fosse lì a ridere con noi. Quanti momenti felici abbiamo avuto. Mica è da tutti.

La mattina dopo la tazza è stata usata da Meryem per fare uno scherzo perfetto al padre che, alzatosi un po’ assonnato, ha fatto per bere il suo caffellatte e si è trovato sommerso di inaspettati miagolii. Non credo dimenticherò mai le loro espressioni. Un momento perfetto. Il giorno dopo ne ho immortalato un altro, al negozio di kebab. E oggi mi dico: invece di recriminare sul fatto che questi momenti siano così pochi, forse potrei essere felice del fatto che ci sono. Lo sono, in realtà.

Per associazione di idee, ho pensato a me stessa. E’ vero, tante cose non le avrò mai. Non avrò mai, soprattutto, quel “per sempre” a cui in fondo, nella mia ingenuità camuffata da disincanto, ho sempre ambito. Ma oggi, mentre dalla cucina arrivano i miagolii della tazza, non voglio pensare a quello che non avrò. Oggi vedo quello che ho avuto (“Grazie, mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho ricevuto”, scriveva Agatha Christie nella sua indimenticabile autobiografia) e, perché no, quello che ho ancora. Una risata. Una coperta divisa. Le piccole cose di ogni giorno. E a ogni giorno basti il suo affanno.

10 anni


Dieci anni fa, anche se sembra passato molto tempo, non ero esattamente una ragazzina. Ventinove anni. Dieci anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 giugno, ho perso un amico. Dieci anni fa mi sono trovata bruscamente confrontata con il suicidio. Mille volte, con il pensiero, sono riandata a quella sera. Erano forse le undici, rientravamo con il mio ex marito in macchina verso casa. “Passiamo dai Sardi a salutare Palazzi?” “Ma no, è tardi. Sarà già andato via”. Non avrei mai saputo se lui, Roberto, in quella pizzeria c’era ancora. Probabilmente sì. Fatto sta che, poche ore dopo, si sarebbe seduto nella sua macchina parcheggiata non lontano e si sarebbe tagliato la gola. Non avrei nemmeno mai saputo se sarebbe cambiato qualcosa, se ci fossimo fermati. Non credo proprio. Figuriamoci. Ma mi sono chiesta anche questo, in anni di pensieri senza pace.

Ricordo la telefonata di mia sorella Serena, quell’attimo di incertezza rispetto a chi fosse quel Roberto che non c’era più. E poi una sicurezza assolta, in quelle ore confuse in cui si sospettavano persino omicidi e misteri: era stato lui, per quanto doloroso fosse. Per la prima e unica volta nella mia vita sono scappata dal lavoro, senza neanche una spiegazione. La fontanella di via Mancini, il tentativo inutile di ricompormi mentre gli studenti della scuola di italiano arrivavano. Mesi dopo mia madre mi ha chiesto perché ne fossi stata così sicura. Me lo ha chiesto solo lei, io tra gli amici di Roberto non avevo alcun ruolo di spicco, anche se so di averne avuto uno di sostanza, che metteva su di me il carico della responsabilità di averlo “lasciato solo” (qualunque cosa ciò volesse dire). Non le ho saputo rispondere, ma non ho mai avuto dubbi.  Da allora ho ripensato a lungo a una domenica in cui non mi rispondeva al telefono. Lo avevo chiamato per ore e alla fine ero andata a cercarlo. Mi ero appostata sull’Aurelia, finché non era uscito per andare in rosticceria. Era stato affettuoso come al solito, ma con il senno del poi credo che quella domenica fossi davvero preoccupata, anche se non l’avevo/avevamo esplicitato. Se non sbaglio, quella sera ci eravamo presi una pizza lì, vicino al suo studio/casa, lasciando da parte la busta della rosticceria (o forse era un cinese).

Non mi sono mai riconosciuta nelle dotte disquisizioni sul male di vivere, che richiedono una sensibilità artistica che certamente a me manca. So solo che la morte di Roberto è una delle ferite ancora aperte, una quelle due/tre il cui bruciore non si affievolisce con il tempo. Per tanti versi, oggi sono un’altra persona. Tanto che ho la tentazione di dire che ero giovane, che non potevo rendermi conto. Ma non è vero, non ero tanto giovane e tuttavia anche oggi mi rendo conto molto poco. In un cassetto custodisco l’unico libro di valore che io possegga, suo regalo di non-compleanno (l’unico motivo del dono era la gioia di aver trovato una cosa che io potevo apprezzare). Al muro ho appeso le due pagine di manoscritto di canto gregoriano che mi ha regalato per il mio matrimonio. Dietro il letto ho una vignetta di Asterix che mi aveva fatto incorniciaree che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, trovo geniale. C’è più Roberto che me, sulle pareti di questa casa, che pure non ho arredato, non ho pensato, non ho vissuto con consapevolezza.

10 anni e 1000 post. Lui il mio blog non ha fatto in tempo a conoscerlo, ma sono sicura che gli sarebbe assai piaciuto. Curioso com’era, avrebbe avvicinato con discrezione e affetto anche le mie nuove amicizie. Lo immagino affiatato soprattutto con Edoardo e Maddalena, da bravo genevose. L’altra sera ero al Pigneto e per un attimo ho avuto la tentazione, come mi capita ogni tanto in questi anni, di tornare all’Infernotto, da Dario. Non sono mai riuscita a farlo. Dopo dieci anni sarebbe doveroso riprovarci.

Monteverde, odi et amo


"Ma ci sei nata?". Ecco, già il fatto che quando dici di abitare in un quartiere ti chiedano se sei autoctona, monteverdina doc con il bollo, mi maldispone. Comunque sì, ci sono nata. I miei sbarcarono in quel di via San Calepodio (oscuro martire paleocristiano, la cui unica rappresentazione a me nota è nel mosaico dell'abside di S.Maria in Trastevere. Aveva i piedi belli? Chissà) verso gli inizi degli anni '60 del secolo scorso. Non era una zona particolarmente esclusiva, altrimenti ben difficilmente ci sarebbero sbarcati. Praticamente campagna, separata dalla conca di Donna Olimpia da prati guarniti di pecore. Ma già allora aveva degli estimatori. Pasolini, Rodari… La posizione, in effetti, ci sta: Monteverde se ne sta lì appollaiata a sovrastare Trastevere, facilmente raggiungibile a piedi percorrendo fascinose scalinate. Gli abitanti di "allora" ricordano ancora il profumo che si sentiva salendo su per via Dandolo (molto più tardi immortalata da Nanni Moretti in cerca di casa in Caro Diario). Con l'estendersi dell'asfalto, hanno assunto maggiore importanza le grandi aree verdi: Villa Sciarra, raccolta ed elegante (pur nella parziale decadenza) e Villa Pamphili, uno schiaffo alla miseria per chi si deve accontentare dell'aiolina di quartiere. 

Certo che amo il mio quartiere, i ricordi lieti e dolorosi che ne segnano le strade e le fanno anche mie. Mi piace pensare che Meryem ripercorra almeno in parte la mia personalissima geografia d'infanzia, che salti giù dai muretti da cui anche io mi tuffavo. Mentre scrivo questo, il pensiero inevitabilmente corre ai luoghi che invece, con il tempo, hanno perso la loro anima. La libreria Gianicolo, che ha cambiato proprietari. Il bar di via Dezza, dove non si riunisce più, per il pranzo, un gruppo di amici molto eterogenei per età e professione, che si autoconvocava senza impegno (e a volte senza neanche esplicitarlo) e lì, intorno al tavolino, si gustava per un'oretta conversazioni bizzarre e a volte anche vere e proprie avventure. La mia Monteverde della giovinezza ruotava intorno alla libreria antiquaria di Roberto Palazzi, che in realtà in quegli anni era già chiusa. Tuttavia il titolare, come era nel suo stile, continuava a vivere come se ciò non fosse avvenuto. Pranzava a via Dezza, davanti al suo ex negozio, e cenava "dai Sardi", poco più in là. Il fatto che abitasse e lavorasse altrove era un dettaglio di poco conto. 

Dopo la magia dell'infanzia e delle cacce al tesoro nei giardini di una scuola che non esiste più, l'era di via Dezza è stato il più tangibile legame tra la persona che stavo diventando e Monteverde. Da un lato, quegli stessi incontri avrebbero potuto accadere benissimo da un'altra parte. Dall'altro no, non è del tutto vero. C'era un tessuto, un humus, fatto di negozianti che si conoscevano e si incrociavano nella pausa pranzo, di vicini e ex vicini di casa, di immediatezza e improvvisazione data, oggettivamente, dal fatto di trovarci tutti lì. E quando poi Roberto ha voluto uscire di scena nella sua macchina parcheggiata ai piedi delle mura di Villa Sciarra, ha segnato allo stesso tempo un epilogo e un vincolo perenne a quelle strade, a quei marciapiedi, a quei punti di ritrovo semicasuali.

C'è una bellezza di Monteverde che apprezzo in silenzio e di cui sono gelosa. Il fascino di pensarlo come l'antico quartiere degli orientali e degli stranieri,  come se un pizzico del mio destino mi fosse rimasto attaccato addosso fin da piccola, tra le catacombe ebraiche che non sono mai riuscita a visitare e il tempio siriaco affacciato su via Dandolo. Ci sono le storie belle, sincere, vere di chi ci abita quasi da sempre ed è anche capace di raccontarle (penso soprattutto a Mario Vitali, che oltre a aver scritto varie godibili raccolte di racconti ospita nel suo bar questa iniziativa). C'è soprattutto lo sfondo delle mie lunghe passeggiate solitarie, per un tratto della mia vita in compagnia della nobile Belqis a quattro zampe. I panorami rarefatti, la sagoma del gazometro che sfida le cupole del centro. Le magnolie impareggiabili di Villa Sciarra, il muschio sui volti delle statue. I percorsi silenziosi dei "fortini", abientazione perfetta per gli incontri clandestini e le prove di parcheggio prima dell'esame di scuola guida. Soprattutto una specifica scalinata, che amavo percorrere a piedi già ai tempi del liceo, rimasta indissolubilmente legata (va a capire perché) a una citazione sopravvissuta a una lezione di letteratura greca: "Sublime è impronta di un'anima grande".

Perché vi racconto tutto questo? Perché le pagine di Facebook intotolate a "i VIP di Monteverde" mi fanno un certo orrore. Quando incrocio qualche personaggio noto, faccio finta di nulla. Credo che chiunque apprezzi di non essere importunato. E se invece non lo apprezza, non si merita di essere importunato. Mi infastidiscono i fanatismi e le ostentazioni di chi identifica la vita del quartiere con una disponibilità di soldi pressoché illimitata. Certo, gli alimentari gioielleria e i negozietti pretenziosi contribuiscono ad alimentare questo sentire comune. Ma Dio ci salvi dallo snobismo che si fa strada a colpi di SUV (peraltro molto poco adatti alle note carenze di parcheggio della zona). Monteverde non è un quartiere chic. La sua bellezza consiste nell'essere un quartiere concettualmente di periferia (Pasolini, vi dice niente?), ma vicino e persino ben collegato con il Centro. Travestirsi da Parioli non gli ha mai donato. Quindi se il giornalino di quartiere propone il test "Siete monteverdini o romani comuni?", a me viene da trasferirmi immediatamente a Talenti. Cosa che peraltro ho fatto, sia pur per un periodo limitato della mia vita.

Roberto, la vita e l’amicizia


Dopo l’ufficio, forzandomi un po’, sono andata alla presentazione di questo libro. E’ una raccolta di scritti di un mio caro amico, che si è tolto la vita il 3 giugno del 2002. Mai come in questa circostanza mi sono sentita estranea. I miei ricordi di Roberto Palazzi non sono esclusivamente intellettuali e certamente non hanno nulla a che fare con l’autocompiacimento che non è mancato neanche in questa occasione. Con Roberto il divertimento intellettuale andava di pari passo, sempre, con la curiosità per l’altro. Con l’attenzione, che lo portava a ritagliare ogni giorno decine di articoli di giornali per darli, in buste con il logo dello studio bibliografico dove viveva, alle persone che incontrava. Perché di ognuna di quelle persone conosceva e teneva in mente gli interessi. Per me, alla categoria Vicino Oriente antico e Bibbia, aveva aggiunto anche le voci Curdi, Arabi, Lingue africane… tutto ciò che aveva a che fare con il mio lavoro “di ripiego”, ma che era comunque la mia vita. Ma aveva buste così per tutti quelli che conosceva, a volte anche per i loro familiari (a mio padre, che pure conosceva di sfuggita, fece consegnare più di una busta).

Le persone lo interessavano, le compagnie varie, la possibilità di incroci improbabili. Roberto ha arricchito profondamente diversi anni della mia vita. Andavamo al cinema a vedere “solo puttanate”, come diceva lui (e vedemmo, in effetti, un memorabile Godzilla-Le dimensioni contano), ma anche film strampalati come quello sui musical in Unione Sovietica (East Side Story) e una volta anche Lolita, versino originale (non remake). Mi portava a cena da suoi amici come Pablo Echaurren, gente che probabilmente non mi ha mai notata sebbene sedessi a tavola con loro. Ricordo che la prima volta che mi disse che andavamo a cena lì, io non sapevo cosa mettermi. E lui, che andava ovunque con enormi T-shirt a volte anche macchiate (alcune gliele regalavo io, comprandole durante i viaggi estivi, e le sceglievo rigorosamente kitch e xxl), mi disse semplicemente: “Mettiti quel vestito di lino verde, mi piace tanto”. E da quello capivi che la sua attenzione era totale, complessiva, per tutti i dettagli e non solo per i divertimenti intellettuali.

Mi ha portato un giorno in giro per l’Abruzzo a cercare il posto esatto dove era stato realizzato un paesaggio dal vero di Escher. Quando ci siamo fermati all’unico bar del paesino minuscolo così immortalato, ha mostrato fiero il disegno alla barista, che per tutta risposta ha detto: “Bello. Lo ha fatto lei?”. Cose così, stupide, sono i miei ricordi di Roberto. E, ovviamente, i suoi regali meravigliosi, spropositati e rari. Quelli sì, libreschi.

Per età da Roberto e dai suoi amici ero molto lontana. Lui frequentava semmai le mie sorelle maggiori. Non ricordo come sia successo che siamo entrati in confidenza. Ricordo però i pranzi al bar di via Dezza, alla fine dei quali lui mi accompagnava in macchina al lavoro, lasciandomi a lungotevere Flaminio. Gli accompagnamenti in macchina erano quello che più ci legava. Erano assurdi, irragionevoli, scomodissimi per lui. Per mesi e mesi mi veniva a prendere a mezzanotte a Trastevere per portarmi a Talenti e poi tornare sull’Aurelia, o a Casal Palocco. In quei tragitti parlavamo di tutto. Una sera, sulla Nomentana, restammo con due ruote da una parte e due ruote dall’altra del cordolo, il “serpentone” degli spot di Arbore. Ne abbiamo riso assai. Dove voglio andare a parare? Che Roberto era anche vita, non solo “male di vivere”. Che l’ossessione per i libri non l’ha mai reso egoista, o cieco, o autocompiaciuto. Per lui gli altri esistevano ed erano importanti. Una volta ho scritto che Roberto riservava ai progetti altrui l’entusiasmo che non concedeva ai propri. Non credo si renda giustizia alla sua memoria se non si tocca questo aspetto.