Meryem diventa ogni giorno più divertente. A chi mi chiede se dice qualche parola, rispondo che non saprei. Dice "mamma", bello squillante, ma non sono certissima che lo riferisca proprio a me. E’ più un’esclamazione… E poi dice "papà" (o "baba", in turco), e su quello sarei più sicura: non lo urla, lo mormora con voce sognante. Spesso, se le parli, si volta verso di te e dice "eeeeh?" con un tono davvero adulto. A volte alza anche un sopracciglio con aria interrogativa.

Il primo giorno che sono tornata a lavorare a tempo pieno, quando ho aperto la porta mi è corsa incontro, gattonando velocissima. Cerca di stare in piedi da sola, ma ancora non ci riesce. Sto pensando al suo compleanno. Tra una cosa e l’altra le defezioni si sono affastellate prima ancora che io facessi una proposta… Penso che faremo una passaggiata a villa Pamphili e se poi qualcuno ci vuole raggiungere, potrebbe essere l’accasione per un gelato. Questo la domenica. Ora la domanda è: il lunedì, giorno del compleanno, devo portare qualcosa al nido perché festeggino (in mia assenza)? E se sì, cosa?


Piccole novità in ordine sparso:

1. Da ieri sono tornata a lavorare fino alle cinque e mezza. La babysitter Maria è rientrata in servizio quotidiano, prelevando la pulce alle tre dal nido e tenendola fino al nostro ritorno.

2. Meryem sta lentamente slittando con gli orari: grande progresso! Cena alle 18:30-19:00, nanna alle 20:00-20:30, risveglio (reggetevi forte!) alle 6:50-7:00. Ciò significa che la sottoscritta da tre giorni riesce a svegliarsi, vestirsi e fare colazione prima del risveglio della guerrigliera. Sono grandi soddisfazioni.

3. La tosse da scaricatore di porto continua, ma la piccola curda regge. Abbiamo affrontato la terza settimana consecutiva di nido, contando che questa è corta (lunedì era festa e venerdì devo portarla al controllo in ospedale, un elettroencefalogramma che mi era stato prescritto dopo l’episodio di convulsioni).

4. Ho incautamente accettato di scrivere un articolo, sull’onda dell’entusiasmo del viaggio in Sicilia. Sono incorregibile.

 


Una passeggiata a Selinunte, una vista spettacolare di Palermo dall’alto, un’occasione di rimettere in moto il cervello su questioni che ancora mi stanno a cuore, pur nella loro non utilità. Ci voleva davvero. Riaccendere speranze bizzarre, idee poco realistiche, ma colorate di aria di mare e con il sapore intenso degli involtini di melanzane. Le mamme spompate hanno bisogno di queste cose, di tanto in tanto…


Caspita, Slim, se ho bisogno di respirare. Ne ho molto bisogno. Questo è un periodo piuttosto confuso. Vorrei riuscire a vedere avanti, avere una prospettiva di miglioramento. Non tutto va male, intendiamoci. La piccola è fantastica, a casa va tutto bene, pur con qualche cosina da migliorare. Quello che mi preoccupa è il lavoro e, con esso, le finanze.

Non hanno preso Meryem al nido comunale (alla faccia dei presunti privilegi per gli extracomunitari, che mi sono sentita rinfacciare per tutta la gravidanza). Dalla prossima settimana al nido dovrò affiancare una babysitter.

Mi sento avvilita. Io ho davvero cercato di fare sempre del mio meglio. Sono brava a fare molte cose. Negli studi sono stata particolarmente brillante. Eppure, adesso, sono certa che tra i miei compagni di Liceo – quelli che mi invidiavano, che venivano a studiare da me – il mio sarebbe lo stipendio più basso. Ma soprattutto senza alcuna prospettiva di miglioramento.

Sto riflettendo molto seriamente su quanto non sono stata capace di "vendermi", di valorizzarmi. Su quando ancora adesso non riesco a farmi rispettare professionalmente, neanche nel mio piccolo. Dove sbaglio, esattamente? Perché non solo ho sbagliato in passato, ma continuo a sbagliare.


Oggi era/è il compleanno di mio padre. Sono passata a dare un bacio a mia madre, senza peraltro trovare il coraggio di dirle perché. Lei, come sempre, mi giustifica di ogni cosa, di ogni impazienza, di ogni errore. Però ora io sono grande abbastanza per sapere che non è così vero che tutto si giustifica solo perché sono io. In questi giorni sento che mi sfuggono le redini delle situazioni. La responsabilità però è mia. Non me la posso cavare dicendo che non ho fatto delle vacanze come si deve (e che non le farò, probabilmente).


La notizia può essere ufficializzata: abbiamo completato un’intera settimana al nido. Per giunta, nonostante una lieve alterazione ieri, oggi la gnappetta è in perfetta forma (molto raffreddata, ma tutto non si può avere). Quindi ci prepariamo ad affrontare il sabato con un moderato ottimismo. Non piove nemmeno. Che vogliamo di più dalla vita?

Maggio08 043


La situazione richiederebbe una riattivazione dell’altro blog, quello serio… Oggi ci sono riuscita, ma non so se lo sconforto non avrà il sopravvento, alla fine. Una volta riuscivo ad essere più positiva, a raccontare tante storie. A condividere la parte più bella del mio lavoro. Inizialmente trascrivevo i foglietti scritti fitti fitti durante i viaggi in autobus, quando ero ancora operatrice da battaglia e mi muovevo tra Casilina e Nuovo Salario, Flaminio e San Saba. Nel blog Rifugiati ci sono dentro tante persone che mi sono state care e di cui oggi non so quasi niente. Poi, a un certo punto, ci è entrato Nizam e la mia vita ha preso un’altra piega.

Però, rileggendo i post (soprattutto del 2004-2005), ci ritrovo tutti i miei dubbi di oggi, tali e quali, e tutte le domande che oggi hanno ancora più senso di ieri. In questo, ad esempio. O in questo, che si potrebbe integrare con affermazioni ben più attuali.

Scusate se pare che faccia autopromozione. E’ che ogni tanto dovrei fermarmi a mettere link tra le varie parti di me stessa e farlo qui mi aiuta a visualizzarlo.


La pioggia continua a cadere. Io ho scritto un editoriale per il bollettino mensile del Centro Astalli. Dopo breve riflessione, ho salvato il file con il nome "editoriale depresso". Per apprezzare pienamente il parto letterario, dovete sapere che per la giornata del rifugiato stiamo portando avanti una campagna dal titolo "Frontiere o barriere?", incentrata sull’accesso al diritto d’asilo in Europa.

Frontiere o barriere?

Frontiere o barriere? Se ascoltiamo le argomentazioni dell’attuale dibattito politico, ma anche le conversazioni da bar di questi mesi, la risposta è una sola: barriere, grazie. Come il muro dotato di sensori e filo spinato che separa il territorio spagnolo dal Marocco e che la Spagna recentemente ha deciso di innalzare ulteriormente. Un muro su cui molti migranti hanno perso la vita sotto il fuoco della polizia di frontiera. Oggi è un modello da imitare. In nome della sicurezza tutto è lecito.

I toni si sono fatti accesi fin dalla campagna elettorale. Slogan semplici, di impatto. Tolleranza zero. Emergenza criminalità. A dispetto del fatto che, secondo i dati forniti ad esempio dalla Questura di Roma, tra il 2006 e il 2008 si sia registrato un calo del numero di quasi tutti i reati: meno omicidi volontari, meno violenze sessuali, meno furti, meno rapine. Eppure la gente si sente insicura e, più precisamente, minacciata dal diverso: dall’extracomunitario, dal clandestino, dal nomade.

Esiste un’ampia bibliografia filosofica e sociologica che spiega questo meccanismo di difesa collettivo, che ha molti precedenti nella storia remota e recente, ma argomentazioni di questo genere hanno il difetto di suonare poco convincenti in un clima come quello attuale. Non è quello che la gente si aspetta di sentire. Gli annunci del Governo sulla sicurezza trovano decisamente maggiori consensi. Rispondono a una logica semplice: identificati dei responsabili, li si punisce. Sono efficaci, queste misure? Contribuiscono davvero ad aumentare la sicurezza? Quanto costano? Tutte queste domande, legittime, vengono messe a tacere in nome di un’emergenza, sulla cui effettiva esistenza è lecito nutrire qualche dubbio.

L’immigrazione non è una questione semplice. Ridurla a un problema di pubblica sicurezza significa scegliere di restare indietro – economicamente, ma anche culturalmente – rispetto agli altri Paesi europei. Quando ad esempio si dispone che tutti i richiedenti asilo vengano trattenuti indistintamente, considerandoli impostori fino a prova contraria, quando si nega l’accesso al territorio indiscriminatamente, intercettando le barche nel Mediterraneo, si compiono delle violazioni del diritto internazionale. Ma soprattutto si accetta che sia normale mettere in secondo piano i diritti delle persone, o almeno di alcune. È questa l’Italia che vogliamo?