Ho appena finito un libro che mi è piaciuto molto, La bastarda di Istanbul di Elif Shafak. Ve lo consiglio di cuore. Una bella storia di identità intrecciate, vere e presunte. Una storia per capire qualcosa di più del turchi e degli armeni, uniti dal cibo e separati dalla storia – o dall’idea che se ne sono fatti. Una storia di donne, di sorelle diverse e legate, di irrazionalità che attraversa beffarda la più agnostica delle vite con la normalità di un soffio di vento. Una dichiarazione d’amore alla città di Istanbul, una delle più fascinose metropoli del mondo, il cui fascino autentico si fa beffe di ogni classificazione.
A proposito di libri, un’altra bella scoperta è stata Carofiglio, Testimone inconsapevole. A parte la godibilità del giallo giudiziario, o come cavolo si deve chiamare, questa lettura estiva mi ha folgorato soprattutto per un’altra ragione. Mi ha fatto riflettere sulla parzialità dei miei ricordi. Non che questo sia un pensiero gradevole, di per sé. Mi è anzi improvvisamente tornato alla mente un episodio, che risale ad esattamente sei anni fa (ora più ora meno). In quella circostanza sono sempre stata convinta di aver subito un’accusa ridicola e un grave torto. Riguardando ora la questione, continuo a pensare che in qualche misura avevo ragione, ma che anche io non ero esente del tutto da errore. Il senno del poi. Però mi dico che doveva andare così, era il destino. Un destino scritto mesi, forse anni prima di quell’episodio. Se solo lo avessi voluto leggere per tempo, ci saremmo risparmiati molto dolore. Scusate la cripticità di questa ultima parte. Però non la cancello, abbiate pazienza.