Reality, giorno diciassette. Telegraficamente per dirvi che sono a casa e tra meno di un’ora riabbraccerò la mia piccolina. Tutto è andato bene in mia assenza e tutto è andato abbastanza bene anche a Berlino (era Birkenwerder, non Birkelwalder). Magari più tardi cerco di raccontarvi. Ora sono solo felice di essere qui.

Aggiornamento. La cronaca, dunque. In compagnia di un gesuita tecnicamente mio superiore, che mi ha riservato una sorpresa dopo l’altra (ferratissimo su dee-jay alla moda e locali in varie città del mondo, ma anche conoscitore di musica alternativa di vario genere, tipo quel gruppo tedesco che ho postato tempo fa; maestro di taglia e cuci; astemio, ma frizzantissimo animale di società), mi sono trovata in una casa di ritiri che più ritirata non si poteva. Il villaggetto al margini della foresta era immerso nei colori spettacolari di un autunno da cartolina, che ci ha colpito già dai finestrini dell’aereo. Quando un mio amico tedesco si è accinto a raggiungermi per la serata, il navigatore della sua Smart ha sentenziato: "questa destinazione non si può raggiungere". Ciò nonostante, la prima sera sono evasa da una riunione di direttori europei più sfilacciata e depressa del solito per andare qui. Semplicemente surreale, Tre piani di pagoda kitch in mezzo a una desolatissima campagna della Germania est. Qui potete anche vedere le fasi della sua costruzione…

Il resto del tempo è passato come da programma. Ho fatto conoscenza con nuovi personaggi, tra cui un maltese che potrebbe tranquillamente impersonare un Cavaliere di Malta medievale e un tedesco che assomigliava in modo impressionante a un mio amico palermitano (con la differenza, abbastanza rilevante, di essere molto molto scostante). E finalmente ieri avevo il mio pomeriggio di libertà a Berlino. Dopo lunga riflessione, ho fatto un paio di scelte estreme. Ho messo a punto un programma di massima rigorosamente individuale e, scesa dal pullman, mi sono incamminata da sola di buon passo verso le tappe del mio viaggio tra passato e presente. Ho già detto che amo Berlino. Che ho vissuto in quella città momenti importanti e diversi. Io e i miei fantasmi abbiamo puntato, a braccetto, verso il Pergamon Museum. Non mi smentisco mai: chiusura straordinaria, solo questa settimana. Con una sorta di trasporto esitante, ho proseguito: Unter den Linden, Università e poi strade, stradine, isolati normali, quartieri silenziosi, giù verso Kreuzberg. Kreuzber è stato più volte il mio miraggio. Ricordo di averlo cercato, una volta, con un mio collega di università e di essermi arresa dopo ore, accontentandoci della vista di un palazzone carico di parabole. Questa volta ce l’ho fatta. Mi sono teletrasportata in Turchia. Ho camminato per alcuni isolati affiancata da vecchi in shalvar (pantaloni a cavallo basso), ragazze con foulard colorati e lunghe ciglia, bambini scorrazzanti e felici a fare la spola tra il Lidl e il supermercato turco.

Poi le cataratte del cielo si sono aperte. Una fracicata storica sui miei pensieri e sui due chili di tè turco Mevlana che ho acquistato. Il mio ritorno ad Alexanderplatz è stato un po’ precipitoso e la tappa al Museo Ebraico (di cui ho persino parlato un po’, una volta in un post) è saltata. La pioggia è cessata, io ho rallentato il passo. Giusto un’altra tappa, sulla porta di una sala da bowling. E poi ancora lungo una stazione, un marciapiede di luci e di locali che mi ricordava un appuntamento un po’ ingessato con un serissimo studioso tedesco di documenti islamici della Palestina. La serata è finita con tutta la compagnia in un eccellente ristorante turco. Amen. Ma Berlino è sempre Berlino, anche se mi ha regalato una bella tosse.

Meryem in mia assenza se la è spassata dalla nonna, servita e riverita, monitorata dalle zie. Oggi, quando la sono andata a prendere al nido, ha fatto un sorriso luminosissimo. E’ sempre più bella.

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