In realtà c’era un’altra cosa che volevo scrivere, già ieri. Da un paio di settimane almeno i miei pensieri girano intorno a un dubbio, a un pensiero. Tutto è nato dalla costatazione che al dunque è molto difficile immaginare una forma credibile di mobilitazione, di ribellione, di protesta civica o quel che si vuole. Mugugnare è inutile, ma che fare di concreto per arginare questo disastro? E’ il modo stesso in cui la nostra vita è organizzata a lasciare poco spazio a queste forme. O forse, come meditavamo con la mia amica Elisabetta, la protesta non ha rinnovato i suoi linguaggi: le manifestazione tendono ad essere eventi, o imbarazzanti revival di slogan datati. Per un attimo ho creduto che il blog, internet, i social network potessero essere strumenti efficaci. Ho aderito con entusiasmo alla Blogaction, lanciata da Panzallaria. Ma ora mi rendo conto che questi potenziali strumenti sono anche comodi alibi. Si clicca, si aderisce in spirito, si scrive qualche riga indignata come sto facendo io adesso. Ma che impatto ha questo sulla vita reale? Non sarà che bastano a farci sentirci appagati nei nostri ritagli di tempo, senza metterci in gioco sul serio? Comodo, per carità. Funzionale. Ma a cosa? A una politica del dopocena solitario? Smentitemi, please.

3 pensieri riguardo “”

  1. Sto ronzando anch’io intorno a queste cose, e non vengo a capo di idee -men che meno di azioni- concludenti. Però mi conforta che questo ronzare occupa molte teste: già condividerlo fa sentire meno soli, e parlandone forse può nascere qualche idea buona. Forse già farsi delle domande, e avere il coraggio di darsi risposte oneste su quello che sentiamo e facciamo ci aiuta a mettere in moto i pensieri in maniera meno avvitata su se stessa. Sento che su questo tema ci parleremo e ci riscriveremo ancora: da qualche parte ci porterà…

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