Identità di una serva di Dio

Oggi, mentre davo l’ultimo saluto a una persona a me molto cara, mi sono trovata a riflettere su cose complicate come l’appartenenza e l’identità. Cose che entreranno pesantemente in gioco nella vita di Meryem, ma che io stesso ho vissuto in modo diverso dall’ordinario, ammesso che un ordinario in queste cose ci sia. Non so se qualcuno ricorda quando, circa tre anni fa, scrivevo che per addormentare Meryem mi veniva spontaneo ricorrere ai canti bizantini. Una bizzarria, mi rendo conto. Ma oggi ancora una volta ho sentito netta la sensazione che quelle armonie, i canti della liturgia, gli intervalli così particolari su cui la voce scivola naturalmente, sono parte di me, profondamente. Fin da bambina le messe a S. Atanasio (e, d’estate, a Tinos) erano un appuntamento non settimanale, ma con una sua cadenza regolare. Non ho mai trovato strano quel modo di alternare il greco e l’italiano desueto delle traduzioni, per cui il celebrante parla in italiano e il coro, imperterrito, risponde in un’altra lingua (“In alto i vostri cuori” “Echomen pros ton kyrion”). Altro che bilinguismo. La tenda rossa che si chiude mentre si dice “Le cose sante ai santi” e la risposta “Is aghion…”, come dire: “Preti, non vi pensate che i santi siete voi, eh?”. S. Atanasio ha attraversato tuti gli anni della mia infanzia e adolescenza e l’ho traghettato, in qualche modo, fino ad oggi. Certo, S. Atanasio era soprattutto lui, il suo sorriso, i suoi occhi penetranti. Quel modo tutto speciale di dire: “Di tutti voi e ti tutti quelli che avete in mente, vivi e defunti, si ricordi il Signore nel suo Regno”. Se l’è ricordato mia madre oggi, quando ovviamente la stessa frase è stata detta da altri, insieme a tante altre, una formula in mezzo al resto. Non aveva quel tono particolare di complicità e di affetto che lui riservava anche agli sconosciuti. La comunione con il pane vero, casareccio, intinto nel vino, me la dava chiamandomi per nome. Oggi sono ritornata un’anomima “serva di Dio” in una celebrazione all’apparenza tanto simile, ma così profondamente diversa. Le domeniche con mio padre a S. Atanasio (era lui, più che mia madre, a affrontare volentieri l’ora e mezza abbondante di liturgia per andare a salutare il suo amico fraterno) finivano con i saluti nella sala parrocchiale e il rituale, immutato negli anni, dei bicchierini di Martini bianco serviti a tutti, a prescindere dall’età (ebbene sì, anche ai bambini). Non era un aperitivo, non c’era nulla da mangiare e nient’altro da bere. Era un gesto simbolico, un rito speciale dal sapore un po’ segreto. E poi tanti altri gesti, suoni, canti. Il più bello di oggi, forse, è stato il canto arbereshe dal suono fiero e allo stesso tempo un po’ ingenuo che gli ha cantato uno studente del collegio greco: tra tanti suoni comuni, quello era una cosa loro, di quel sottoinsieme ancora più piccolo che in quella chiesa si riuniva. Non so quanto questi ricordi siano intellegibili, mi rendo conto. Sentivo il bisogno di raccontarveli lo stesso. Prendeteli per quello che vorrebbero un giorno essere: un punto di partenza per una riflessione sull’identità. Perché nulla mi leva dalla testa che questo modo di pregare e di celebrare abbia molti punti di contatto con quel che ho visto e sentito nelle moschee della Turchia. Stessi suoni, stessi intervalli, stessa dimensione conviviale del luogo sacro, stessa mescolanza di solennità e familiarità. Si dovrebbe ripartire da qui, più che dallo Spirito Santo che procede o non procede.

8 pensieri riguardo “Identità di una serva di Dio”

  1. quelle messe, quelle merende hanno contribuito alla formazione della tua identita'. anche meryem sara' quello, sara' i canti bizantini, sara' quella merenda. cosi' come tu sei ANCHE  quello che sono stati i tuoi genitori.io vedo in mio figlio molto di me. e questo mi spaventa non poco.paola

  2. Ho provato una sensazione simile a Palermo alla Martorana: siamo entrati mentre c'era una celebrazione di rito greco e ce la siamo seguita tutta.È stata una delle pochissime volte in vita mia in cui ho sentito la fitta al cuore di essere atea, di non riuscire a provare gli stessi sentimenti di chi partecipava alla messa: purtroppo io in Dio non riesco a credere, è parte della mia natura come essere bassa o eterosessuale o castana di capelli.Un salutoChiara

  3. Proprio oggi scrivevo di fede. Quello che hai appena raccontato mi ricorda un pomeriggio che sono entrata alla chiesa del Beghinaggio di Amsterdam e c'erano solo signore credo filippine che pregavano in una lingua per me incomprensibile. Però il ritmo lo conoscevo. Poi ho capito che stavano recitando il rosario.Ecco, questo fiato della fede, lo posso chiamare così, è quello che mancherà ai miei figli che non porto tutti i pomeriggi a dire il rosario (in latino, a casa mia).È ovvio che vorremmo che i figli siano i depositari sub speciae eternitate di tutte le nostre esperienze. non è sempre possibile, ma ci proviamo e poi saranno loro a farsi la propria cultura specifica. Viviamo in mondi di lessici familiari e già quelli fanno tanto.Mammamsterdam

  4. Non credo che Meryem avrà le stesse componenti di identità che ho avuto io. Molto diversa è la situazione. Ma non me ne rammarico. Credo che una qualche forma di identità reigiosa, anche in senso molto lato, sia una ricchezza, se la si vive con creatività e libertà. Coltivo il sogno che mia figlia possa assaporare un po' di islam, che secondo me ha una larghezza di orizzonti considerevole – lo so, lo so, non è un'opinione molto diffusa, ma la mia esperienza mi porta a pensare questo. Ma forse è una fantasticheria e magari farà esperienze del tutto diverse. Spero ce ne faccia molte, come ne ho potute fare io (almeno in questo campo, meno in altri): a posteriori io credo che per me sia stato un gran regalo, a prescindere dall'uso che ne ho fatto!

  5. Ma fammi capire bene, da dove viene questo coté ortodosso tuo? Per amicizia, tradizione di famiglia o altro? perché capisci che tutto il tuo percorso di studi mi ha sempre intrigata moltissimo, anche se non abbiamo mai avuto i 5 minuti di calma per dirci e raccontarci, ma prima o poi mi rifaccio.Mammamsterdam

  6. Questo coté in realtà non ha direttamente a che fare con i miei studi, ma con (una parte del) lavoro di mio padre, che faceva parte, unico laico, della commissione per il dialogo tra cattolic e ortodossi. La chiesa che frequento ogni tanto a Roma in realtà è cattolica ma di rito greco (qualche complicazione non ce la neghiamo) ed era la chiesa di un caro amico del mio papà, che per me è stato in qualche modo una figura di riferimento fin dall'infanzia. Non perché ci parlassi particolarmente, ma mi ha sempre dispensato un affetto profondo, intelligente, caldo. Mi sentivo a mio agio con lui e sono molto feice di aver vissuto alcuni momenti come il lancio dell'alloro del sabato santo. La cosa in un certo senso ha pure influenzato i miei studi, ma è un po' complicato da spiegare così su due piedi.

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