Prime impressioni dalla terra delle alci. Ovvero: sulla complessa identità europea

Ero partita di malavoglia, ma la Svezia – devo riconoscerlo – ha fatto di tutto per conquistarmi. Mentre atterravamo, la cabina dell'aereo era inondata di una luce dorata e calda che mi ha letteralmente rapito il cuore. La luce è l'equivalente svedese del ponentino malandrino romano. Autunno svedeseQuella luce ideale per le foto, quella che accarezza senza esasperare i contrasti e che inventa mille riflessi sui colori autunnali. Il cielo era azzurro assoluto, ti veniva voglia di respirartelo con tutte le nuvole. Insomma, mi ha preso in contropiede. Scendendo dall'aereo, il corridoio era tappezzato di gigantografie di personaggi svedesi famosi, del passato e del presente, con la scritta: "Benvenuti nella città di…". Era il primo dei molti esempi che avrei in seguito avuto di quel "nazionalismo modesto", quell' "orgoglio gentile", che è forse il ricordo più tangibile di questo viaggio. Tornando a Fiumicino ho fatto un casareccio confronto: pubblicità di marche di caffé e campagne per un mondo senza droga (in collaborazione con il governo colombiano).
Vetrina svedese Altre folgorazioni in ordine sparso. Ho finalmente capito perché da Ikea vendono tante candele. Se ne fa un uso smodato. Ci sono candele nelle vetrine dei negozi, sulle tavole apparecchiate (anche quelle per la colazione), sulle mensole delle sale riunioni, sul comodino della camera da letto. Veniamo al capitolo storia nazionale. Durante un breve tour delle principali attrazioni della città, by night (cioè alle 8 di sera), ho sentito nominare come notissimi personaggi di cui ignoravo l'esistenza, a parte Cristina di Svezia e l'attuale principessa Vittoria, quella sposata al personal trainer… Apriamo una parentesi su quest'ultima. "Certo, è stato uno shock", ha commentato, grave ma comprensivo il gesuita svedese che si è trovato a parlarcene. "Uno shock esattamente per chi?", ho ribattuto io disorientata dalla piega gossip di un discorso che pareva serio. Risposta, meravigliosa: "In primo luogo per il popolo, naturalmente. Ma immaginate per i genitori di lui. Una sera si sono visti portare a casa questa fidanzata, senza sapere nulla prima. Il re? No, lui non era tanto turbato. In fondo lui si era sposato una hostess incontrata alle olimpiadi di Monaco. Però tutti noi ci siamo subito tranquillizzati: il marito di Vittoria è davvero un bravo ragazzo, serio e lavoratore". Non scherzava. Non mi pare che usi molto l'arte di ironizzare sul propri personaggi pubblici. Si scherza, sì. Su altro. Sugli affari interni al massimo si sorride, o si dissente educatamente, cioè facendo silenzio. Il silenzio, ci è stato spiegato, è una delle massime espressioni di disappunto, qui. Che poi vallo a distinguere, il silenzio di disappunto, dal silenzio generale, quello che ciascuno adotta come stile di vita per stroncare sul nascere ogni forma di inquinamento acustico. Fiume svedese Ma, per tornare alla storia. Avevo già notato in Irlanda una certa tendenza a legarsela al dito per eventi della metà del Cinquecento. Per cui la precisazione in merito al fatto che i Vichinghi di origine svedese avrebbero devastato l'Europa meno di quelli danesi, concentrandosi invece su Costantinopoli, non mi ha meravigliato più che tanto. E ho attribuito all'orgoglio gesuita i continui richiami al "furto" delle biblioteche della Compagnia, ora conservate nella biblioteca universitaria di Uppsala Carolina Rediviva. Sono eventi del 1620, ma evidentemente è stato più shoccante del matrionio borghese sella principessa Vittora (anche se, in verità, ho incontrato pochi gesuiti italiani addolorati dalla confisca della biblioteca del Collegio Romano, avvenuta nel 1873. Al massimo gli rode per il palazzo, di cui non possono più disporre completamente). Quello che volevo dire, in questo torrente di divagazioni, è che io non so proprio nulla di storia europea e, a parte vergognarmi della mia personale ignoranza, non ho mai attribuito grande peso a questa lacuna: la storia medievale e moderna per la nostra vita quotidiana mi è sempre parsa abbastanza irrilevante. Forse esagero, ma durante il breve tour con gli altri colleghi europei, mi sono trovata a pensare che forse non è così ovvio per tutti che il passato sia così ininfluente sui nostri atteggiamenti e sui nostri pensieri (e mi riferisco a quello remoto, a quello lontano e, tanto più, a quello recente, come il conflitto in Yugoslavia). Noi italiani abbiamo questa sorta di distacco dalla storia, di disincanto, fondato su una solida base di ignoranza dei fatti, condita dall'ironia dissacratoria che tante volte ci ha salvato dal suicidio collettivo. Però non è mica tanto vero che il nostro atteggiamento sia così comune in Europa. E, udite udite, comincio a credere persino che ci sia di ostacolo, più che di aiuto, nella relazione con le altre culture. Credo che dovrò tornarci sopra. Per l'amor del cielo, mica dico che ora dobbiamo cominciare a scannarci con gli spagnoli per la dominazione borbonica. Ma sentirci superiori del fatto che non ci frega nulla di nulla (includendo eventi relativamente vicini, che hanno coinvolto i nostri nonni o addirittura noi come cittadini, come il periodo coloniale e la guerra in Yugoslavia) rischia di farci fare la figura degli idioti.
Sulle differenze culturali in Europa si potrebbe scrivere un trattato e chissà che un giorno non lo faccia, forte delle mie esperienze di progetti europei che sono, come è noto, occasione preziosa di rafforzamento dei reciproci stereotipi. Certo è che un'irlandese si veste in modo decisamente diverso da come farebbe un'italiana (anche diversa da me) o una svedese, che mi dicono che abbia anche la costante, perenne preoccupazione di non far trasparire una sua eventuale disponibilità economica e quindi si presenterebbe, presumibilmente, in pile da trekking e pantaloni cargo. Il mondo è bello perché è vario. Certo è che c'è stato un episodio che mi ha colpito profondamente. Durante una sessione, una mia collega dell'ufficio europeo è arrivata nella sala riunioni visibilmente sconvolta. E' dovuta uscire più volte dalla sala ed era chiaramente in preda a crisi di pianto incontrollabili. Ciò nonostante ha fatto le presentazioni che doveva fare. A pranzo, visto che ci conosciamo da sei anni, mi sono avvicinata e le ho chiesto se si sentiva meglio e che cosa fosse successo. Lei non è che sia stata sgarbata, ma mi ha solo detto sorridendo: "Niente di professionale". E non ne ha più fatto parola. Né in quel momento, né nei quattro giorni successivi. E poi diciamo che sono le culture più lontante a presentarci modelli di comportamento distanti dai nostri. Certe volte basterebbe guardarci un po' intorno per capire fino a che punto tutti noi siamo irriducibilmente diversi. E, passati gli eventuali rodimenti, rallegrancene sul serio.

7 thoughts on “Prime impressioni dalla terra delle alci. Ovvero: sulla complessa identità europea”

  1. Io ho amato tanto la Svezia… ci siamo stati in viaggio di nozze. Mi hai regalato un bel po' di ricordi, ma anche riflessioni sugli stili di vita.

    Non vedo l'ora di tornarci…

    Nora

  2. Grande Chiara! Che memoria! 🙂 I tuoi post sono sempre fonte di riflessione ma la pigrizia di non esplicitare il mio pensiero ha purtroppo il più delle volte la meglio – e non solo nel commentare i post… ci sto lavorando sopra, cmq… 🙂
    'Puntoeffimero' è chiuso da anni; 'Infraordinario' – il successivo – da qualche mese. Mi sono accorta che avevo bisogno di 'custodia': le questioni prettamente personali ho capito che, nel modo in cui io le ho sempre esposte, non era più il caso di renderle pubbliche (per quanto i miei lettori, invitati, non fossero che una decina al massimo). Continuo a scrivere, per me, ma da qualche tempo sento il desiderio di farlo nuovamente in maniera pubblica, in ottica meno personalistica, maggiormente collettiva. Come questo tuo post, per esempio. Dove ci sei tu, certo (e per fortuna), ma c'è anche la compostezza svedese e un certo modo italiano di fare che fa interrogare – nel vero senso del temine, un porsi domande vere, quelle che non hanno la risposta già pronta, preconfezionata.
    Quando nascerà il nuovo blog te ne renderò noto con piacere.
    Ciao 🙂

  3. riguardo ai fatti storici passati,anche da molti anni, ho notato lo stesso atteggiamento anche negli States, addirittura in ragazzini di 15/16 anni che discutevano molto animatamente di Pearl Harbour durante l'ora di storia come se fosse successo un mese prima….non mi vedo ragazzetti italiani della stessa età accapigliarsi con la stessa foga e precisione storica per che ne so la disfatta di Caporetto….pensavo che fosse dovuto al fatto che gli americani hanno poca storia e quindi si attaccano a quel briciolo che hanno, invece riflettendo sul tuo post, mi sa che il discorso è più complesso…
    penso che sia un "sentirsi parte di", essere un cittadino di quella nazione (nazionalismo gentile lo hai chiamato tu?), che ti fa prestare attenzione a tutto quello, in questo caso la storia, che abbia contribuito a creare il tuo Paese così com'è adesso…noi italiani siamo estremamente individualistici, o meglio campanilistici, e quindi non ci rendiamo conto che poggiamo su un passato comune, comune a tutta la nostra nazione. colpa dei vari domini stranieri durati fino a oltre la seconda metà dell'ottocento? colpa dei liberi comuni? (vedi che la conoscenza della storia, anche medioevale è importante Chiara, come tu stessa, a malincuore, hai ammesso nel tuo bellissimo post) bah
    un bacio
    Cinzia

  4. Chiara
    la questione della storia, il fatto di considerare episodi passati molto importanti e quasi quotidiani, l'ho notato pure negli States. Ho un ricordo molto preciso di ragazzini di 14/15 anni che in classe, durante l'ora di storia, discutevano molto animatamente della faccenda di Pearl Harbour come se fosse accaduta 1 mese prima. Ero appena arrivata e mi sembrava di non capire molto ancora l'americano ed ero convinta che parlassero di un fatto appena accaduto (osservando la loro agitazione e la mimica facciale e la loro preparazione puntuale) e mi chiedevo ma cosa mai è successo di così grave senza che io lo sapessi…..poi ho tirato un sospiro di sollievo quando ho capito che parlavano di fatti di 50 anni prima…. I ragazzini italiani di quell'età non si accapiglierebbero mai in classe durante l'ora di storia parlando che ne so  della disfatta di Caporetto. Ho sempre pensato che questo dipendesse dal fatto che gli Americani avessero poca storia alle spalle e quindi si attaccassero in maniera spasmodica a quella briciola di passato (come fanno per i pochi monumenti/palazzi che hanno più di 100 anni che noi in Italia guarderemmo con sufficienza)…invece mi sa che il discorso è più complesso. In fondo il presente è una somma di episodi passati che portano a…. o no?
    Non so che pensare della tua collega e i suoi pianti per questioni "non professionali" , sinceramente non penso che mi piaccia, nel senso che o non ti fai vedere che sei disperata,o, se la tua disperazione riesce ad uscire dalle crepe della fortezza che stai tentando di tenere in piedi, bè allora perchè non rispondere a qualcuno che ti chiede come va??? :-).
    Anche il post sopra è mio sigh, l'ho scritto due volte perchè mi pareva che si fosse cancellato tutto ….sigh….

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