Prima

Io lo so che più tardi il “dopo” si mangerà tutto e questa visita del Papa al Centro Astalli riuscirò a stento a raccontarvela a posteriori. Però c’è tutto un prima e anche questo prima non resisto alla tentazione di raccontarvelo.

C’è il prima degli operatori, quello che non posso mettere per iscritto: l’adrenalina, lo stress, i mugugni, ma anche le risate irrefrenabili di fronte all’imprevedibilità dell’assurdo che continua a prendersi gioco dei nostri programmi e dei nostri schemini. Ma c’è stato anche, ed ho avuto il privilegio di viverlo in parte, il prima dei rifugiati. Nei corridoi di Astalli già ieri si respirava una certa emozione. “Good. Very good”, mormoravano ieri due signori siriani incontrati a mensa firmando il libro di storie di rifugiati che tra poco regaleremo al Papa. “Grande!”, ha esclamato più sciolto Aweis, che vive la cosa come un evento di famiglia.

“Posso fare una firma bella?”. E’ solo una piccola rappresentanza casuale quella che ha avuto la possibilità di firmare il frontespizio di questo libro molto speciale. Qualcuno ha fatto molta fatica, non avendo dimestichezza con la penna: ma ci ha tenuto lo stesso. Qualche firma è piccolina, in un angolo. Altre si allargano, più spavalde. Un paio hanno aggiunto anche una riga di ringraziamento.

Quando questo post sarà pubblicato, tutte queste firme saranno tra le mani del Papa. E, come dirò in Chiesa (se non mi impappino), affidiamo tutti quelli che le hanno messe, tutti quelli che ci hanno regalato le storie che abbiamo scritto e tutti i rifugiati del mondo alla preghiera di Papa Francesco.

Sì, la preghiera. Ho imparato a prenderla più sul serio in questi anni. Lo ha detto anche Padre Pedro Arrupe, fondatore del JRS, nel suo ultimo discorso, tenuto a Bangkok nell’agosto 1981: “Vi dirò un’ultima cosa, e vi prego di non dimenticarla. Pregate. Pregate molto. Questi problemi non vengono risolti con l’azione umana”. Non potrei esprimere meglio l’insufficienza e lo smarrimento che si prova guardando da vicino un conflitto e le sue conseguenze. L’avete letto il lungo racconto di Domenico Quirico sulla Stampa, oggi? Ma anche voi, forse più numerosi, che ieri come me avete guardato Pechino Express per rilassarvi, avete visto il rifugio sotterraneo dove una famiglia è vissuta per sei anni? (A proposito: bravi gli autori ad avere inserito questo elemento in un reality senza troppe stonature). Ciò non toglie, però, che l’azione umana ci vuole ed è il compito quotidiano di tutti, ciascuno secondo la propria responsabilità.

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