Cercando le parole

Qualche pomeriggio fa mi sono trovata, come d’abitudine, a fare una lezione a un master. Ci vado da anni, mi piace. Ho quattro ore di tempo, un gruppo di giovani solitamente interessati e entusiasti. E’ un periodo un po’ così, come avrete capito, e quella lezione la vedevo come un momento terapeutico. La so fare. Mi piace farla. Sono partita con un certo ottimismo e entusiasmo.

Quando sono uscita dall’aula, con il buio che ormai era calato su una Roma piovosa, non ero soddisfatta. Non posso dire che non sia andata bene. Alcuni ragazzi mi hanno trattenuto dopo la fine, parevano contenti e curiosi di saperne di più. Ma qualcosa mi ha preso in contropiede, a un certo punto. Qualcuno, più che altro. Uno studente a cui forse non ho saputo rispondere come avrei dovuto. Ci provo qui, adesso.

Come ti ho detto alla fine della lezione, non stavo cercando di convincerti. Tu hai sorriso, garbato, e hai detto qualcosa sul fatto che un po’ di contraddittorio è una buona cosa. Ma la verità è che non avrei mai pensato che ci fosse bisogno di convincere un ragazzo come te, iscritto a un master in cooperazione e politica internazionale. Tu, seduto lì in seconda fila, pronto ad obiettare punto su punto persino sulla definizione di rifugiato, hai portato un po’ della realtà lì fuori nel mio piccolo mondo ben protetto, quello in cui credevo di poter abbassare le difese, l’unico in cui in passato mi sono sentita un po’ vincente.

In tutta onestà, non credo che tu abbia ragione a dire che la migrazione deve essere prevenuta con ogni mezzo e so che non hai ragione quando sostieni che è stato necessario istituire gli hotspot a causa del massiccio arrivo di terroristi sui barconi.  Ma saperlo non mi fa sentire meglio. Ingenuamente ho pensato che la bruttezza e il cinismo delle politiche europee fosse dovuto in larga misura alla vecchiaia di questo continente. Un manipolo di vecchi egoisti e spaventati, che chiudono la porta a doppia mandata e sono pronti a difendere con le armi la più piccola e insignificante manifestazione del proprio privilegio. Però guardando te mi ricordo del giovane funzionario della Commissione Europea che per primo mi ha illustrato quei documenti sconcertanti da cui sono poi derivate tante insensate assurdità. Giovane, vincente, ottimista, efficiente. Lontano mille miglia dalla vita della maggioranza delle persone. Non solo di chi arriva sui barconi, ma anche della mia. 

Dopo le elezioni mia figlia mi ha chiesto se hanno vinto i buoni o i cattivi. Ci ho tenuto a spiegarle che non c’è il bianco e il nero. Che la vita non è un film western. Che chi la pensa diversamente da me non è cattivo per questo. Poi, mentre io ero a Bruxelles, lei ha sentito un discorso di Salvini in tv. Se prima quindi aveva solo capito che chi la pensa in modo più simile a me ha perso, ora non ha potuto non rendersi conto che uno di quelli che ha vinto offende e calunnia pubblicamente suo padre, tanti nostri amici e, in qualche misura, anche me e che un certo numero di persone lo applaude e crede che abbia ragione. 

Penso però anche a quanti ragazzi come lei crescono nella distanza da ogni realtà difficile, nell’estraneità che facilmente diventa convinzione di superiorità. Non necessariamente e esplicitamente razziale, ma di stile di vita, di classe sociale, di accesso o non accesso alle opportunità. Forse anche lei, chissà, un giorno si chiederà se davvero vuole restare perdente, avendo eventualmente la possibilità di scegliere di non esserlo. Chi può dirlo? 

Io intanto domani vado a raccontare il mio lavoro nella classe di mia figlia e un amico rifugiato verrà insieme a me. Continuo a cercare le parole e la convinzione per dirle. 

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