Un pigmeo in 5 F

Chissà cosa si aspettava il Maestro Flavio quando mi ha chiesto di portare un rifugiato nella classe di mia figlia. Forse più o meno quello che mi aspettavo anche io: un racconto di viaggio intenso, un incontro faccia a faccia con una persona precisa, che sfidasse le definizioni frettolose e spesso offensive della televisione. Quando ho chiesto a Franck, mi sentivo di andare sul sicuro. Tante volte abbiamo incontrato insieme studenti universitari, ragazzi delle scuole, gruppi.

Invece mi sento di dire che l’incontro di oggi è andato molto oltre. Franck ha parlato naturalmente della sua esperienza di rifugiato, dei motivi e delle drammatiche circostanze della sua fuga, del viaggio nella stiva, dei giorni passati a dormire a Termini con troppa paura per chiedere informazione ai bianchi che vedeva passare tutto intorno. Ma ai nostri figli ha fatto se possibile un regalo più grande. Ha parlato della sua infanzia nella foresta, di riti di iniziazione, di totem. Ha fatto capire lo sforzo immenso di conciliare la visione del mondo di sua madre, che vive ancora in quel villaggio pigmeo, e la sua, quella di sua moglie – ancora diversa – e gli italiani che conosce giocando a calcetto a Mentana. Lo sforzo, le contraddizioni, le incomprensioni, ma anche l’immensa ricchezza di esperienze che porta con sé. Ha fatto scintillare in una classe di bambini attentissimi tutta la vertiginosa ricchezza del mondo e di ciascuna vita.

Non ha fatto sconti, Franck. Ha raccontato del carcere, persino delle torture. Ma abbiamo anche riso molto insieme e credo che tutti abbiamo imparato moltissimo, me compresa. Abbiamo scoperto molte cose in comune (a partire dai difficili rapporti tra suocera e nuora, un topos universale che pare attraversale trasversalmente tutte le latitudini!), ma anche colto l’irriducibile diversità di ogni cultura, pur nella bellezza sempre nuova delle interazioni.

Oggi ho pensato molto a una frase di Papa Francesco, un Papa che in questi cinque anni varie volte ha parlato direttamente ai rifugiati: “Perdonate la chiusura e l’indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede: trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono”.

Ma una cosa così penso che possa capirla davvero solo chi dedica un po’ di tempo ad ascoltare le persone. Senza fretta, senza smania di integrarle o spiegare loro come si vive, senza la presunzione di ottenere un risultato o di raggiungere un indicatore. Ho pensato alla visita di Papa Francesco al Centro Astalli, il giorno prima che Meryem iniziasse la prima elementare, e quello strano miracolo per cui pareva che lui avesse per tutti tutto il tempo del mondo. “Siate curiosi”, ha raccomandato Franck a sua figlia e i suoi compagni prima di andare via. “E non abbiate paura. la paura è normale, ma conoscendosi si supera, no?”. Sono gocce, lo so, rispetto ai messaggi di tutt’altro segno che diamo ogni giorno a questi bambini della Fortezza Europa. Ma restano gocce importanti, che spero conservino nel cuore a lungo. E che magari un giorno, quando saranno cresciuti, susciteranno qualche domanda, qualche dubbio.

 

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