Io il mio l’ho fatto

In questi giorni, per questioni di lavoro ma non solo, mi trovo a rimuginare sul concetto di come non solo le persone, ma anche le istruzioni si difendono quando si trovano in difficoltà. Sono i tempi di crisi quelli che più di altri richiedono soluzioni complesse. Collaborazione, integrazione. Ma è pur vero che quando si è in affanno si ha bisogno di circoscrivere il proprio impegno, per non essere sopraffatti. Da qui a darsi un compito parziale e assolversi da ogni altro più oneroso ragionamento il passo è breve.

Breve e comprensibile. Persino legittimo. Sano, in un certo senso. Pure io se non riesco a fare quello che mi sono imposta (magari irrealisticamente) mi dico di concentrarmi su quello che invece sono riuscita a fare, per non abbattermi del tutto. Me lo ripetono da quando sono entrata nel mondo del lavoro: l’ottimo è nemico del bene.

Però la conseguenza è che si creano dei vuoti di responsabilità. Anche grandi e gravi. Se ciascuno dice “io arrivo fin qui, presumo che al resto penserà qualcun altro”, dietro quella presunzione che non abbiamo l’energia di approfondire si apre una voragine.

A livello di politiche, tipicamente la parte scoperta ha a che fare con qualcosa di “sociale”. Essere homeless non è mica una malattia, la medicina non può dare una casa a chi non ce l’ha. Ma curare con farmaci la polmonite di chi continua a dormire sotto un ponte è inutile se non dannoso. La scuola fa didattica a distanza, mica si può preoccupare di chi ha i dispositivi o la connessione. Men che meno di questioni organizzative delle singole famiglie. Però poi tanti restano esclusi e il mandato costituzionale della scuola pubblica è almeno in parte disatteso.

Ciascuno può aggiungere esempi a piacere. Ma il punto non è criticare per sport, recriminare o peggio identificare colpevoli veri o presunti. Quello che mi chiedo è: farsi venire dubbi e magari cercare qualche soluzione diversa da quelle già pensate è ancora possibile? O siamo tutti troppo spaventati, angosciati, preoccupati di dimostrare che noi stiamo facendo già tutto quello che è umanamente legittimo aspettarsi?

Perché io mi rendo conto che oggi più che mai fare una critica pare un atto di violenza. Ma non sarebbe davvero questa la mia intenzione. Siamo feriti come società, non solo come singoli. Tanti, troppi aspetti spariscono perché “ben altro” è la priorità. Ma come possiamo cercare di incontrarci su un piano diverso da quello dell'”andrà tutto bene”?

Perché qui non si tratta di avere fede e aspettare l’arcobaleno. Si tratta di individuare presto un modo realistico per contribuire tutti, davvero, a individuare vie nuove per un percorso molto molto lungo e impervio. E vigilare tutti perché nessuno sia dimenticato o lasciato indietro.

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