Non ci siamo sottratti alla sfilata delle mascherine del quartiere. Queste sono le circostanze in cui apprezzo Nizam. E’ tornato dal lavoro alle due e mezza, ha fatto appena in tempo a mangiare e farsi una doccia e poi ha assecondato l’idea malsana che mi era balenata in testa all’ultimo momento. La giornata era splendida, Meryem non è malata (non è detto che martedì sia ancora così) e allora ci siamo sfoggiati il vestito da Winnie the Poo prestato da un collega. Ci siamo ritrovati con mia sorella, vecchie conoscenze del quartiere, persino mia zia con i nipotini, mia madre che ci ha raggiunto alla fine della sfilata. "Non ero mai stata a una festa di Carnevale", ha confessato. Beh, c’è sempre una prima volta. Il nostro vestito non era certo originale come quello da camaleonte di mio nipote, ma Meryem lo portava con una certa convinzione. Seguiranno foto, quando mia sorella me le manderà. E’ stato bello vedere mia figlia in spalla al suo papà guardare ipnotizzata le maschere sui trampoli, in particolare un grosso panda con i piatti. Siamo stati come tutti gli altri, per una volta.

P.S. Ho ritirato le analisi, ma ovviamente non ci capisco granché. C’è qualche valore sballato, ma non saprei dire se e quanto la cosa sia preoccupante.


Stasera ho la testa piena di pensieri pesanti. Pensieri che sporcano, rimuginamenti, incombenze da aggiustare. Soprattutto ho in mente il testo di una mail scritta in azzurro. Sei-sette righe di attacco violentissimo, in risposta al comunicato stampa del Tavolo Asilo su quello che sta succedendo a Lampedusa. Non è la prima volta, negli ultimi mesi, che ci arrivano messaggi di insulti. Ma questo è firmato, da un personaggio abbastanza autorevole del giornalismo. Cosa spinge un professionista a scrivere un messaggio del genere, in caratteri azzurri? Il clima culturale? La sicurezza di essere inattaccabile? La pura e semplice arroganza e maleducazione?

C’è qualcosa che non va. Non so chiarire meglio questa sensazione, che però si fa più netta ogni settimana che passa.

Mi ha fatto piacere restare sola a casa con Meryem questa sera. Non aver bisogno di parlare, di cucinare, di fare altro a parte darle da mangiare,coccolarmela, farle l’aerosol e vederla addormentarsi trale mie braccia. Potere andare ora, di tanto in tanto, a vedere il suo bellissimo profilo sul cuscino, sentire il suo respiro tranquillo che riempie la cameretta.


Io solitamente ho grandi difficoltà a ricordare in che anno sono successe le cose (compresa, ad esempio, la data in cui mi sono diplomata o laureata…), ma per il resto delle date ho una certa insolita memoria. Il 18 febbraio di moltissimi anni fa (facevo al seconda media) ho fatto per la prima volta "sega" a scuola (e qui potremmo aprire un capitolo sulle folkloristiche espressioni regionali in uso per indicare assenza non autorizzata dalle lezioni… bigliare? marinare?). Lo facevo, udite udite, per andare al Campidoglio a vedere una mostra su Ebla. Inguaribile, fin da piccola. Posso solo aggiungere a mia discolpa che nel gruppetto di secchioncelli sovversivi c’era un ragazzetto che ci piaceva a tutte molto, contraddistinto dal look di gran moda (maglioncino rosso a V e t-shirt bianca!) e che naturalmente ho ritrovato puntualmente su Facebook…

Errata corrige: a pensarci bene, era il 17 febbraio. Vabbé, fa lo stesso. In compenso posso essere più precisa sull’anno e sul titolo della mostra: Da Ebla a Damasco. 10.000 di archeologia in Siria, Roma, febbraio-marzo 1985. Avevo dunque dodici anni e qualche mese. Meditate gente, meditate…


Barbara si è scandalizzata della pediatra che mi ha cazziato. Ma è stato nulla in confronto alle infermiere dell’ospedale pediatrico dove sabato mattina siamo andati a fare le analisi. E’ stata un’esperienza devastante. Due premesse: tanto per cambiare non ero riuscita a raccogliere le urine e a me il sangue e i prelievi sono una cosa che di suo mi fa impressione. Sarà stupido, ma sono fatta così. Andiamo, di buon’ora. Bambina digiuna, come del resto mi era stato detto dalla pediatra. Arrivati al nostro turno, era ammesso un solo genitore dentro. La mamma è sempre la mamma, entro io. Non scendo in troppi dettagli, altrimenti mi sento male, ma la bucano tre volte e il sangue è sempre troppo poco, le vene si spezzano, eccetera. La bambina è fuori di sé, piange, urla, si dibatte. Cominciano le domande: "Ah, ma è digiuna? Ma bastano solo tre ore prima. Se lei non le dà da mangiare, poi è normale che la bambina sia asciutta…". Ok, dovevo svegliarla alle quattro e farle fare colazione (che peraltro fatica a farle fare anche diverse ore dopo). Abbozzo. "Ma ha bevuto molto stamattina? No? [Spiego che in questi giorni faccio fatica a farla bere. Insisto, ma beve malvolentieri] Ah, signora, se lei non le dà neanche da bere… E poi ha anche il raffreddore, quindi non è idratata come dovrebbe…". Io qui riesco a commentare debolmente che se la bambina fosse stata in forma smagliante forse non sarei stata lì. Facciamo pausa per mezzora. Io piango come una vite tagliata. La seconda volta entra Nizam, più o meno stessa scena. La bucano altre due volte. Alla fine si accontentano, precisando che un paio delle analisi richieste non potranno essere fatte.

Ora io osservo: va bene, a saperlo potevo preparare meglio questo maledettissimo prelievo, forse. Forse la situazione non consentiva davvero il prelievo. Ma frasi come quelle non sono giustificabili. E la bambina non era disidratata, soprattutto. Ci ho messo varie ore a convincermente, ma faceva pipì (anche se io non riuscivo a raccoglierla e questa è un’altra storia, né loro mi hanno dato una mano in questo mentre ero lì), piangeva con profusione di lacrime, beveva normalmente, come chiunque alle sette di mattina e con un freddo becco.  Questa scenetta mi ha rovinato la giornata, mi ha fatto stare malissimo e mi ha fatto sentire in colpa oltre misura. Ora realizzo che magari anche le infermiere non sono state le maghe del prelievo. Magari anche loro potevano fare meglio.

Idonea


Riprendo brevemente l’argomento “esame di ieri” per soffermarmi un attimo a riflettere sulla mia nuova condizione: quella di ricercatore virtuale. Per anni ho creduto seriamente di avere i numeri per fare un certo mestiere, incoraggiata da amici e parenti. Poi ho continuato a crederlo più debolmente, ritenendo che alla fine le convinzioni dovrebbero avere qualche riscontro “oggettivo”. Ieri posso dire di aver avuto questo riscontro, perché una commissione di professori che non mi conoscevano e non mi appoggiavano ha ratificato che sono “idonea” a fare il ricercatore. Aggiungendo anche, informalmente, che sarebbero molto lieti di dare questa possibilità anche a me (e agli altri credo 16 che hanno ritenuto ugualmente idonei), ma purtroppo loro hanno un posto solo. Però complimenti, sono brava. Venire a patti con la realtà quotidiana, dopo questo ringalluzzimento del mio amor proprio, sarà più difficile che mai.


Vi aggiorno rapidamente prima di schiantarmi. Meryem dovrà fare tutte le analisi possibili, sua mamma che sarei io è stata cazziata perché continua a mandarla al nido, ma la bella notizia è che in questi due mesi è cresciuta 4 cm e ha preso mezzo chilo (91 cm per 12kg100). Il peso è pochino rispetto all’altezza straordinaria, ma comunque ha tutta l’aria di essere una bambina sana, senza alcun problema di crescita, con le difese immunitarie forse un po’ basse. Vedremo, incrociando le dita.

E l’esame? Beh, con una giusta dote di fattore C, ho fatto un figurone. Ho preso il massimo a tutte e tre le prove orali. Non mi è sufficiente per vincere, ma il posto è andato a una brava ragazza molto meritevole e che è un po’ come me (nel senso che per sbarcare il lunario ha sempre fatto un altro lavoro e ha anche due figli piccoli). C’è una giustizia a questo mondo… Insomma, meglio di così non poteva andare.


Oggi visita approfondita dalla pediatra per iniziare analisi e accertamenti… ansia a mille. Domani, esame che se va bene è inutile, ma se va male è dannoso… ariansia a mille. Oggi ho appurato che a marzo dovrò andare a Bruxelles per lavoro per ben due volte… come ci organizzeremo? Considerazione: potrei trasformarmi per un paio di mesi in un altra persona? Preferibilmente uomo?


La poesia che citavo ieri è in realtà una di quelle messe in musica da Noa e uscita, anche in Italia, nel 2001, nel Cd doppio First collection. Io ho conosciuto quell’album, rigorosamente in cassetta, nel lontano 1995, ai tempi del mio primo soggiorno in Israele. Un soggiorno memorabile da molti punti di vista. Da lì scrissi una serie di lettere (di carta) alla mia famiglia di cui veniva data pubblica lettura agli amici e alle sorelle in un baretto del mio quartiere nella pausa pranzo. Mi piacerebbe rileggere quelle lettere, chissà se mia madre le conserva ancora. Sono stati due mesi di impatto violento con la realtà israeliana, comprensivi di attentato (è esploso l’autobus davanti a quello in cui mi trovavo), il primo a Gerusalemme. Vivevo in un campus spartano ai limiti dell’inabitabilità, attraversavo tutta la città da parte a parte per le lezioni, continuando inevitabilmente a salire sugli autubus (talora convivendo con comprensibili attacchi di panico) e camminando per chilometri per tutto lo shabbat. Ci sarebbero tante cose da raccontare. Ma torniamo a Noa.

La cassetta mi fu regalata da quello che all’epoca era il lettore di ebraico dell’università di Firenze, che aveva anche realizzato con le sue mani un libretto con tutti i testi delle poesie (l’album metteva in musica poesie di Leah Goldberg e una di un’altra poetessa israeliana, Rahel) in ebraico e in traduzione italiana. Si consultava con me e con la mia compagna di stanza (una ragazza di Perugia, sua allieva in Italia) per limare le traduzioni. Ho amato profondamente ciascuno di quei versi, che giocavano con le citazioni bibliche, che a ogni lettura mi sembravano più ricchi. Ho amato follemente anche alcune canzoni, una in particolare che poi, per pura coincidenza, ha segnato cinque anni dopo un altro periodo cruciale della mia vita, conclusosi peraltro con un viaggio in Israele (il secondo e ultimo fatto da me finora). Eccovi dunque una versione (ma ce ne sono di più belle) della splendida Mizmor Laila (Nocturno), più volte ballata dalla sottoscritta sotto i cieli stellati di Roma (e in molti altri posti). Se fate i bravi, un giorno vi scrivo che vogliono dire le parole.


Mi è stato scritto, tempo fa, che sono meno sola di quello che penso. O forse è solo che sono più sola di quello che sembro?

Provo a copiare qui in ebraico questi versi di Leah Goldberg, a cui spesso penso e che a volte mi sembra che mi descrivano (metaforicamente, si intende)…

אולי רק ציפורי מסע יודעות
כשהן תלויות בין ארץ ושמים
את זה הכאב של שתי המולדות.

איתכם אני נשתלתי פעמים,
איתכם אני צמחתי, ארנים,
ושורשי בשני נופים שונים.

Perhaps only the migrating birds can ever know
As they’re suspended beween the heavens and
The earth below
The pain I feel as I am torn

I have been planted and replanted with the pines,
And it is with them I have grown
But still my roots spread over-seas
In a dichotomy of home