Documentata, lucide, forte, violenta, ma sobria: così secondo Pietro, dovrebbe essere la mia reazione di oggi. Chiedi troppo, amico mio. E’ da ieri che sono fuori di me. Ironia della sorte, oggi ho dovuto fare lezione per due ore a una classe di americani sull’immigrazione in Italia. Che dire? Che mi vergogno del livello a cui siamo scesi?

Davvero troppo lungo sarebbe spiegar tutto qui, considerando anche la quantità di inesattezze che si leggono sui giornali (una fra tutte: il permesso di soggiorno, "che oggi è gratuito" costerà tra 80 e 200 euro a ogni rinnovo. Piccolo particolare: oggi costa 73 euro, quindi costerà tra153 e 273. A persona. Per un documento che di solito si ritira già scaduto, perché i tempi della burocrazia superano quelli della sua validità.). Per ora faccio mio un commento del Consiglio Italiano dei Rifugiati, loro sì lucidi e sobri:

"Due mesi fa, avevamo ancora un po’ di speranza che il grido d’allarme alzato da tante voci della società civile italiana avrebbe prodotto il ripensamento di un numero sufficiente di senatori della maggioranza per non far passare almeno gli aspetti più preoccupanti del "Pacchetto Sicurezza 2".

Tra questi, volgiamo citare uno che ha trovato poca attenzione sui media: i nuovi requisiti per l’iscrizione anagrafica e quindi per la residenza. Requisiti sulle condizioni di alloggio, che pressoché nessun rom, sinti – sia italiano che straniero – può soddisfare. E quindi tutta una minoranza, i cui componenti vivono in molti casi qui da 10-20-30 anni, sono tagliati fuori dal diritto di figurare nel registro civile. Lo stesso vale certamente per un gran numero di rifugiati e immigrati, ma anche per cittadini italiani appartenenti al vastissimo gruppo dei soggetti socialmente più deboli – a causa dell’insufficienza dei programmi per l’alloggio sociale; tutti questi semplicemente non dispongono di case con i parametri stabiliti e si vedranno senza residenza e senza carta d’identità, il cui possesso è però obbligatorio per legge.

Così si dovrebbero analizzare le conseguenze nella concreta applicazione di un vasto numero di interventi decisi dalla maggioranza del Senato.

Non perdiamo la speranza che alla Camera dei Deputati le cose andranno diversamente. Ma questo dipenderà anche dall’intensità della reazione della società civile in questo breve periodo dall’invio egli atti all’altro ramo del Parlamento; una reazione che dovrà coinvolgere i medici come i sindacati, le associazioni e le Chiese, come i funzionari pubblici che dovranno attuare una normativa paradossale e in buona parte, in concreto, non attuabile."

Ma al momento, francamente, mi sento molto più in sintonia con l’amara ironia di Sergio Briguglio, che non posso riportare qui perché non sono sicura che non possa essere considerata fuori legge.

Un’altra amara riflessione. Ma perché ci si accanisce furiosamente in nome di Dio per il diritto alle cure di un individuo e non si batte ciglio davanti alla negazione, di fatto (anche se non nell’ipocrita forma che solo tale è), delle cure a centinaia di migliaia di persone? Non ha "vinto il diavolo", anche in questo caso – e anzi, mi verrebbe persino da dire, a maggior ragione? Possibile che i richiami a "un barlume di coscienza cattolica" debbano arrivare da Pisanu? I cattolici veri sono troppo impegnati in superiori questioni, quali la negazione del Concilio Vaticano II? 

Mi impegno formalmente a segnalarvi nel prossimo futuro link seri su cui documentarvi, se lo vorrete, su queste questioni, che dovrebbero suscitare l’indignazione di ciascuno. Ma ora, scusate, sono davvero troppo arrabbiata.


Oggi sarà una lunga giornata, anche perché è iniziata alle 4.45. Un maledettissimo cordless scarico pigolava e non mi sono più riuscita ad addormentare. Cioè, quando stavo per farlo Meryem ha iniziato a tossire e poi a chiamare. Portata nel letto, ha iniziato il gioco di accendere e spegnere la luce del comodino. A quel punto è iniziato l’effetto accumulo da ansia: Meryem ha sempre la sera (e a volte anche la mattina) un po’ di alterazione (37, 37.2); tra una settimana ho un esame che non serve a nulla, ma insomma se vado a farlo non mi piace l’idea di fare brutta figura… E via così, un pensieraccio dopo l’altro. Alle 6.00 ero arrivata. Ho sbranato l’ignaro Nizam appena ha aperto gli occhi e ho iniziato un combattimento con Meryem che da ieri sera è sulla linea "Fruttolo solo Fruttolo". Alle 6.45 Nizam è uscito, io piangevo, Meryem correva allegra per la casa con il suo passeggino giocattolo, mangiucchiando fette di pane in cassetta.

Allora ho fatto un respiro profondo e ho rimesso a posto le idee. La colazione della fanciulla, in qualche modo, era fatta. Aveva 37, ma ho deciso di portarla al nido l’ho stesso: obiettivamente è piena di energie, allegra e vitale. Non pare affatto malata. Se le salisse la febbre, la andremo a prendere. Io mi sono bevuta una tazza di latte, mi sono vestita in qualche modo, ho messo insieme i pezzi e sono uscita. Depositata la belva, ho telefonato a Nizam per scusarmi. Poi sono saltata sul tram e via, verso il solito lavoro. Barca storta viaggio dritto. Almeno sembra che non piova.


Qualcuno spiega a Meryem che gli scoiattoli non ululano? Capisco che non riusciamo a proporle una valida alternativa (ma come fanno gli scoiattoli?)… E già che ci siamo, è anche convinta che il verso del coccodrillo sia "boh!". Comunque mi fa molto ridere in questo periodo. Cerca di ripetere tutto, ma ha anche delle certezze inamovibili. Il cane è "ane" o "bau", ma se è troppo grande diventa un "allo" (cavallo). Il turco mi pare che lo capisca (se ad esempio il padre le dice "chiudi gli occhi", lei lo fa), ma lo ripete poco e in modo ancor più buffo dell’italiano. Ma quello che più le piace è decisamente cantare!


varie 099

 

Piccolo promemoria per madre sconfortata, che a volte si chiede chi glielo ha fatto fare. Questa è la risposta e scusate l’inconsueta sdolcinatezza.


Vivere pericolosamente… Oggi siamo stati a Villa Pamphili, a far imbrattare di fango la bimba e il suo passeggino. Al ritorno, Nizam carica in macchina il passeggino. Poi andiamo a cercare della pizza, poi integriamo con dei samosa alla rosticceria indiana e, tornati a casa con il bottino… colpo di scena! Le borse, mia e del passeggino, erano state lasciate a terra, al parcheggio della villa. Nizam schizza lì, lasciando me e Meryem davanti alla porta chiusa. Non riuscivo a crederci fino in fondo, speravo fosse uno degli scherzi curdi che non apprezzo mai fino in fondo. Nella borsa c’era, semplicemente, tutto: chiavi di casa, dell’ufficio e di casa di mia madre, documenti, bancomat, carta di credito, agenda, pennetta USB…. Non riuscivo neanche a arrabbiarmi. Annaspavo e basta. Nizam chiama (il telefono era l’unica cosa che avevo in tasca): niente, il luogo è deserto. Ed ecco il deus ex machina. Alto, con berretto di lana e figlio sporco di fango della villa. "Sei tu? Sei fortunata!" mi dice, avvicinandosi con la mia carta d’identità in mano. Per fortuna che esistono ancora persone così. Non l’ho ringraziato abbastanza, stordita com’ero. Ma ha tutte le mie benedizioni, di cuore.


Da quando è stata male, a dicembre, Meryem è discretamente inappetente. Ora è guarita del tutto, ma l’appetito non le è tornato. Ogni pasto è una specie di tortura cinese. Mangiucchia ogni tanto qualcosina e solo quel che dice la sua testa. La tata il pomeriggio si ingegna in ogni modo per dargli qualcosa (latte, spremuta, qualche volta crackers e stracchino…), ma poi la cena è una partita persa. Il pranzo a scuola qualche volta lo salta. La colazione è tornata ad essere un optional (Fruttolo o yogurt, solitamente; il latte e biscotti e la pappa lattea ormai sono il più delle volte snobbati). Ora: io sono consapevole che non devo forzarla, che si autoregola e che difficilmente morirà di fame. Ma non c’è niente da fare. Il senso di colpa della mamma scrausa è lì in agguato. E’ colpa mia. I pasti non sono appetitosi. Forse la sera è stanca, visto che si alza così presto. Io dovrei tornare prima. Forse dovremmo mangiare tutti insieme (ma allora il punto precedente? Lei spesso e volentieri alle sette e mezzo è mezza addormentata)… Insomma, mi affliggo per una cosa che probabilmente richiede solo che io stia lì ad aspettare che passi. Per vedere il lato positivo, ora che è guarita dorme bene, quasi sempre senza interruzioni. E da quando ho dovuto comprare un’altra macchina per l’aerosol (soprassediamo sulle maledizioni che ho mandato per il salasso), riesco persino a farglielo. Resto convinta che è inutile, ma glielo faccio.


Nonostante la sconcertante scarsità di notizie sui media su quello che sta succedendo a Lampedusa (che, per la cronaca, è di una gravità eccezionale: potete leggere qualcosina qui), ieri è stata una delle poche volte in cui il mio interlocutore ha dimostrato di avere una vaga idea di cosa sia il mio lavoro – quello che ottengo in genere è un generico "ah, interessante". Pranzavo al solito baretto stile familiare ruspante, dove c’è l’abitudine, in caso di affollamento, di abbinare i clienti soli per economizzare i tavoli. Katia, la proprietaria, non rinuncia a cercare un minimo di affinità tra i commensali forzati e pilota accuratamente la logistica con frasi del tipo: "Pippo, mi ospiti Genoveffa? Lui è Pippo, lei è Genoveffa, buon appetito!". A me è capitato un gentile signore di una decina d’anni più di me, da Katia chiamato "Professore" (chissà di cosa). Alla mia risposta a "che lavoro fai?", la conversazione si è animata: "ah, quelli di Lampedusa!". E da lì, per tutta la durata di un piatto di tortellini in brodo, si è discusso di lavoro nero, incidenti sul lavoro, sfruttamento dei migranti clandestini e assenza dello Stato dalle questioni reali (alla faccia di tutte le iniziative spot che non fanno che aggravare il caos, fisico e normativo, che ci contraddistingue). Dopo l’ultimo boccone, ci siamo salutati amichevolmente. Non so come si chiama, né che lavoro faccia davvero (sospetto qualcosa tipo ingegnere, vista la competenza in fatto di ispezioni sulla 626), ma so che è pugliese e che non ha gli occhi foderati di prociutto. Consolante.


Beh, più che una decisione è una presa di coscienza. Premettendo che sono pronta a ricredermi, direi che, contrariamente a quanto immaginavo fino ad ora, sto prendendo seriamente in considerazione la possibilità che Meryem resti figlia unica. L’idea non mi è mai piaciuta e tuttora non mi piace. Ma forse è il momento di fare i conti con la realtà. L’impegno economico è già oltre i limiti, anche a causa dell’oggettiva mancanza di aiuti gratuiti (mia madre è troppo anziana, le sorelle troppo occupate, gli altri nonni, zii, etc in Turchia). Mia madre contribuisce economicamente, ma anche questo ha dei limiti e poi non durerà per sempre. Il lavoro che ho, per quanto teoricamente flessibile, in realtà lo è piuttosto poco. Quando leggo di chi sta serenamente a casa per la malattia dei figli, mi pare di vivere in un altro pianeta. Io non ho questa possibilità e la cosa mi stressa oltre ogni limite. Nizam oggettivamente mi aiuta molto, ma non sarebbe un uomo se non si concedesse le sue libertà… e quando gli arresti domiciliari si protraggono oltre ogni limite ragionevole, come è stato questo mese, fa come ha fatto ieri: mi pulisce ben bene la casa, ma poi saluti e baci fino a sera. A tutto questo si aggiunge un problema idiota, ma che pesa altrettanto. Mi sento molto sola. Internet un po’ ovvia, ma non basta. A volte sto fisicamente male dalla voglia di farmi una chiacchierata. Insomma, mi pare che le mia attuali condizioni di vita non consentano di aprire fronti ulteriori (e ometto per semplicità anche tutta l’enorme questione "lavoro alternativo: possibilità o ennesima pia illusione?"). Mettiamoci anche l’età, che comincia ad essere quella che è…

Insomma, mi rendo conto che questa lunghissima malattia di Meryem mi ha provato molto e forse vedo le cose troppo nere. Ma d’altronde forse è saggio riconciliarsi con il mondo reale, tanto per cambiare. No?