Lavorando per il Centro Astalli, qualche volta ci capita di chiedere a personaggi noti di partecipare a un evento organizzato da noi, ovviamente a titolo gratuito. Molte facce note associano la loro immagine a campagne umanitarie, rilasciano interviste toccanti, sono in prima fila negli eventi benefici. Eppure spesso abbiamo delle brutte sorprese e scopriamo che dietro le belle parole si nasconde arroganza, protagonismo, se non addirittura avidità e scorrettezza. Ma tra tante delusioni (una stamattina), spiccano con maggior forza le sorprese piacevoli. E in questo caso i nomi sono d’obbligo. Oggi voglio ringraziare pubblicamente Massimo Wertmuller, un attore bravo, serio, affidabile. Ma anche e soprattutto una persona generosa e modesta, che dimostra interesse sincero verso l’impegno civile in tutte le sue forme. Per la seconda volta ha partecipato alla premiazione di un concorso letterario di liceali arrivando in motorino, preparandosi prima, presentandosi in camicia rossa e giacca a vento e tendendo la mano a tutti dicendo semplicemente: "Piacere, Massimo". Non vi fermate ai polpettoni trasmessi su RaiUno. Non sono le uniche cose che fa. E, soprattutto, è una gran bella persona.
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Mi viene spontanea una riflessione, che forse non condividerete (e forse sì). Quei ragazzi morti in Afghanistan mi suscitano molta compassione, perché morire così giovani è ingiusto. Più ancora, perché credo che abbiano fatto un calcolo sbagliato, forse fuorviati dall’ideologia o, più probabilmente, dalla mancanza di alternative. Per quanto ne so dai media (potrebbero ben essere notizie infondate, lo so) molti di loro erano accomunati dal progetto di mettere dei soldi da parte per il matrimonio, per la famiglia, per il futuro. Un proposito lodevole, quello di guardare avanti con responsabilità, che forse è anche troppo poco diffuso nella gioventù italica. Il problema è che fare questo in un contesto di guerra è pericoloso. Troppo, nel loro caso. Il gioco forse non valeva la candela. Oppure sì, ma il destino non li ha favoriti. Però a chiamarli eroi non ce la faccio. Non credo che non riuscissero a resistere all’imperativo morale di riportare la democrazia in Afghanista. Non era quello il motivo che li portava lì e non c’è nulla da vergognarsi: tutto il resto dei nostri connazionali se ne frega dell’Afghanistan e della maggior parte delle nazioni del globo terracqueo, politici inclusi. Questi ragazzi sono vittime, vittime doppiamente o triplamente (la responsabilità della loro morte probabilmente tocca diverse persone e diversi livelli), vittime della politica e della storia di questo nostro Paese, che in fatto di guerre non ne ha mai imbroccata una. Un eroe, nel mio immaginario, è chi si butta in mare per salvare uno che affoga. Uno che si offre di morire al posto di un altro, come alle Fosse Ardeatine. Anche un soldato, anche se la guerra non mi piace, ma quando torna indietro per salvare un commilitone ferito, per intenderci. Non uno che perde la vita in un attentato per strada. A che serve questo abuso della parola eroe? Vittima mi pare una definizione sufficientemente dignitosa e rispettosa della memoria di giovani animati probabilmente di buoni sentimenti, genuini e sinceri. Mi pare che non sia per i morti che si faccia tutto questo spreco di onori e formalità (la promozione postuma, le onoreficienze), ma per la (cattiva) coscienza dei vivi.
Sul blog di Panzallaria impazza l’argomento religioni, in seguito alla scoperta che (almeno a Bologna) la questione della scelta dell’insegnamento della religione cattolica si pone fin dalla scuola materna. Ignoravo la cosa, francamente, e mi sentirei di giurare che "ai miei tempi" non era così (ma io andavo in una scuola privata sui generis, fondata da ex-alunne di mia madre: potrebbe anche darsi che per questo ne sia stata immune). Questo mi pone, prima del previsto, di fronte a un problema che contavo di affrontare abbastanza più in là.
Si rende necessaria una premessa sulle mie vedute in fatto di religione, che sono – credo – particolarmente personali. Mi concedo qui un lungo excursus, per cui chi non è interessato salti e amici come prima. Io credo che la religione sia in larga misura un fatto di radici, specialmente familiari. Mi sento e sono decisamente cristiana, cattolica di fatto (non sistematicamente praticante, ma alla bisogna pratico pure con un certo piacere) – pur stimando di più i protestanti e i valdesi in particolare. Le strade della vita hanno fatto sì che io abbia una conoscenza abbastanza approfondita, sia dal punto di vista "scientifico" che esperenziale, dell’ebraismo e dell’islam. Per giunta, la storia delle religioni mi interessa molto, anche quella antica.
Uscendo dal teorico e per riprendere una vecchia polemica con mio padre (e con molti altri), non penso che le religioni siano tutte uguali e che quindi "una valga l’altra" in senso relativistico. Non penso nemmeno che siano l’oppio dei popoli e ciò che ne consegue. Conosco bene molti dei delitti e delle stragi compiuti con l’alibi delle religioni nella storia, o addirittura in nome di esse, e non mi stupirebbe di venire a conoscenza di altre. Ciò non credo che intaccherebbe in modo significativo la mia idea di Dio. Non è facilissimo formulare ciò che penso sull’argomento, ma ci provo. Qualcuno di voi ha letto Flatlandia? Vabbè, non importa. In termini molto rozzi, penso che quando il divino interseca il mondo degli umani, ne nascono dei tentativi di spiegarlo che sono necessariamente un po’ incongrui, illogici, imperfetti, mischiati a tante istanze tipicamente umane (leggi, regole, ideologie e similari) che con Dio non c’entrano. Ciò non toglie che secondo me ogni religione, con tutti i suoi limiti strutturali, se vissuta con sincerità porta a… la salvezza? la pace? Dio? Fate un po’ voi. A qualcosa di buono, insomma. Non bastano tutti i disastri commessi da generazioni di religiosi a impedire ciò. Non credo si possa spiegare, ma forse ciascuno di noi ha incontrato almeno una volta una persona, un luogo o una situazione in cui un frammento di divino respirava sulla terra. Troppo poetico?
Ritengo dunque che educare mia figlia a uno di questi possibili percorsi sia potenzialmente una cosa buona. Per me lo è stata, ma i miei genitori oltre ad essere credenti erano anche praticanti, il che aiutava. Io mi trovo nella situazione di vivere con un musulmano che la pensa più o meno come me sulla questione e che dunque ci terrebbe a trasmettere qualcosa a sua figlia in questo senso. A suo tempo, dovo varie valutazioni, abbiamo temporaneamente convenuto che Meryem sarà educata alla religione musulmana (cosa diventerà poi, lo vedrà lei). Come far ciò sarà un altro paio di maniche, ma io mi illudo (illudevo?) che da qui a dieci anni la questione sarebbe apparsa meno complessa di quanto lo sia adesso. Mi sa che mi sbagliavo, ma tant’è. Ci confortava anche il fatto che per l’islam, specie se la figlia in questione è femmina, fino a sei-sette anni non si pongono grandi questioni. Quindi non l’abbiamo battezzata, al nido e in casa non mangia maiale e tant’è. Ora la materna ci porrà davanti alla questione prima di quanto pensassimo e vedremo se muteremo opinione.
Una piccola notazione sulla conoscenza delle altre religioni. Ci sto lavorando da un po’ di anni e abbastanza a lungo ho coordinato questo progetto, che la Fondazione Astalli porta avanti nelle scuole (dalle elementari alle superiori). Penso che ci sia in giro molta buona volontà, ma che a volte il metodo zoppichi e non ci si interroghi a sufficienza sulle reali finalità. Per me lo scopo di essere alfabetizzati in merito alle varie religioni è fondamentalmente imparare a vivere meglio insieme, diminuire i fraintendimenti e, idealmente, accrescere il rispetto reciproco. Sono ad esempio molto scettica sull’utilità di analizzare i (veri o presunti) "punti di contatto". A che serve dirsi che "in fondo ci assomigliamo", specialmente se non è poi così vero? Le peggiori inesattezze sulle religioni vengono dette proprio quando ci si lancia in parallelismi che poi lasciano il tempo che trovano. Più utile, ad esempio, un po’ di storia sul contesto in cui la religione è nata, ma anche sulla sua diffusione… Ma l’unica cosa che serve è avere un minimo di strumenti per poter confrontarsi con un compagno, un collega, un vicino di casa senza partire con il piede sbagliato. E magari disfarsi dei pregiudizi più grossolani e comuni, in cui sguazziamo quotidianamente. Se infatti l’ignoranza regna sovrana in molti campi, quella in merito alle religioni è addirittura pirotecnica e fa mostra di sé anche in persone insospettabili.
E intanto, nella civile Grecia, in piena Unione Europea…
All’inizio della settimana alcuni funzionari dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per I Rifugiati (UNHCR) hanno visitato il centro di accoglienza di Pagani, sull’isola greca di Lesvos, rimanendo sconcertati dalle condizioni della struttura in cui sono trattenute più di 850 persone, tra cui 200 bambini non accompagnati provenienti soprattutto dall’Afghanistan.
Il centro, che può accogliere 250-300 persone, è stato definito dal personale dell’UNHCR in condizioni "inaccettabili" e "un’offesa alla dignità umana". In una sola stanza sono stipati più di 150 donne e 50 bambini, molti dei quali affetti da malattie dovute agli ambienti angusti e sovraffollati ed alle pessime condizioni igienico-sanitarie del centro.
"Immigrati clandestini: torturali! E’ legittima difesa". Così recita lo slogan del gruppo Lega Nord Mirano su Facebook (http://www.facebook.com/chiara.peri?v=feed&story_fbid=120006167534#/lega.mirano?ref=nf, finché non lo cancellano, sempre che lo facciano). 432 amici, tra cui l’onorevole Roberto Cota, oltre che Renzo Bossi (autore, a quanto ne so, dell’applicazione "Rimbalza il clandestino"). Il gruppo Chiediamo che Facebook ci lasci dire cosa pensiamo dell’Islam (il precedente, Impediamo che i musulmani impongano le loro leggi disumane all’Europa, era stato chiuso), ha come slogan "Non esiste nessun Islam moderato! Nessuna moschea sulle nostre terre. Non aiutarli con il tuo silenzio. Difendi la tua gente". Conta 265 e in bacheca si inneggia, chissà con quanta contezza dei fatti, alla battaglia di Lepanto. Si potrebbe continuare. Non lo faccio perché devo uscire, ma anche perché in fondo ho paura di vedere tra i sostenitori di questi gruppi qualcuno che conosco. Già qualche mese fa ho eliminato uno dei miei "amici" di Facebook perché sosteneva la necessità di dar fuoco ai Rom accampati presso casa sua (mi pare che fosse perché bruciavano la spazzatura).
Forse sono stata un po’ criptica nel post precedente. Cerco di spiegare. Mi succede sempre più spesso di trovarmi dalla parte sbagliata delle conversazioni. Specialmente se mi si dice che 73 eritrei morti in mare "se la sono cercata" perché sono un "popolo bugiardo". O che, per citare un Ministro della Repubblica, "i respingimenti sono un atto di civiltà". Cioè, traducendo in fatti concreti: prendere 80 persone in fuga dalla Somalia dal barcone con cui stanno cercando di raggiungere l’Europa, caricarle su una nave della Marina, eventualmente malmenarle un po’ e consegnarle alla polizia libica, che le chiuderà in un centro di detenzione (pagato da noi, con le nostre tasse) dove saranno probabilmente torturate e comunque non se ne saprà probabilmente più nulla… è un atto di civiltà. La nostra civiltà. Sono mesi che il nostro Governo si rende complice, o addirittura ordina, stragi di persone. Comprese donne incinte, bambini, neonati. Sono fatti documentati con certezza, ne parlano persino i telegiornali (anche se con sfumature talora un po’ discutibili). Eppure l’aria che annuso in giro non è di grande sdegno. Tuttaltro. "Quando è troppo è troppo", "ci vuole un po’ di polso con questa gente", "con questa crisi qualche provvedimento va preso". Questo se l’interlocutore è garbato e moderato. Altrimenti ecco spuntare la razza, l’indole di "questa gente", "i delinquenti", "i terroristi". Si può essere delinquenti per DNA? Credevo che mi avessero insegnato di no. Eppure questo sarebbe l’unica ragione per cui un neonato venuto alla luce su un gommone possa essere considerato criminale pochi minuti dopo.
Si fa un gran parlare di pacchetto sicurezza, di rifugiati finti, di politiche europee. Quello che mi sconcerta è che nonostante questo gran parlare (o forse proprio per quello) normalmente si ignorano dati e fatti semplici, noti, alla portata di tutti. Si sostengono tesi che sono sconfessate in partenza dall’esperienza spicciola, oltre che dal buon senso. Come è possibile? E non venite a parlarmi di popolo bue. Non è il popolo bue, ammesso che esista, quello a cui sento esprimere giudizi insostenibili. Sono giornalisti, professori, impiegati, rispettabili lavoratori, intellettuali di sinistra (sempre che questa espressione significhi ancora qualcosa). Sono miei parenti, miei conoscenti, persino – in qualche caso – persone che avrei definito miei amici. Sapeste che rabbia mi fa sentirmi dare lezioni con sussiego da chi non ha mai ascoltato la storia di un rifugiato. Da chi non ha mai guardato negli occhi nessuno di loro.
A volte, come ieri, mi trovo a sorridere, a dissentire con garbo, a glissare. Ma non è questa la via, non può essere questa. Questa degenerazione del diritto è un fatto grave. Uno Stato che si sente autorizzato a derogare a ogni regola, sia pure per motivi di forza maggiore, un giorno potrebbe entrare a casa mia e sbattermi in prigione senza processo. Per dire. Il problema è che citare frasi di Brecht, evocare l’indifferenza dei più ai tempi delle leggi razziali, suona come un vezzo intellettuale, condiviso da "chi è dalla mia parte" (ma che, ad esempio, non si sente in dovere di documentarsi seriamente per andare oltre la frase poetica) e liquidato con fastidio da tutto il resto dei miei concittadini. Mi sento in trappola, non so che fare. ma qualcosa bisognerebbe fare sul serio.
Permettetemi un piccolo sfogo. Dividere la propria vita con un extracomunitario, per quanto egli (o ella) sia una persona meravigliosa e con cui ci si sente in sintonia, è difficile. Maledettamente difficile. Sempre più difficile. Oggi mi si è accavallato un nervo della spalla mentre staccavo per l’ennesima volta la presa scart per passarla da un decoder all’altro. Un simbolo di ben altri dolorosissimi accavallamenti. Poi cerco di dirmi che basterebbe organizzarsi e avere, che so, due prese scart diverse, che possano essere attaccate in simultanea. E, per somiglianza, due dosi interscambiabili di pazienza, di resistenza alle delusioni, di ottimismo davanti alle brutte notizie e di intraprendenza per reagire agli imprevisti. Però io non sono una persona molto organizzata, e i nervi mi si accavallano.
Ci siamo assuefatti, continuo a pensarlo. 900 persone vi sembrano poche? Possibile che non si riesca a fare nient’altro che sospirare e alzare le spalle? Scusate, oggi la mia indignazione è sopra il livello di guardia. Poi ho passato una serata a disquisire di inutili culti orgiastici estinti e chissà se mai esistiti. Ma resta il fatto che la preoccupazione reale, tangibile c’è e continua a covare sotto la patina del cazzeggio snob a sfondo storico-religioso.
Pensate a una persona che vive e lavora in Italia da 30 anni. Presente sul territorio da molto più tempo di mio nipote Flavio, che in questi giorni fa la maturità. Ibrahim Ghazi, anzi, può vantare pochi anni in Italia meno di me. Si può anche osservare che, essendo arrivato qui da adulto, la sua presenza trentennale è sempre stata consapevole e produttiva. Quest’uomo ha molto di cui essere orgoglioso, a quanto ne so. Ha dei figli (se non erro tre), che hanno studiato con ottimi risultati in questo Paese e che sono (non solo si sentono) italiani. Ho avuto il privilegio di conoscere sua moglie, una vera signora di altri tempi, elegante e allo stesso tempo modesta. Una delle loro figlie è una scrittrice che trasuda talento da tutti i pori e a 22 anni ha già pubblicato tre libri. Si chiama Randa Ghazi e certamente sentiremo ancora parlare di lei. Speriamo in Italia. Già, perché dopo quello che è successo , se tutta la famiglia Ghazi decidesse di snobbare per sempre questo Paese meschino, arrogante e barbaro, non mi sentirei di dar loro torto. Ma mi auguro, per il nostro bene, che scelgano di restare qui.
Mi vergogno profondamente di questo Paese. Mi sembra veramente che non ci sia più limite. Che ci siamo assuefatti a qualunque paradosso o assurdità. Leggetevi il bell’articolo di Lerner sul Venerdì di Repubblica di oggi. Fa parte del ricco dossier che un giorno qualcuno consulterà incredulo, chiedendosi come mai, se c’era in giro tanta consapevolezza, la storia è andata come sarà andata.
Ancora una volta mi trovo a pensare di essere fatta male, di avere un qualche difetto di fabbricazione. Ho finito oggi un impegno di lavoro che avrebbe dovuto darmi soddisfazione. Hanno finanziato un progetto a cui tenevo molto. Nizam è stato impeccabile nel gestire da solo la bambina ieri e oggi. La bambina medesima era in fase praticamente angelica. E allora che caspita voglio? Ho avuto un piccolo screzio con un quasi collega e la cosa mi disturba al punto che non riesco a smettere di pensarci. Non è nulla di grave o di irrimediabile. Sciocchezze davvero. Ma intanto qualcosa si è rotto nella stima che avevo di lui. Mi rendo conto di avere una reazione sproporzionata. Credo che dipenda dal fatto che ho percepito qualcosa di sgradevolmente maschile in quello che ha fatto: egoista, infantile e in un certo senso persino paternalistico. Sono davvero così "femminista"? Ero convinta di no.
Atro pensiero sgradevole: il voto. No, non ci riesco a dare il mio voto a chi ha una posizione così ambigua e inconsistente su questioni a me cruciali. Allo stesso tempo mi disturba votare chi la pensa in modo più simile al mio su alcune questioni, ma ciò nondimeno non è stato in grado di evitare un frazionamento ai limiti dell’atomizzazione. Non è solo questione di 4%. Si tratta di capacità di essere costruttivi. Data la situazione, però, immagino che sceglierò la seconda opzione, pur condividendo il bell’articolo di Scalfari su Repubblica di oggi.